La crisi causata dal coronavirus sta sicuramente portando alla luce gli aspetti più brutali e contraddittori di una società malata. Il modo in cui tale società può rispondere ai bisogni creati dall’emergenza è insufficiente e incoerente e a farne le spese sono soprattutto, come succede anche in tempi “di pace”, i più poveri, i più deboli e i più esclusi. Cosa vuol dire vivere in un’occupazione durante questa crisi sanitaria? Quali sono i nessi tra le lotte delle realtà occupate, le rivendicazioni sui posti di lavoro e l’emergenza sanitaria? Cercheremo di capirlo con Margherita Grazioli del Movimento per il Diritto all’Abitare, militante dei Blocchi Precari Metropolitani di Roma.


L’emergenza sanitaria che siamo vivendo sta colpendo in modo particolare i soggetti più deboli e meno tutelati della nostra società. Che vuol dire vivere in uno spazio occupato ai tempi del coronavirus e quali disagi causano le varie restrizioni imposte dal governo a chi vive in queste realtà?

Be’, rispetto all’impatto del coronavirus su chi vive all’interno delle occupazioni abitative romane metterei in luce tre aspetti principali: la questione della precarietà, la questione della solidarietà e del mutualismo e, infine, la questione che riguarda più direttamente il tema casa.

Sul tema della precarietà noi, come Movimento per il Diritto all’Abitare, abbiamo sempre affermato il legame indissolubile tra la questione delle occupazioni abitative e la precarietà lavorativa. Migliaia di persone dentro questa città svolgono lavori troppo precari e discontinui per potersi permettere di pagare un mutuo, un affitto, le bollette, mettere insieme il pranzo con la cena e vivere con dignità.

Ciò sta emergendo con grande chiarezza in questo periodo di quarantena. Moltissimi e moltissime occupanti sono impiegati in quei settori iperprecari che mandano di fatto avanti l’economia romana: dalla logistica alla cura della persona, passando alle pulizie, al lavoro negli alberghi, al lavoro di cura. Per molti e molte si è posto il problema di venire di fatto licenziati, di essere messi in cassa integrazione o in pausa dalla propria condizione lavorativa se si ha la fortuna di avere un contratto o, altrimenti, di ritrovarsi a casa senza sapere come portare avanti i propri impieghi già molto precari. Per chi continua a lavorare chiaramente c’è la paura di essere costretti e costrette ad andare al lavoro e a rischiare la propria salute, spostandosi sui mezzi pubblici e andando a lavorare laddove spesso non ci sono presidi sanitari. Per chi lavora nella logistica – moltissimi occupanti lavorano nei magazzini della logistica – c’è la possibilità di esprimersi più collettivamente attraverso le vertenze espresse da sindacati come il SI Cobas. Per chi va a fare le pulizie o lavora come badante o babysitter, esprimere un’istanza sindacale diventa molto più complesso e ci si trova davanti al ricatto di decidere se tenersi il lavoro o rischiare la propria salute.

Mi farebbe anche piacere dire che, all’interno della campagna Vogliamo Tutto, stiamo collezionando una serie di testimonianze di persone che vivono all’interno delle occupazioni e che raccontano, attraverso dei video la loro storia, la loro condizione in questa particolare congiuntura storica portando avanti la richiesta del reddito di quarantena, oltre agli altri punti della campagna: accesso alla sanità, astensione dal lavoro, blocco degli sfratti e degli sgomberi, etc.

Il che ci porta al secondo punto che dicevo prima: la questione del mutualismo. Dentro occupazioni le pratiche di mutualismo e di sostegno a chi è più debole, a chi è solo a chi è sola, sono pratiche quotidiane e consolidate e in questo momento consentono di sentirsi meno la solitudine pur restando all’interno delle proprie abitazioni. Per esempio chi ha condizioni di salute fragili e non è in condizione di fare la spesa può contare sul proprio vicino e sulla propria vicina che va a fare la spesa e a svolgere commissioni. C’è comunque un rapporto di solidarietà che mantiene la vita quotidiana dentro le occupazioni e consente, in questo particolare momento, di tutelare esattamente quelle persone che sono più fragili o per condizioni di salute o per condizioni lavorative; mutualismo può anche voler dire fare la spesa per chi in questo momento sta a casa e non ha letteralmente di che vivere. Sono aspetti che noi valorizziamo e che vanno sicuramente in controtendenza rispetto all’individualismo, al menefreghismo e anche all’istinto di delazione e distanziamento sociale dagli altri, nel senso proprio di allontamento anche dalle esigenze degli altri, che si sta registrando in questo momento.

