Può darsi che, come per un organismo indebolito che ha più probabilità di contrarre nuove malattie, il coronavirus si aggiungerà alle tensioni economiche e geopolitiche del già travagliato sistema mondiale capitalista.


Originario della Cina, nella città di Wuhan, il coronavirus si è diffuso ad un ritmo crescente nelle ultime settimane, con più di 50 paesi nei cinque continenti colpiti e un numero di casi registrati superiore a 80.000. Tre nuovi focolai hanno destato più preoccupazione: Italia, Corea del Sud e Iran – il numero di casi segnalati è esploso negli ultimi giorni. Mentre la mortalità per il virus attuale è inferiore a quella dell’epidemia di SARS in Cina nel 2003, la situazione geopolitica ed economica è nettamente diversa. L’internazionalizzazione dell’economia e il peso predominante della Cina nel commercio ne fanno uno dei principali attori della situazione geoeconomica. L’esposizione dell’economia mondiale alla Cina non ha nulla a che vedere con la situazione del 2003. Di fronte a un virus che minaccia di trasformarsi in una pandemia, e che si sta diffondendo rapidamente e in modo imprevedibile, il già fragile sistema economico e geopolitico rischia di essere – e già lo è – fortemente perturbato. Di fronte a questo shock imprevedibile, si stanno sviluppando soluzioni reazionarie: dal ritorno delle frontiere alle misure di contenimento. Ma nessuna di queste misure, a parte la loro inefficacia scientifica, costituisce un progresso per l’umanità.

 

Paure e storie dell’economia globale

Il coronavirus, con le paure, le ossessioni e le reazioni che provoca, da una possibile recessione economica a movimenti di panico, fino al confinamento di aree di popolazione, è indicativo della fragilità del capitalismo contemporaneo. L’interconnessione degli scambi, e soprattutto delle catene di produzione e logistica, è tale che un’interruzione della produzione cinese oggi ha ripercussioni che vanno ben oltre la Cina e il Sud-Est asiatico. L’esposizione del mondo all’economia cinese è aumentata drammaticamente negli ultimi vent’anni. Come sottolinea Nicolas Beytout per il quotidiano l’Opinion:

Quindici anni fa, la Cina rappresentava l’1% del commercio mondiale. Oggi è del 35%. Tutto il mondo ha delocalizzato parte della sua produzione in Asia, dove sono stati fabbricati prodotti finiti, dove si sono moltiplicati i subappaltatori e i subappaltatori dei subappaltatori. Si tratta di una catena incredibilmente complessa che è stata creata. È in parte bloccata dalla crisi sanitaria, che è un colpo brutale per l’economia del resto del mondo.

In particolare, le conseguenze per i partner economici privilegiati della Cina, come la Corea del Sud, sono sproporzionate, a causa dell’interdipendenza tra produzione, circolazione delle merci e delle persone. Come nota il quotidiano l’Opinion:

Dopo aver chiuso alcuni dei suoi stabilimenti cinesi questo mese, Hyundai Motor ha sospeso la produzione in una delle sue principali linee di assemblaggio a Ulsan, un’importante città sudcoreana, perché non è stata in grado di ottenere pezzi dalla Cina. Asiana Airlines, la seconda compagnia aerea della Corea del Sud, ha imposto a 10.500 dipendenti 10 giorni di congedo non pagato, scaglionati da mercoledì. Anche i principali produttori nell’elettronica che dipendono da parti cinesi hanno sospeso la produzione a causa dell’epidemia. Altri stanno valutando la possibilità di trasferire la produzione. Le esportazioni giapponesi verso la Cina dovrebbero diminuire del 7% in questo trimestre rispetto al trimestre precedente, ha detto l’economista Taro Saito del NLI Research Institute. Il gigante dei videogiochi Nintendo ha detto questo mese che alcune spedizioni della sua console di gioco di punta, Switch, sono in ritardo a causa dell’impossibilità di ricevere alcuni pezzi di ricambio prodotti nelle fabbriche cinesi.

Oltre al calo del turismo nei Paesi della regione, ma anche nel resto del mondo (l’Italia è duramente colpita), è il rischio di una maggiore dipendenza dall’economia cinese, la cui fragilità è stata rivelata da questa crisi, che sta spingendo le aziende a considerare la delocalizzazione. Certo, questo fenomeno rimane marginale e il coronavirus in quanto tale non costituisce un fattore di rischio sufficiente per trasformare in profondità le catene di produzione. Ma il caso della Corea del Sud illustra la complessa interazione dei rischi e delle variabili economiche tra i vari Paesi. Con oltre 180.000 dipendenti in Corea del Sud, leader mondiale nella produzione di chip elettronici, Samsung è molto esposta all’economia cinese, anche se negli ultimi anni l’azienda sudcoreana ha approfittato dei bassi salari in India o in Vietnam per diversificare i propri centri di produzione. Tuttavia, secondo gli analisti, Samsung potrebbe essere duramente colpita dagli effetti economici del virus, portando ad un reale rischio di “caos” in tutto il paese.

