La politica del governo italiano in risposta alla crisi sanitaria si è basata per settimane su misure palesemente filo-padronali unite da una retorica di “unità nazionale”. Ieri, convocato dal sindacato USB, il primo giorno di sciopero generale dalla diffusione del Coronavirus ha riunito vari settori della lotta dei lavoratori che hanno già risposto alla politica del “business as usual”.


L’Italia è uno dei paesi più colpiti dalla pandemia del Coronavirus: ieri la conta ufficiale è di 57.500 contagiati e 7.500 morti. Il sistema sanitario è già oltre la sua massima sopportazione e la scelta di non centralizzarlo, confiscando la sanità privata, ha solo peggiorato la situazione.

L’ondata di paura che i media e il governo hanno diffuso per convincere la popolazione a rinchiudersi in casa – con la “piccola” eccezione di oltre dieci milioni di lavoratori – si è ritorta contro di questi: nel movimento operaio si è diffusa rapidamente la rivendicazione della chiusura delle attività inessenziali e del pieno pagamento del salario a tutti i lavoratori in quarantena, con più misure di sicurezza (al momento, assenti in molti posti di lavoro) nelle attività che rimangono aperte.

Di fronte al mancato rispetto della promessa, da parte del governo, di chiudere tutte le attività non essenziali, il sindacato di base USB ha confermato la giornata di sciopero generale di ieri che aveva  già in programma. Il sindacato ha così motivato la sua iniziativa:

Il nuovo decreto varato domenica sera dal presidente del Consiglio Conte è il frutto avvelenato del veto dei padroni a un reale blocco della produzione di tutto ciò che non ha a vedere con l’emergenza e la sicurezza della vita delle persone. Cedere ai diktat di Confindustria e delle altre associazioni datoriali è una responsabilità gravissima che aggraverà il costo di vite umane che il nostro Paese sta già pagando, assunta per garantire alle imprese di poter tornare a fare profitti.

Non è forse evidente che l’estensione dei contagi e del numero delle vittime si registra proprio nelle zone dove è più forte l’insediamento produttivo e dove, vista la cinica ostinazione dei datori di lavoro, migliaia di lavoratori sono costretti a trasmettersi il virus e in alta percentuale ad ammalarsi?

Per USB non solo rimangono intatti ma oggi diventano paradossalmente ancor più rilevanti quei caratteri di urgenza e di emergenza che l’hanno indotta a proclamare uno sciopero generale per mercoledì 25 marzo affinché tutte le attività effettivamente non indispensabili si fermino ed in difesa di tutti i lavoratori che comunque dovranno continuare a rimanere in servizio, perché si adottino veramente tutte le tutele di cui hanno diritto.

Abbiamo chiesto al Presidente del Consiglio di essere ricevuti per rappresentargli la drammatica situazione di tantissimi lavoratori, a cominciare da quelli della Sanità, costretti a operare spesso in condizioni insopportabili e affinché si definiscano con chiarezza le sanzioni per i datori di lavoro inadempienti. Non accetteremo che Confindustria detti le regole a tutto il paese e che stabilisca di fatto qual è la cifra accettabile di morti che dovremo sopportare.

Invitiamo tutti lavoratori a partecipare allo sciopero generale nelle forme e con le modalità che oggi sono possibili, salvaguardando la tutela dei cittadini.

Quanti morti ci vogliono ancora per indurre i sindacati complici a fare il loro mestiere visto che i padroni il loro lo sanno fare benissimo da soli?

CHE IL 25 MARZO DIVENTI GIORNATA NAZIONALE DI SCIOPERO GENERALE DI TUTTI E TUTTE!

Questa mossa, insieme alla pressione forte di un ampio settore di base operaia dei grandi sindacati confederali, ha portato governo e dirigenti di CGIL, CISL e UIL a parlarsi in una riunione-fiume tra 24 e 25 marzo, arrivando alla definizione di un accordo per la chiusura di un settore più ampio di aziende. Questi sindacati hanno così revocato qualsiasi appoggio allo sciopero – prima avevano, con un comunicato vago e ambiguo, “dato il permesso” ai lavoratori di intraprendere iniziative di mobilitazione e sciopero per la giornata di ieri.

Su pressione dei propri iscritti, nelle due regioni fondamentali di Lazio e Lombardia, i settori dei metallurgici, dei chimici, dell’industria cartiera hanno scioperato, con gli stessi sindacati confederali costretti a riconoscere il successo dello sciopero, con adesioni tra il 60% e il 90%.

La giornata di sciopero, nel suo insieme, ha visto un’adesione molto più larga di quella degli iscritti di USB (poche decine di migliaia, in maggioranza dipendenti pubblici): ad esempio, oltre 400 infermieri hanno firmato un appello invitando tutti coloro che non lavorano in settori essenziali (come, appunto, il personale medico) a scioperare, e aderendo essi stessi con un minuto simbolico di sciopero, diffondendo l’hashtag #scioperaperme.

Nel caso dell’Ilva di Taranto, con la scusa della necessità di mantenere acceso l’altoforno, l’azienda ha “comandato” il lavoro a molti, di fatto negando il diritto di sciopero.

Abbiamo dato mandato ai nostri legali di denunciare quella che riteniamo essere una condotta antisindacale per lesione del diritto di sciopero, con richiesta di un risarcimento pari a 1 milione di euro, somma che devolveremo ai lavoratori che non hanno potuto esercitare tale diritto e alle loro famiglie

denuncia Franco Rizzo, coordinatore provinciale di USB a Taranto.

La Commissione di garanzia sul diritto di sciopero ha ha contestato a USB la proclamazione dello sciopero, adducendo ragioni di sicurezza legate alla pandemia, e riservandosi di emanare sanzioni contro il sindacato – una minaccia che era riuscita, di fatto, a disinnescare le mobilitazioni dell’8 marzo e lo sciopero generale che avrebbe dovuto tenersi il 9 marzo.

Non sembra, però, che le manovre del governo, le minacce anti-sciopero e la politica di multe di massa a chi esce di casa possano fermare così facilmente quest’ondata di lotta operaia. Mentre i lavoratori continuano a contagiarsi e a morire, alla cura medievale della quarantena di massa, con pochissimi tamponi eseguiti, il governo alterna un’escalation della repressione del tutto immotivata dalla crisi sanitaria in sé: mentre vengono inviati i militari a spasso per le città quasi come se ci fosse un coprifuoco da legge marziale, ieri si è arrivati a circa 120.000 multe (di circa 200 euro) a chi esce di casa “senza giusto motivo” – valutazione che le forze dell’ordine possono fare arbitrariamente. Così come, secondo l’accordo governo-sindacati, il rispetto delle nuove misure di sicurezza può essere autocertificato dalle aziende stesse, con l’ispezione dei prefetti (noti esperti di medicina) e il sostegno delle burocrazie sindacali territoriali – uno scherzo tragico che costerà altri morti.

È invece necessaria la diffusione di comitati per la sicurezza e l’igiene e in tutte le aziende rimaste, composti esclusivamente da lavoratori e senza alcuna ingerenza del governo. E’ necessario che i lavoratori stessi stabiliscano le condizioni e i tempi di lavoro adatti a contenere il contagio.

Lo sciopero va allargato e rilanciato a oltranza, saldandosi innanzitutto con la lotta in corso da due settimane nella logistica, per imporre la chiusura reale delle attività non essenziali, e tutte le misure urgenti che sono necessarie non per gli industriali, ma per la classe operaia e per le masse popolari.

 

Giacomo Turci