Alcuni dicono che il marxismo è interessato solo ai problemi economici e ignora l’oppressione. Ma la rivoluzione russa ha mostrato come i marxisti hanno cercato di porre fine all’oppressione delle donne socializzando il lavoro riproduttivo. Essi credevano che le relazioni dovessero essere basate esclusivamente sull’amore, non sulla coercizione sociale. Ce ne parla Tatiana Cozzarelli, redattrice del nostro giornale gemello statunitense Left Voice.


Al college, ho letto molti teorici che definivano il marxismo “riduzionista di classe”. Sostenevano che il socialismo attacca solo i problemi economici e ignora l’oppressione. Ma, quando ho iniziato a studiare il marxismo, ho scoperto che questi pregiudizi su Marx che si rivolge solo alla classe sono lontani dalla verità.

Fin dall’inizio, i marxisti hanno affrontato la questione dell’oppressione di genere – a volte con più chiarezza, a volte meno, ma sempre discutendone. Una breve panoramica: Nel 1879, August Bebel scrisse “La donna e il socialismo(qui pdf scaricabile). Nel 1884, Friedrich Engels scrisse L’origine della famiglia, la proprietà privata e lo Stato, in cui traccia il legame dell’oppressione di genere alla creazione della proprietà privata. Egli sostiene che non c’è nulla di biologico nel patriarcato, nella monogamia o nell’unità familiare biparentale. In seguito, Clara Zetkin è stata la redattrice del giornale femminile del Partito socialdemocratico tedesco, “Eguaglianza”. Si è battuta affinché le donne diventassero soggetti della lotta contro il capitalismo e il patriarcato.

Ma per me è la Rivoluzione russa che meglio illustra le idee marxiste realizzate in relazione alla lotta contro il sessismo e per i diritti delle donne. Dimostra che per i principali pensatori marxisti, come Lenin e Trotsky, la rivoluzione da sola è stata insufficiente a liberare la società dal patriarcato. Piuttosto, la rivoluzione fu solo l’inizio di una profonda trasformazione sociale del ruolo delle donne nella società, così come una trasformazione di tutti i valori sociali e culturali. Lo dimostrano le leggi promulgate dal partito bolscevico che ha guidato la rivoluzione, così come gli ampi dibattiti sui diritti delle donne all’interno del partito.

Eppure, come ha detto Lenin, l’uguaglianza nella legge non significa uguaglianza nella vita. Come risultato della guerra civile che seguì la rivoluzione e dell’isolamento a livello internazionale del primo stato operaio, le condizioni economiche per l’uguaglianza delle donne non esistevano. In queste terribili circostanze lo stalinismo ha preso piede, cancellando le vittorie dei lavoratori e soprattutto le vittorie delle donne conquistate durante la rivoluzione russa. L’emergere dello stalinismo ha creato la falsa idea che il marxismo, e più in generale il socialismo, non siano interessati al sessismo e al patriarcato.

 

Le donne come scintilla della rivoluzione russa

Il contesto della rivoluzione russa del 1917 è uno scenario di completa miseria per il paese e il suo popolo. La Russia aveva attraversato una serie di conflitti: con il Giappone nel 1904-05, una rivoluzione fallita nel 1905 e la prima guerra mondiale nel 1914. Durante la guerra mondiale, i prezzi salirono del 131% a Mosca e le donne hanno passato ore ad aspettare al freddo pungente i beni di prima necessità come il grano e lo zucchero.

Marx credeva che la rivoluzione socialista sarebbe iniziata nelle nazioni industrializzate avanzate. La Russia, tuttavia, era molto indietro rispetto alla potenza economica e produttiva di paesi come la Germania. I contadini costituivano l’80% della popolazione – per lo più analfabeti e isolati dai dibattiti politici nelle città. La vita contadina si basava su una rigida divisione del lavoro e alle donne veniva insegnato ad essere obbedienti al padre e poi al marito. Solo dopo il 1914 fu permesso alle donne di separarsi dal marito, ma solo con il permesso di un uomo; allo stesso modo, le donne potevano ottenere un passaporto o un lavoro solo con il permesso di un uomo.

