L’immaginario di un futuro fatto di belle speranze, di stabilità e certezze, trasmesso dalle vecchie generazioni ai giovani d’oggi, s’infrange con un presente di precarietà e disoccupazione che la crisi del coronavirus peggiorerà ancor più.

Il modello sociale della sistemazione per tutti, e la realtà dei giovani di oggi

Una casa indipendente, una famiglia, un lavoro a tempo indeterminato, una macchina, una vacanza minimo una volta all’anno… Queste erano possibilità diffuse di benessere di cui hanno potuto godere le generazioni delle classi medio-basse nate grosso modo tra il Dopoguerra e gli anni Settanta, specie nel Nord Italia.

Oggi, seppur a livello culturale la società si richiami ancora a queste conquiste facenti parte della retorica individualista borghese e di quella conservatrice del mondo cattolico, a livello materiale i giovani di oggi, in particolare i post–Millennials (nati dal 1995 in poi) nella maggioranza dei casi riescono a malapena a soddisfare una di queste. Se per la maggior parte degli over 50 e 40 gli obiettivi di vita a cui ognuno dovrebbe aspirare rientravano in questo percorso abbastanza rigido e dedito alla sottomissione del volere altrui o della società, per cause di forze maggiore le nuove generazioni, dovendo fare i conti con una situazione economico–sociale in continuo mutamento e peggioramento, hanno dovuto riadattare il loro stile di vita mettendo in discussione tutto il modello precedente. Come risposta a questa enorme contraddizione si è riportata quindi alla luce quella subcultura che potremo definire in parte filo-sessantottina, che ha ricreato quel gap culturale tra le nuove e vecchie generazioni. Ma il tutto non è altro che la ovvia conseguenza di un gap economico. Secondo l’Ocse, infatti, negli ultimi trenta anni il gap tra le vecchie e nuove generazioni in Italia si è allargato. Il tasso di occupazione tra il 2000 e il 2016 è cresciuto del 23% tra gli anziani di 55 – 64 anni, dell’1% tra gli adulti di età media (55 – 25 anni) ed è crollato dell’11% tra i giovani (18 – 24 anni).

 

Dall’emancipazione fragile dell’università a un orizzonte di precarietà e disoccupazione

Le nuove generazioni si sono così ritrovate costrette a vivere sulla pressione di due modelli sociali di cui il primo riprodotto solo culturalmente, perlopiù entro la sfera familiare, e il secondo invece riprodotto sul piano concreto in una sfera sociale ben più vasta. L’impossibilità di veder realizzare il primo a causa delle incertezze materiali del secondo modello sociale, ha spesso visto categorizzare, da diverse voci, quest’ultimi come degli scansafatiche, come una gioventù bruciata, come dei bamboccioni… e nella maggioranza dei casi anche da per sé sul piano psicologico si sono sentiti parte di queste categorizzazioni con ripercussioni non certo da sottovalutare. Una società che ha ereditato e si è adagiata su un modello di vita rigido basato su uno schema ben definito e quindi su delle certezze impostegli, non è abituata a vedere il fallimento. Ma il fallimento di sé stessi era già insito anche nel modello di vita precedente, con l’unica differenza che tutta l’impalcatura riusciva a reggere abbastanza bene dalla fragile situazione economica. Oggi invece quell’impalcatura non regge più e la società capitalista con cui i giovani si interfacciano è diventata per certi versi molto più spietata, molto più concorrenziale e molto più fluida. Le aspettative rimangono le stesse ma i risultati e i percorsi di vita per la maggior parte non sono per nulla scontati. Se fino ad un paio di anni fa ci si allontanava dalla famiglia solo dopo aver ottenuto delle certezze economiche e morali, quali il matrimonio, e solitamente ciò avveniva non oltre i 30 anni, oggi lo si fa perlopiù per motivi di studio senza indipendenza economica e in molti casi anche su distanze maggiori. Secondo i dati Istat tra le generazioni nate prima degli anni ’40 solo 4 uomini su 10 non avevano ancora avuto esperienza di lavoro all’età di 20 anni, ma tra i nati agli inizi degli anni ’90 questa condizione riguarda invece 6 giovani su 10. La sempre più difficoltosa entrata nel mondo del lavoro ha favorito per molti la scelta di una continuità negli studi. Oggi in Italia gli studenti universitari sono circa 1681146 contro i 226543 degli anni ’50. Vi sono poi giovani laureati o diplomati che vanno all’estero (Istat – nel solo decennio 2008 – 2018 sono stati 816000) e ce ne sono poi tanti altri che si spostano in altre zone d’Italia come studenti fuori sede o anche per il solo fatto di allontanarsi dalla famiglia di origine seppur costretti a vivere in affitto.

Prendo il mio caso, uno fra tanti di quelli che si trovano trasmesso un modello sociale assolutamente non più aderente alla società com’è oggi: 24 anni, madre postina, padre che negli ultimi anni si è aperto una partita IVA, quindi una famiglia di lavoratori che “classicamente” tende a stabilirsi nel ceto medio, ma dove è presente il fenomeno di impoverimento e precarizzazione dei ceti medio–bassi e del fenomeno di allontanamento dalla famiglia. La mia sorella maggiore ed io, grazie alle condizioni dei nostri genitori, abbiamo potuto godere di una serie di comfort che i nostri genitori, alla nostra età, non avevano a disposizione: dopo il diploma come geometra, ho avuto la possibilità di accedere a una borsa di studio e di poter frequentare l’università, scienze della formazione: a Rimini, ma ero nelle condizioni materiali di poter scegliere una sede molto più lontana.