Se solo uno dei principali produttori di parti di ricambio del Paese sospende la produzione, ciò si ripercuoterà sull’intera catena di fornitura, in quanto Samsung ha fornitori esclusivi per alcune parti”, ha dichiarato al Financial Times Kim Young-woo, analista di SK Securities. …] Al di là della costa sudcoreana, le continue interruzioni dell’approvvigionamento in Cina sono anch’esse un rischio, con Samsung che questo mese si è rivolta al trasporto aereo urgente di componenti di fabbricazione cinese per soddisfare la domanda nei suoi stabilimenti vietnamiti. Un colpo più ampio alla domanda economica globale è anche una minaccia.

Tuttavia, mentre l’esposizione dell’economia mondiale alla Cina è aumentata, rivelando le debolezze interne del regime, il modo in cui l’epidemia di coronavirus sta destabilizzando l’economia mondiale è indicativo del deterioramento della situazione geopolitica ed economica dopo la crisi del 2008. In effetti, le epidemie su grande scala non si sono manifestate con l’attuale globalizzazione capitalistica (si può pensare alla peste nera) e l’epidemia di SARS del 2003 ha avuto solo effetti relativamente contenuti sull’economia mondiale. Il ruolo della Cina non era certamente lo stesso all’epoca, ma la grande differenza deriva dal contesto economico globale: la “mutazione” principale non è tanto quella di questo nuovo virus quanto quella del capitalismo globalizzato.

 

Il virus di un’economia malata

Questo virus è il prodotto di un’economia malata. Infatti, dal 2008, il sistema capitalistico mondiale continua ad operare ad un tasso di crescita lenta di poco meno del 2% a livello globale. Incapace di trovare nuovi motori per la crescita, l’economia mondiale è tenuta a galla dagli stimoli fiscali, dal debito pubblico e privato e dai tassi di interesse pericolosamente bassi delle banche centrali. Di conseguenza, le principali misure di stimolo non sono riuscite ad aumentare i tassi di profitto; al contrario, gli investimenti delle imprese e la produzione manifatturiera rimangono lenti e in alcuni paesi sono addirittura in calo. L’economista marxista britannico Michael Roberts osserva: “Sembra che gli Stati Uniti si uniscano al Giappone e all’Eurozona per ristagnare o addirittura contrarre nel primo trimestre del 2020, e la Cina non ha ancora riferito l’intero impatto economico dell’epidemia di coronavirus”. Effettivamente, la Cina non doveva aspettare d’essere colpita dal coronavirus per vedere la sua crescita rallentare e sperimentare turbolenze politiche interne (dalle rivolte di Hong Kong alle elezioni a Taiwan).

In breve, il sistema economico globale si sta dimostrando poco resistente e capace di riprendersi da uno shock esterno o interno, come una crisi finanziaria o… un’epidemia. Inizialmente, quindi, i mercati finanziari hanno mostrato scarsa preoccupazione e si sono affidati a un rapido controllo del virus e a una ripresa della crescita sulla sua scia. Ma la situazione si è rapidamente aggravata con l’esplosione del numero di casi in tutto il mondo, con l’emergere di potenziali nuovi focolai. Roberts ha aggiunto:

Finora i mercati azionari globali hanno ignorato questo rischio, ritenendo che i tassi di interesse zero o negativi per l’indebitamento e la speculazione continuerebbero, grazie alla Federal Reserve degli Stati Uniti, e prevedendo inoltre che l’epidemia si dissipi entro la fine di questo trimestre in modo che le cose possano tornare alla normalità. Ma con la rinascita dell’epidemia al di fuori della Cina e la probabile lenta ripresa economica in Cina, nel mercato azionario c’è chi potrebbe accorgersi d’essere stato troppo ottimista. E non dimentichiamo che i profitti aziendali globali sono stagnanti, così come gli investimenti aziendali, la causa principale del rallentamento globale.