Nelle città russe c’era un proletariato poco numeroso ma forte. La prima guerra mondiale ha avuto un ruolo importante nell’aumentare il peso delle donne lavoratrici nel proletariato russo: mentre gli uomini andavano in guerra, sempre più donne si univano alla forza-lavoro. Le donne costituivano il 26,6% della forza lavoro nel 1914, ma quasi la metà (43,4%) nel 1917. Oltre alle miserabili condizioni di lavoro, le lavoratrici industriali si trovavano ad affrontare anche la disuguaglianza di genere. Guadagnavano salari più bassi e non potevano organizzarsi negli stessi sindacati dei loro colleghi maschi.

Tuttavia, le donne sono state la scintilla che ha innescato la rivoluzione russa, che avrebbe rovesciato lo zar e creato le condizioni per l’ascesa al potere dei bolscevichi. Alla fine del febbraio 1917, le donne delle fabbriche di Pietrogrado lasciarono i loro posti di lavoro per recarsi nelle fabbriche vicine, invitando anche gli uomini a lasciare il lavoro e ad unirsi allo sciopero. Il giornale bolscevico Pravda ha dichiarato: “Il primo giorno della rivoluzione è la Giornata della donna, la giornata internazionale della lavoratrice! Onore all’Internazionale! Le donne sono state le prime a percorrere per prime le strade di Pietrogrado in quel giorno”.

Dopo la rivoluzione di febbraio, i lavoratori organizzarono assemblee di delegati, chiamate soviet, per prendere decisioni sul fiorente movimento. Le donne hanno partecipato ai soviet, anche se in misura minore rispetto agli uomini. Il giornale bolscevico Rabotnitsa (La donna operaia) fu rilanciato nel maggio 1917 e discusse la parità tra i sessi, così come la necessità per lo Stato di fornire strutture collettive per la cura delle faccende domestiche, tradizionalmente imposte alle donne.

Il palcoscenico della Rivoluzione d’Ottobre, che pose fine al governo provvisorio e portò alla nascita del primo Stato operaio del mondo, fu preparato dall’attivismo radicale delle donne. È stato l’instancabile lavoro di organizzazione delle donne bolsceviche, come Alexandra Kollontai, che ha permesso ai bolscevichi di conquistare la maggioranza dei soviet e di prendere il potere nella Rivoluzione d’Ottobre. Anche le donne hanno partecipato alla Rivoluzione d’Ottobre fornendo assistenza medica e persino entrando a far parte della Guardia Rossa.

 

Cosa pensavano i bolscevichi dei problemi delle donne?

I bolscevichi vedevano il ruolo delle donne in una determinata società come una misura della società nel suo insieme; fino a quando le donne non avessero raggiunto la piena uguaglianza, non sarebbe stato possibile considerare la rivoluzione socialista come un successo finale. Dopo la rivoluzione, furono prese misure immediate per la liberazione delle donne. I bolscevichi hanno proposto quattro mezzi primari per sostenere l’emancipazione delle donne: l’amore libero, l’integrazione delle donne nella forza-lavoro, la socializzazione del lavoro domestico e disgregazione della famiglia.

I bolscevichi credevano che le donne non dovessero essere costrette a sposarsi o a rimanere in un matrimonio a causa degli obblighi familiari o delle pressioni economiche. Le relazioni dovrebbero essere basate esclusivamente sull’amore, non sulla coercizione sociale. I bolscevichi non credevano di potersi assumere immediatamente il compito di costruire nuovi tipi di relazioni, riconoscendo che la rivoluzione da sola non avrebbe eliminato secoli di tradizioni, credenze e morali patriarcali. Cercavano piuttosto di distruggere le basi sociali della famiglia borghese e le credenze ereditate che mantengono le donne oppresse. Inoltre, credevano che le donne dovessero avere una completa uguaglianza con gli uomini sul posto di lavoro e incoraggiavano le donne a organizzarsi, votare e candidarsi per posizioni di direzione nei sindacati e nei sovietici.

Molto prima della campagna per il salario per i lavori domestici, un movimento femminista globale nato dal Collettivo Internazionale Femminista in Italia nel 1972, i bolscevichi sostenevano che non c’era nulla di naturale o biologico nel fatto che le donne facessero lavori domestici o addirittura crescessero i figli. Si trattava di un’ideologia perpetuata dal capitalismo che non aveva posto in una società socialista. La liberazione delle donne dalla “schiavitù domestica” era una discussione centrale all’interno del partito. Scrive Trotsky,