È proprio nel periodo universitario, dove in genere si è ancora molto dipendenti dai genitori ma si possono sfruttare spazio di autonomia quotidiana ben diversi, che, a differenza di anni e anni fa dove l’aggregazione più politicizzata era molto più diffusa e consolidata anche negli anni delle scuole superiori, questa gioventù, precaria e lanciata verso un futuro radioso che per moltissimi semplicemente non è a disposizione, cozza contro la realtà dei fatti, ne prende atto, la critica. Personalmente, proprio in quel periodo ruppi con le vecchie idee di sottomissione al “sacro” datore di lavoro, legate alla retorica cattolica. E sperimentai la precarietà comune per la gioventù di oggi, a partire da un paio di mesi come cameriere in nero, sottopagato: quel “di più” necessario a mantenere quella minima socialità possibile quando si è studenti. Anche l’acquisto di una utilitaria – non chissà quale automobile – è stato uno sforzo, peraltro condiviso da mia madre e mia sorella (in completa contraddizione col mito di “una macchina a testa”), in contrapposizione con mio padre che su questo faceva capo a sé e si occupava della sua macchina nuova.

A differenza di quanto dicono, con grande sprezzo della realtà, i vari promotori dell’università, la precarietà inizia in quegli anni, ma per tantissimi non è che l’inizio: per me significò un periodo come dipendente di Burger King a tempo determinato, pagato con solo 800€ al mese, e qualche panino avanzato.

Cibo spazzatura certo, ma quando esci stanco a mezzanotte dal lavoro ti fai andare bene anche quello.

Ci lavorerò per circa sei mesi, da ottobre ad aprile, con l’illusione di un contratto a tempo indeterminato e il progetto di potersi finalmente prendere una stanza in affitto a Rimini assieme ad un amico per pagare di meno. Ma l’azienda pensava diversamente, imponeva una turnistica con preavvisi da caporalato a cui mi ribellavo: il contratto non si rinnovò. Proprio la mobilità “totale” che non ho mai avuto, a differenza del mito della Romagna super-motorizzata (stendiamo un velo pietoso sul trasporto pubblico), mi rendeva difficile trovare e mantenere un lavoro stagionale in Riviera, pur abitando nell’entroterra, ma non così distante dal mare. Accettare lavori full time avrebbe reso complicato e frustrante gestire una vita quotidiana che non prevedesse solo il lavoro.

Trovai e accettai comunque un lavoro in un’industria dolciaria della zona – una cose che, come accade a tantissimi giovani, non c’entrava assolutamente nulla con i miei studi, come il precedente lavoro, d’altronde. Il lavoro era faticoso a livello fisico, ma l’orario e la retribuzione di 1100€ netti non erano male rispetto ai molti lavori che trovavi in giro. Era comunque un contratto a tempo determinato: non ci si potevano fare progetti sopra. La possibilità che mi si presentò di prendere in affitto un appartamento a Roma insieme a diversi amici che vi si stavano trasferendo, da una parte ha cambiato tutto – lasciare dietro di sé l’ambiente deludente e stantio della provincia, non dover più sostenere lo scontro quotidiano familiare – dall’altra non risolveva certo il problema della precarietà, della conquista di un lavoro con cui mantenersi pienamente.

Dopo circa trecento contratti inviati sia online che via cartacea, trovai lavoro come magazziniere per Amazon con contratto sotto agenzia interinale e part time. Ben cosciente che quello non sarebbe stato il lavoro della vita, e che non volevo scartare il progetto di seguire degli studi in cinematografia, firmai il contratto e per circa tre settimane lavorai in un hub della capitale: ho già scritto com’è andata a finire. In una situazione di intermittenza del lavoro di questo tipo, è evidente e incontestabile come la mancanza di qualsiasi misura di stralcio o quanto meno sospensione del pagamento dell’affitto, da parte del governo Conte, sia un crimine che contribuisce a far affamare molta povera gente, e specialmente molti giovani che si trovano improvvisamente senza lavoro e i condizioni di estrema difficoltà nel trovarne uno nuovo. Se a livello internazionale è partita un campagna di “sciopero dell’affitto”, non c’è da meravigliarsi. Intanto, l’attuale situazione economica italiana si prospetta per noi proletari ben peggiore di quella che c’era prima: la riduzione dei consumi, dei PIL e dei posti di lavoro nel 2020 è un dato ormai confermato da qualsiasi studio. Non è ancora prevedibile precisamente quali conseguenze questa nuova fase di recessione e crisi economia potranno esserci per tanti giovani rimasti disoccupati: è certo però che c’è tutta l’intenzione, da parte dei padroni, di far pagare a noi la loro crisi, e dobbiamo organizzarci e lottare per non permetterglielo.

Lorenzo De Girolamo