Il caso dell’Italia è emblematico di un’economia poco resistente e vulnerabile ai rischi. Il calo del turismo aumenta il rischio di vedere il Nord Italia sprofondare nel caos economico:

Per l’Italia, il coronavirus difficilmente avrebbe potuto verificarsi in un’area economica più vulnerabile. Le due maggiori regioni del nord del Paese, Lombardia e Veneto, rappresentano il 30% dell’occupazione e il 40% delle esportazioni. Milano è il centro economico e, ad est, Venezia è una mega attrazione turistica per un Paese che dipende dai visitatori per il 13% del suo prodotto interno lordo. Mentre il nord del paese è prospero, alimenta un paese altrimenti stagnante – un paese che non è cresciuto in 20 anni, ed è ora praticamente certo della sua quarta recessione dal 2008. 

Fine del multilateralismo e ritorno delle tensioni geopolitiche

In questo contesto, sarebbe infatti “razionale” affrontare un problema globale con una risposta globale coordinata. Come scrive Prabhat Jha, professore di Salute Globale all’Università di Toronto, sul Financial Times:

Nessun paese è in grado di far fronte da solo a pandemie che si diffondono rapidamente; dobbiamo sviluppare una risposta globale. L’accesso tempestivo ai dati è di vitale importanza. Il governo locale di Wuhan ha probabilmente perso l’occasione di fermare l’epidemia non agendo all’inizio di dicembre dopo aver rilevato un gruppo di infezioni polmonari tra i lavoratori di un mercato. […] Per affrontare questo problema, il mondo dovrebbe prendere in considerazione la creazione di un centro di sorveglianza globale, sulla falsariga dell’alleanza per i vaccini (Gavi), che ha avuto un enorme successo. Un centro di questo tipo, con sede presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma con responsabilità indipendente, fornirebbe ai paesi finanziamenti e assistenza tecnica durante le epidemie. […] I virus non rispettano i confini. La scienza deve anche andare oltre per implementare soluzioni globali che ci mantengano più sicuri, più sani e più ricchi.

I virus non conoscono confini. Il capitalismo nemmeno. Negli ultimi giorni si sono addirittura moltiplicate gli appelli della destra per la chiusura delle frontiere. Tuttavia, diversi esperti interrogati citano l’efficacia, se non nulla, almeno estremamente limitata di tali misure; per non parlare dei rischi di panico diffuso e dell’arsenale di sicurezza che serve come giustificazione per la militarizzazione dello spazio pubblico e il maggiore controllo delle classi popolari.

“Dal punto di vista della salute, potrebbe avere un impatto solo se fosse una misura perfettamente a tenuta stagna, il che è impossibile e quindi necessariamente inefficace”, ha detto a France Info Anne-Claude Crémieux, medico specializzato in malattie infettive all’ospedale Saint-Louis di Parigi. Un confine terrestre chiuso verrebbe inevitabilmente aggirato, sostiene. “La Cina ha creato un cordone sanitario attorno a città la cui popolazione è grande quanto quella italiana”, osserva Antoine Flahault, direttore dell’Istituto di salute globale della Facoltà di Medicina dell’Università di Ginevra in Svizzera. “Può aver rallentato un po’ l’epidemia, ma non è stato efficace nel limitare la diffusione del virus”. […] “Tutte le cosiddette misure sociali di distanza – che metteranno distanza tra persone infette e non infette – possono ritardare lo sviluppo e l’internazionalizzazione dell’epidemia, ma non pretendono di fermarla completamente”, continua Flahault. Senza un vaccino, senza antivirali efficaci, non possiamo pretendere di bloccare l’epidemia.

Ciò che queste misure reazionarie rivelano è lo stato di tensione geopolitica in cui si sta diffondendo il coronavirus. “Il coronavirus, come scrive lo scienziato geopolitico Pascal Bonifacio, è un affare geopolitico”. In un contesto di rinnovata tensione tra le grandi potenze, non sorprende vedere fiorire un discorso reazionario e xenofobo, o un trattamento dell’epidemia basato esclusivamente sulla sicurezza. L’era del conflitto tra grandi potenze segna la fine del “multilateralismo” coordinato dalla potenza militare statunitense. Ordinata dallo stesso Trump, questa inversione strategica fa parte della priorità data dal Dipartimento della Difesa statunitense alla lotta tra grandi potenze, al fine di contenere – ed eventualmente preparare – il conflitto con potenze come la Cina o la Russia. Così in Iran, uno dei centri del virus dove sono scoppiati diverse centinaia se non diverse migliaia di casi: in un clima di guerra in Medio Oriente, l’epidemia potrebbe devastare il Medio Oriente e diffondersi rapidamente in Africa, che finora è stata risparmiata.