La rivoluzione tentò eroicamente di distruggere il vecchio nucleo familiare, stagnante, istituzione arcaica, dominata dalla routine, soffocante, nella quale la donna delle classi lavoratrici è votata ai lavori forzati dalla infanzia alla morte. Alla famiglia, considerata come una piccola azienda chiusa, doveva sostituirsi, nelle intenzioni dei rivoluzionari, un sistema completo di servizi sociali: maternità, nidi, giardini d’infanzia, mense, lavanderie, dispensari, ospedali, sanatori, organizzazioni sportive, cinema, teatri, ecc. L’assorbimento completo delle funzioni economiche della famiglia da parte della società socialista, destinata a legare tutta una generazione nella solidarietà e nell’assistenza reciproca, doveva apportare alla donna e di conseguenza ai due coniugi una vera emancipazione dal gioco secolare. [La rivoluzione tradita, Capitolo Settimo: La famiglia, i giovani, la cultura, Termidoro nella famiglia, Torino, 1956, p. 135]

A differenza della campagna per il salario per i lavori domestici, i bolscevichi cercavano di togliere il lavoro domestico dalle mani dei singoli e di metterlo nelle mani dello Stato operaio. I bolscevichi non volevano mantenere il lavoro domestico nel regno della casa, dividendo equamente questi compiti banali tra uomini e donne. Volevano piuttosto separare questi compiti dall’unità familiare e socializzare il lavoro domestico. In questo modo, la famiglia e le donne in particolare si sarebbero liberate di gran parte del loro ruolo “riproduttivo”.

L’uguaglianza in diritto

I bolscevichi mettono in pratica le idee. Nel 1918, meno di un anno dopo la rivoluzione, fu approvato il Codice della famiglia, che la storica Wendy Goldman definisce la “legislazione familiare più progressista mai vista al mondo”. Ha sottratto alla chiesa l’amministrazione della pratica del matrimonio e ne ha fatto un affare civile. Non solo ha legalizzato il divorzio, ma lo ha reso accessibile ad ogni persona sposata senza che dovesse giustificarsi. Il codice ha posto fine a leggi secolari che assegnavano tutti i beni agli uomini e garantiva pari diritti ai figli nati al di fuori di un matrimonio registrato. Se una donna non sapeva chi fosse il padre del suo bambino, tutti i suoi partner sessuali avrebbero condiviso le responsabilità per il mantenimento dei figli. È importante sottolineare che la legge rendeva le donne uguali agli uomini. Una legge così progressista come questa non è stata ottenuta ad oggi negli Stati Uniti, poiché l’emendamento sulla parità dei diritti non è stato confermato da un numero sufficiente di Stati. L’autore del codice della famiglia, Alexander Goikhbarg, vedeva questa legge come transitoria – non era intesa a rafforzare né lo Stato né la famiglia, ma ad essere un passo verso l’estinzione della famiglia.

Nel 1920 l’aborto fu legalizzato, rendendo l’Unione Sovietica il primo paese al mondo a farlo. Anche la prostituzione e l’omosessualità non furono più vietate in URSS. Inoltre, i bolscevichi aprirono mense pubbliche, lavanderie pubbliche, scuole e centri di assistenza diurna come passo verso l’abolizione del doppio turno delle donne sul posto di lavoro e a casa. È stato un passo verso la socializzazione del lavoro domestico, liberando le singole donne dalle responsabilità.

Inoltre, i bolscevichi vedevano la partecipazione politica delle donne come un elemento centrale per il progresso dell’Unione Sovietica. Organizzarono lo Zhenotdel, la sezione femminile del partito, composta da lavoratrici, contadine e casalinghe che organizzavano le donne a livello locale. Delegate dello Zhenotdel erano elette per partecipare anche all’azione del governo. Come sostiene Wendy Goldman, è stato un modo importante per migliaia di donne di partecipare al partito, oltre che alla politica in senso più ampio.

 

Uguaglianza nella vita

Sebbene i bolscevichi abbiano fatto grandi passi avanti tramite le leggi da loro approvate, erano ben consapevoli che ciò non era sufficiente a garantire una vera uguaglianza. Lenin scrisse:

Dove non esistono grandi proprietari fondiari, capitalisti e commercianti, dove il potere dei lavoratori edifica una nuova vita senza questi sfruttatori, esiste di fronte alla legge l’eguaglianza dell’uomo e della donna.

Ma non basta.

L’eguaglianza di fronte alla legge non è ancora l’eguaglianza nella vita.

