Donald Trump ha nominato il suo vice presidente responsabile della lotta al virus e invoca un paese “ermetico”. La sanità USA è però del tutto inadeguata a fronteggiare crisi sanitarie rilevanti.


L’allarme per la diffusione del coronavirus si diffonde nel continente americano. La notizia del primo caso rilevato in Brasile arriva un mese dopo i primi casi rilevati in Cina, quando il virus si è già diffuso in 44 paesi del mondo con 80.000 infezioni e 2.572 morti, secondo i dati aggiornati a mercoledì scorso.

Tutti gli occhi sono puntati sull’arrivo del virus negli Stati Uniti. Le autorità statunitensi non si chiedono se il coronavirus avrà effetti sul paese, ma quando e quanto. Il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) e l’Istituto sanitario nazionale hanno avvertito che l’arrivo del problema è “inevitabile” e che la popolazione deve prepararsi alle conseguenze di questa crisi, che, come minimo, prevederà sconvolgimenti quotidiani.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è rivolto al Paese mercoledì sera. In un breve discorso ha assicurato che il vice presidente, Mike Pence, sarà in prima linea nella risposta del governo al coronavirus.

“Metto al comando il nostro vicepresidente, Mike Pence. E Mike lavorerà con i professionisti”, ha detto Trump durante la sua apparizione nella sala riunioni della Casa Bianca.

Martedì, i funzionari del Centers for Disease Control and Prevention (CDC) hanno avvertito che il virus si sarebbe inevitabilmente diffuso negli Stati Uniti, anche se un consulente economico di Trump ha detto che sarà contenuto negli Stati Uniti, che saranno “ermetici”

“Non credo sia inevitabile”, ha detto Trump, dissociandosi dai commenti de funzionari del CDC. “Qualunque cosa accada, siamo totalmente preparati”, ha insistito Trump.

Finora le grandi potenze hanno concentrato le loro politiche contro la diffusione del virus su misure finora inefficaci, come la chiusura delle frontiere o la messa in quarantena di intere città (prendendo a modello le misure repressive in Cina), che non hanno fermato il virus ma hanno aumentato la xenofobia.

L’amministrazione Trump ha chiesto al Congresso un totale di 1,8 miliardi di dollari in finanziamenti d’emergenza per combattere il virus, compresi 1,25 miliardi di dollari in nuove risorse e trasferimenti dalla ricerca sull’Ebola. In totale, il governo stima un esborso di 2,5 miliardi di dollari. Inoltre, ha invitato le imprese e le istituzioni pubbliche ad adottare misure per ridurre al minimo il rischio di infezione. Ad esempio, propone di sostituire le riunioni di persona con le teleconferenze e di incoraggiare il lavoro da casa e, nel caso delle scuole, di annullare le grandi riunioni.

Il segretario alla Sanità degli Stati Uniti ha riconosciuto martedì che il governo ha una scorta di oltre 30 milioni di maschere, ma che potrebbe aver bisogno di 300 milioni di maschere per gli operatori sanitari.

Tutte queste misure sembrano poco efficaci, considerando che negli Stati Uniti più di 30 milioni di persone non hanno alcun tipo di copertura medica, un prodotto dei sistemi sanitari privati: nonostante l’ottimismo del governo, l’arrivo del coronavirus negli Stati Uniti solleva preoccupazioni per l’impatto su un Paese con un sistema sanitario che lascia milioni di persone senza copertura, e un maggiore impatto sull’economia globale, già colpita dalla prospettiva di un calo dell’economia cinese.

I siti economici specializzati, come il Financial Times, sostengono che i danni in Cina sono gravi e che incideranno seriamente sulle catene del valore globali, dato che la Cina rappresenta il 20% del PIL mondiale (molto più del 4% che aveva quando si è verificata l’epidemia di SARS nel 2003). A questo va aggiunto l’effetto che avrà sulle economie di Giappone, Corea del Sud e Italia. Ma la paura più grande è la possibilità che il contagio colpisca effettivamente gli Stati Uniti.

Lo scenario più ottimistico previsto da diverse analisi economiche prevede una rapida ripresa della Cina, consentendo livelli simili a quelli stimati prima dello scoppio del virus.

La realtà è che tale aspettativa sarebbe di un tasso di crescita annuale dell’ordine del 2,5-4% [inferiore a quello degli anni passati, ndt], il che sarebbe una grande sorpresa per la crescita globale e per le altre economie.

L’impatto dell’epidemia in America Latina comincia a colpire duramente le economie del Cile e del Perù. Gli analisti stimano che i danni già subiti dall’economia cinese a causa della quarantena di milioni di lavoratori colpiranno questi due paesi latinoamericani che concentrano il 40% della produzione mondiale di rame. Il Brasile teme anche l’effetto della crisi sanitaria subita dalla Cina, suo principale partner commerciale nella vendita di minerale di ferro e soia.

L’epidemia di coronavirus si aggiunge agli shock negativi che quest’anno colpiranno l’economia globale, come il rischio che le tensioni tra Stati Uniti e Iran si intensifichino nuovamente provocando un aumento del prezzo del petrolio o un’escalation delle tensioni tra Stati Uniti e Cina.

L’epidemia di virus solleva un allarme sanitario, ma anche uno più generale: quello del rischio di una recessione globale.

Diego Sacchi

Traduzione da La Izquierda Diario