Da una situazione economica degradata ai rischi geopolitici in un contesto di “multilateralismo” in via di deterioramento, ovvero l’insorgere di nazionalismi e conflitti tra grandi potenze, con fenomeni di crisi di ogni tipo, guerre e rivoluzioni, questo virus dimostra che la vera malattia non è biologica ma politica: è l’afflizione di un capitalismo in putrefazione incapace non solo di prevenire tali disastri, ma soprattutto di gestirli in modo efficace.

 

Ritorno ai confini: una soluzione reazionaria

Le frontiere sono una questione di lotte politiche tra grandi potenze, con diversi governi che moltiplicano misure molto visibili per arginare non tanto la diffusione del virus quanto le preoccupazioni della popolazione. La diffusione del virus è caratteristica dello “sviluppo ineguale e combinato” del capitalismo globale e dei limiti dell’internazionalizzazione del capitale. Il virus è emerso per la prima volta in Cina, e il regime del PCC probabilmente ha nascosto informazioni e soppresso i casi prima di dichiarare i primi casi ufficiali; con un ombrello mantenuto da una burocrazia reazionaria incapace di gestire una crisi di tale portata. Eppure i dilaganti profitti, il nepotismo e la corruzione del regime cinese non sono specifici: dall’Iran all’Italia, nessun paese capitalista è risparmiato dalle ricette di austerità che stanno distruggendo il sistema sanitario da un lato, e dalla mercificazione della biosfera dall’altro, portando alla destabilizzazione dell’ecosistema e alla diffusione e mutazione di virus sconosciuti. Per il momento, se le origini del virus rimangono sconosciute, ci sono buone probabilità che la pressione per ottenere un profitto e la mercificazione delle risorse sia un fattore di rischio maggiore, in particolare con la mercificazione della natura e degli animali nel caso del mercato di Wuhan, che è considerato un mercato enorme che vende tutti i tipi di animali vivi.

In questo contesto, il ritorno alle frontiere per limitare i rischi è stato sostenuto da politici come Marine le Pen, che ha aperto il fuoco su tutta la linea per imporre la propria agenda reazionaria. Tuttavia, qualsiasi ritorno alle frontiere, come dimostrano i dati sul ruolo accresciuto svolto dalla Cina, è una misura reazionaria; nessun ritorno alle frontiere è possibile senza una terribile crisi in un contesto di globalizzazione avanzata. Per di più, l’imposizione di misure di controllo colpisce specificamente e principalmente la classe lavoratrice – il caso della Cina lo dimostra perfettamente: il regime si affida all’epidemia per persistere nella sua politica di repressione e di arresti arbitrari. Come scriveva Lev Trotsky, la crisi del capitalismo può essere riassunta come la contraddizione tra l’internazionalizzazione della produzione e il mantenimento dei confini nazionali. Il passo in avanti non dovrebbe quindi essere il ritorno all’economia nazionale, quando le forze della produzione traboccano oltre i loro confini, ma l’avanzamento verso un regime socialista, basato sulla pianificazione economica e sulla gestione razionale delle risorse. Tuttavia, sebbene questa sia l’unica soluzione razionale e auspicabile, solo un cambiamento radicale del sistema economico permetterà di evitare l’esplosione e la diffusione di tali epidemie; e soprattutto, il prezzo da pagare è quello di una maggiore repressione della classe lavoratrice e dell’aumento delle soluzioni autoritarie.

Infatti, la Cina è diventata senza dubbio una potenza economica di primo peso, esponendo l’economia mondiale a rischi a essa connessi. Ma il coronavirus è arrivato a rivelare molti dei limiti interni del regime. Soprattutto, è la fragilità e la vulnerabilità del sistema geopolitico ed economico che il coronavirus mette in evidenza. Giocando sulle paure generate da un sistema economico irrazionale che è in gran parte fuori dal controllo della popolazione, la ciarlataneria e il cinismo dei politici è in aumento; da Marine le Pen, che pensa di poter controllare a distanza i sintomi del virus (che spesso è asintomatico), a Macron, che sta cercando disperatamente di farsi avanti mentre sta costantemente minando la sanità pubblica con le sue ricette d’austerità. Ma al di là delle fake news e della reale incertezza prodotta dal virus, è il capitalismo che rimane il vero male da trattare. Ancora oggi, il trattamento da somministrare ad esso è ben noto: né più né meno della rivoluzione.

Max Demian

Traduzione da Révolution Permanente