L’ultimo aspetto che dicevo è la questione più strettamente legata alla questione abitativa. Soprattutto in questo momento dentro le occupazioni si sta facendo una riflessione molto attenta sul fatto che la casa è un problema non di ordine pubblico ma di sicurezza sociale. Tutto questo oggi sta emergendo con forza. Se il piano sgomberi che era stato immaginato fosse andato avanti, se si fosse continuato con la politica degli sgomberi come il prefetto era intenzionato a fare, in questo momento ci ritroveremmo migliaia di persone in strada, compresi bambini e bambine, che di sicuro non avrebbero l’opportunità di ottemperare al tanto ripetuto e sbandierato “io resto a casa”, o “restiamo a casa”. Per restare a casa una casa bisogna avercela. In questa città decine di migliaia di persone non sono in grado di supportarsi dentro il mercato privato dell’occupazione né riescono ad avere accesso alla casa popolare. Le occupazioni sono state letteralmente un salvavita per decine di migliaia di persone e questa situazione lo sta dimostrando in modo chiarissimo e incontrovertibile. Per questo chiederemo che il blocco degli sfratti e degli sgomberi venga predisposto ben oltre la data contenuta nei decreti e che quelle norme che vanno a intaccare e discriminare la vita di chi sta nelle occupazioni, come l’art. 5 del decreto Lupi-Renzi, vengano abolite immediatamente.

L’articolo 5 del decreto Lupi-Renzi, negando la residenza a chi vive in spazi occupati, nega di fatto molti diritti fondamentali, come ad esempio il voto o l’assistenza di un medico di famiglia. In che modo ciò aggrava la situazione di cui ci stavi parlando?

Evidentemente la mancanza del medico di famiglia costituisce un grosso problema anche rispetto alle modalità di assistenza sanitaria che si stanno delineando a causa di questa. Come giustamente si diceva l’art. 5 impedisce a chi non ha la residenza in quanto occupante di avere accesso al medico di famiglia e persino, ai bambini e bambine degli occupanti, di avere un pediatra. In questo periodo ci viene ripetuto costantemente di non recarci al pronto soccorso, di rivolgerci primariamente al medico di base, si parla addirittura di telemedicina, un’app che dovrebbe collegare il medico di base al proprio assistito qualora ci fosse la necessità dell’isolamento domiciliare. Questa cosa a chi vive dentro le occupazioni e non ha la residenza è assolutamente preclusa. In condizioni di “normalità” una persona che vive all’interno delle occupazioni deve andare al pronto soccorso se sta male, perché non ha un medico di base. Questo ci pone la prima contraddizione.

Inoltre, l’abbiamo sempre detto, l’art.5, è una minaccia non solo perché non permette di curare con costanza la propria salute, e quindi nega un diritto che dovrebbe essere universale, ma anche perché contrasta con le tanto decantate esigenze di controllo e sicurezza. La residenza, ricordiamolo, dovrebbe essere in teoria un semplice dichiarare un dove si vive: niente più di questo. Il fatto di impedire a una persona di dire dove vive è incompatibile col principio per cui chi sta a casa e ha il coronavirus, o in generale sta male, deve poter essere monitorato e controllato in isolamento domiciliare. Come fa un medico, o una autorità sanitaria, a controllare qualcuno che non ha la residenza anche se da qualche parte evidentemente vive? Come abbiamo detto a più riprese nel corso delle mobilitazioni che in questi mesi ci hanno visto, come dire, strappare l’approvazione di una legge regionale e di una sanatoria per gli occupanti delle case popolari in corner rispetto allo scoppio dell’emergenza, l’articolo 5 continua a rimanere un ostacolo sul tavolo che non consente a decine di migliaia di persone di avere in questa città solamente accesso alle cure ordinarie. L’emergenza del coronavirus mostra nel modo più evidente che questa è una cosa ingiusta e pericolosa; è un modo di punire i poveri colpendoli sul piano della sulla salute, penalizzando proprio quelle persone più fragili che avrebbero bisogno di assistenza continua, oltre che i bambini e le bambine.

Durante l’ultimo decennio abbiamo assistito a una stretta repressiva nei confronti degli spazi occupati, a scopo abitativo e non. Quali prospettive di lotta si stanno mettendo in campo per far fronte a quest’attacco e quali possibili scenari di lotta si delineano dalla fine dell’emergenza sanitaria?

Avere a mente degli scenari precisi e ben delimitati è complesso in questo momento. Sicuramente quest’emergenza è arrivata in un momento in cui si è riusciti a porre un tassello, per quanto insufficiente, sul tema abitativo, ovvero la nuova legge regionale per l’emergenza abitativa di cui dicevamo, che riserva una quota di edilizia pubblica residenziale all’emergenza abitativa e in caso di sgomberi, e la questione della sanatoria. Bisognerà continuare a portare avanti questo percorso mettendo sul piatto il tema delle risorse. È ovvio che queste norme rimangono carta straccia se non si inizia ad affrontare il tema del patrimonio, ossia ci deve essere patrimonio di edilizia residenziale pubblica per poter dare una casa a coloro che dovrebbero uscire dagli immobili occupati. Questo si dovrebbe fare attraverso il recupero degli immobili vuoti iniziando a fare un discorso serio sull’invenduto, sul privato e sul costruito, perché questa città non ha bisogno di ulteriori colate di cemento e, soprattutto, la questione abitativa è estremamente pressante ora ed evidentemente non si possono attendere anni affinché nuove case popolari siano costruite, magari ai margini estremi della città e fuori dal Grande Raccordo Anulare, quando la città è piena di palazzi vuoti, inutilizzati, sia pubblici che dei grandi costruttori.