Ci occorre che l’operaia conquisti l’eguaglianza con l’operaio non soltanto di fronte alla legge, ma anche nella vita. Per questo le operaie debbono partecipare in misura sempre maggiore alla gestione delle imprese pubbliche e all’amministrazione dello Stato. […] Il proletariato non raggiungerà una completa emancipazione se non sarà prima conquistata una completa libertà per le donne. [Alle operaie, Pravda n° 40, 22 febbraio 1920, in Opere complete, Tomo XXX, Roma, Editori Riuniti, 1967, pp. 335-6]

Sebbene i bolscevichi abbiano sottolineato le basi materiali della disuguaglianza, sapevano anche che un profondo cambiamento personale avrebbe dovuto avvenire nei membri della nuova società sovietica. Tuttavia, questo cambiamento nelle idee delle persone non è stato separato dai cambiamenti nell’organizzazione della società – una riorganizzazione sociale vinta dalla rivoluzione proletaria. In questo senso, ci ricorda che il semplice cambiamento delle idee nel popolo non è sufficiente a creare una vera uguaglianza. Il sessismo non esiste solo nella mente delle persone, ma anche nelle istituzioni e nell’organizzazione della società.

 

Le lotte di un giovane Stato operaio

Il giovane Stato operaio ha dovuto affrontare notevoli sfide nei suoi primi anni di vita. Fu attaccato da 14 eserciti imperialisti e sopravvisse grazie ai sacrifici fatti dai lavoratori e dai contadini dell’Armata Rossa. Dopo una guerra mondiale e poi una guerra civile, il popolo dell’Unione Sovietica ha dovuto affrontare la fame e l’alto tasso di disoccupazione.

Le donne sono state le più colpite da queste condizioni. Anche se vigeva l’ordine esplicito di non farlo, le donne sono state licenziate prima dei loro colleghi maschi. Il 13° Congresso del Partito bolscevico ha discusso esplicitamente questo problema, emanando nuove norme a tutela dell’occupazione femminile. Hanno detto, “che la conservazione delle lavoratrici nella produzione ha un significato politico”.

Un principio di comunismo – a ciascuno secondo il suo bisogno e da ciascuno secondo le sue capacità – può funzionare solo in una società caratterizzata dall’abbondanza. La produzione di massa capitalistica avanzata fornisce tale base. Tuttavia, quando non ce n’è abbastanza, un gruppo selezionato deciderà chi ne ha e chi no – una burocrazia. Per questo Lenin e tanti altri bolscevichi hanno riposto le loro speranze nella rivoluzione tedesca, che garantisse che l’URSS non rimanesse isolata. Questa avrebbe posto l’industria tedesca e le merci prodotte sotto il controllo della classe operaia. Tuttavia, la rivoluzione tedesca fu schiacciata, lasciando l’Unione Sovietica a doversela cavare da sola. È dalle condizioni di scarsità che emerse la burocrazia stalinista contro-rivoluzionaria che invertì i progressi fatti nei primi anni dopo la rivoluzione russa. Lo stalinismo ha continuato a svolgere un ruolo controrivoluzionario in tutto il mondo, basato sulla teoria del “socialismo in un solo paese”.

 

Controrivoluzione stalinista e diritti delle donne

La burocrazia stalinista inscenò una controrivoluzione che porto allo sterminio dei ranghi dell’opposizione di sinistra all’interno del partito bolscevico, rinchiudendo, esiliando o uccidendo coloro che tentarono di portare avanti l’eredità della rivoluzione del 1917. I teorici che scrivevano della distruzione della famiglia, come Nikolai Krylenko, furono arrestati e uccisi, mentre l’autore del Codice di famiglia del 1918 fu imprigionato in un manicomio.

Nello stesso periodo in cui Stalin iniziò a proporre l’idea del socialismo in un solo Paese, penalizzò nuovamente anche l’omosessualità e la prostituzione. Nel 1936, Stalin pose fine al diritto delle donne all’aborto, con i leader stalinisti che sostenevano che le donne avevano il “dovere onorevole” di essere madri.

Al fine di proporre tali idee reazionarie sul genere, Stalin schiacciò il dipartimento delle donne all’interno del Comitato Centrale del Partito Comunista, così come tutte le organizzazioni femminili a livello locale. Il suo governo fece una campagna per riportare i tradizionali ruoli di genere, gli stessi ruoli di genere la cui rottura era stata l’obiettivo del lavoro dei bolscevichi. Nel 1944, Stalin aveva organizzato dei premi per le donne in base al numero di figli che avevano partorito. L'”Ordine della gloria materna” fu creato per le donne fra i sette e i nove figli, e il titolo di “Eroina Madre” per quelle con dieci o più figli.