Il secondo tema sarà un tema dirimente nel medio-lungo periodo, quando finirà questa crisi. Come Movimento per il Diritto all’Abitare non parliamo solo di casa perché riteniamo che la casa sia un tassello fondamentale di un più ampio panorama urbano che è fatto di diversi diritti: il diritto ad un reddito e ad un lavoro degni, l’accesso alla sanità e la tutela di diversi diritti. È evidente che quando sarà finita questa crisi non potremo far altro che potenziare il messaggio che abbiamo sempre dato sulla questione della sanità e non solo: bisogna smettere di regalare soldi al privato in tutti i settori del welfare, dalla sanità all’abitare, smetterla di privilegiare gli interessi privati sulla salute dei lavoratori e delle lavoratrici. Questi sono sicuramente temi che andremo ad aggredire e ad affermare. Così come – anche questo non è un tema nuovo per noi – in questo momento particolare penso si sia capito in modo inequivocabile che le risorse, quando vogliono, ci sono e che vanno indirizzate sul welfare, sulla sanità, sull’istruzione e sulla casa e non dilapidate per i privati e per grandi opere inutili. In ultimo stiamo facendo ciò che è possibile, chiaramente in modo virtuale in questo momento, sulla questione repressiva. Il tema delle carceri ci trova solidali con coloro che, vittime della repressione, in questo momento stanno vivendo un’esperienza di coronavirus ancora più terribile.

In ultima istanza, come accennavo prima, stando all’ultimo decreto ministeriale gli sgomberi e gli sfratti dovrebbero essere fermati fino al 30 giugno. Noi però non vogliamo e non possiamo immaginare uno scenario in cui dopo il 30 giugno si riparta come se niente fosse successo con un piano di sgomberi delle occupazioni, mettendo persone in mezzo alla strada o privando questa città di spazi sociali importanti per le esperienze di solidarietà e di mutualismo e per la costruzione di una socialità diversa. Il decreto riguarda i provvedimenti di sfratto già in essere ma con questa crisi ci possiamo immaginare che, nel giro di pochissimo tempo, moltissimi nuclei famigliari si troveranno in condizione di non potersi più pagare un affitto e diventeranno nuovi sfrattandi. Da questo punto di vista gli sfratti e gli sgomberi non vanno fermati fino al 30 giugno; vanno fermati definitivamente, per permettere alle persone di poter campare e per questo batteremo sulla rivendicazione del reddito di quarantena e sui 5 punti che stiamo spingendo, per ora virtualmente, rispetto alla campagna Vogliamo tutto.

Saprai sicuramente che nel mondo della logistica c’è una campagna di scioperi, portata avanti dal SI Cobas, per l’astensione dal lavoro a salario pieno pagato dai padroni. Questo tipo di rivendicazione e di lotta ti trova d’accordo?

Diciamo che questa è anche una nostra lotta, non tanto e non solo perché ne condividiamo fino in fondo i presupposti e i messaggi ma perché moltissime delle persone che vivono dentro le occupazioni lavorano dentro i magazzini della logistica e sono sindacalizzati con il SI Cobas. Per questo noi da diversi anni partecipiamo agli scioperi e alle mobilitazioni di questo sindacato. Durante l’ultima mobilitazione, quella dei lavoratori della Peroni, la grande maggioranza dei facchini era composta da occupanti dell’occupazione di Collatina o di altre occupazioni di zona. Questo ci fa capire ancora una volta che, come dicevo prima, quando si lavora in settori iperprecari e ipersfruttati, dove non viene garantita la sicurezza minima sia in termini salariali che della salute, è del tutto evidente che poi non si avranno i mezzi per pagare un affitto, le bollette, per mangiare e quant’altro.

Le occupazioni, quindi, sono parte effettiva di questa campagna di sciopero esattamente perché le persone che lavorano all’interno di quei magazzini in molti casi sono occupanti e giustamente tra le preoccupazioni che queste persone hanno c’è la salute loro, delle loro famiglie ma anche delle persone con cui vivono all’interno dello stesso stabile. Per questo per noi non si tratta di semplice condivisione ma di una nostra battaglia che costruiamo sui territori e poi, a livello nazionale, sviluppiamo dentro la campagna Vogliamo Tutto.

 

Alessandro Ventura