L’opposizione di sinistra e l’eredità bolscevica

Mentre Stalin continuava a svolgere un ruolo controrivoluzionario in tutto il mondo, Trotsky fondò la Quarta Internazionale, un raggruppamento di comunisti dedicati all’eredità dei bolscevichi. La Quarta Internazionale era contro la burocrazia sovietica e per il potere della classe operaia, non solo in un paese – come voleva Stalin – ma in tutto il mondo.

Il Programma di transizione, che ha stabilito i compiti della Quarta Internazionale, sostiene che i diritti delle donne sono centrali per la rivoluzione socialista. Dice Trotsky,

Per loro stessa natura le organizzazioni opportuniste concentrano principalmente la loro attenzioni sugli strati superiori della classe operaia e, di conseguenza, ignorano sia i giovani che le operaie. Il capitalismo in declino, tuttavia, sferra i colpi più pesanti alle donne, sia in quanto salariate che in quanto gravate dal lavoro domestico. Le sezioni della Quarta Internazionale devono cercare una base d’appoggio tra gli strati più sfruttati della classe operaia, quindi tra le donne lavoratrici. [Programma di transizione, Massari Editore, Bolsena, 2008, p. 130]

Lontano da ogni riduzionismo di classe, Trotsky vede l’organizzazione delle donne in un partito rivoluzionario come un compito centrale per i comunisti.

 

Cosa possiamo imparare?

Sono passati cento anni dalla rivoluzione russa e sono passati decenni da quando una rivoluzione è riuscita a scuotere il capitalismo. Alcuni credono che la rivoluzione sia impossibile. Altri credono che una rivoluzione operaia creerà leggi basate su atteggiamenti razzisti, sessisti o omofobi che alcuni lavoratori hanno oggi. Molti equiparano il marxismo alla lotta contro lo sfruttamento e non alla lotta contro l’oppressione.

Eppure, quando i bolscevichi hanno preso il potere e hanno sùbito fatto leggi a sostegno dei diritti delle donne, sapevano che la rivoluzione non si sarebbe dovuta fermare a quel punto. Non si sono fatti illusioni sul fatto che anche la legislazione di genere più progressista della storia del mondo, da sola, ponesse fine al patriarcato. I bolscevichi sapevano che queste leggi creavano le basi per la liberazione, ma non erano la liberazione in sé. Al contrario, hanno avuto vivaci dibattiti su come organizzare le condizioni materiali della nuova società per sradicare l’oppressione contro le donne. Volevano assicurarsi che le donne avessero piena partecipazione al lavoro, all’istruzione e alla politica – ma non assumendosi un doppio o triplo carico di lavoro domestico, di cura dei bambini e di lavoro salariato. Si è parlato di assistenza sociale all’infanzia e di lavoro domestico, nonché della disgregazione della famiglia come unità organizzativa della società. Anche lo stato dei giovani lavoratori non aveva ancora le condizioni materiali per realizzare questo sogno, ma hanno fatto passi concreti e sostanziali in questa direzione. Lo stalinismo mise fine a tutti questi sogni, riportando l’Unione Sovietica alle norme patriarcali.

È passato molto tempo dalla Rivoluzione russa. Ci sono molti pensatori che da allora hanno dato un contributo fondamentale al pensiero femminista socialista, soprattutto nel campo del sesso, della sessualità e della teoria queer. La teoria della riproduzione sociale si basa su idee chiave marxiste, e ci sono stati enormi sviluppi in una discussione sul desiderio, la sessualità e la teoria queer. Tutti questi sono importanti per pensare a una rivoluzione socialista nel XXI secolo, che creerebbe le basi materiali per la liberazione del genere e della sessualità.

Ma non possiamo lasciare l’eredità del marxismo a coloro che ne travisano il significato in un grezzo riduzionismo di classe. Non possiamo permettere che l’eredità di Marx sia impantanata dallo stalinismo e dalla visione patriarcale e controrivoluzionaria del genere e della società che esso ha sostenuto. Dovremmo trarre lezioni dalla tradizione rivoluzionaria bolscevica per la liberazione delle donne.

Tatiana Cozzarelli

Traduzione da Left Voice