Quali fatti storici hanno portato alla fondazione dello Stato di Israele nel 1948, che portò allo sconvolgimento della politica del Medio Oriente? Esponiamo alcune cause e conseguenze significative.


Immaginate di essere a casa vostra, nel vostro quartiere, e improvvisamente dei soldati, armati fino ai denti e sostenuti a livello internazionale dall’ONU, occupano il vostro paese e da un giorno all’altro dovete andare in esilio o diventare degli emarginati nella vostra stessa terra. Dovete chiedere il permesso per viaggiare e andare a lavorare. Ovunque siete rinchiusi tra mura. E se protestate, siete etichettati come terroristi, e trattati come tali.

Sembra la trama paurosa di un film, ma è quello che i palestinesi hanno vissuto – e continuano a vivere – dalla creazione di Israele, lo Stato che ha cambiato la mappa del Medio Oriente.

Il movimento sionista è stato uno dei principali fautori della sua costruzione. Questo movimento politico è emerso alla fine del XIX secolo all’interno di un piccolo settore della borghesia ebraica molto influenzato da idee popolari nell’Europa del tempo come il nazionalismo e la colonizzazione.

Per i sionisti, l’unico modo per combattere l’antisemitismo era quello di costruire un proprio Stato che riunisse tutto il popolo ebraico sparso per il mondo, e il luogo scelto secondo la Bibbia – un’opera non proprio dotata di rigore scientifico – era la Palestina. [1]

Il dirigente sionista e futuro presidente di Israele, David Ben Gurión, dichiara l’indipendenza il 14 maggio 1948.

Furono prese in considerazione anche altre opzioni, come l’Argentina e l’Uganda, che erano molto fertili e scarsamente popolate, ma era impossibile giustificare la loro occupazione.

Un altro forte sostenitore della creazione dello Stato di Israele fu l’ONU e, attraverso esso, le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale. Una mossa piuttosto cinica, considerando che sia gli Stati Uniti che l’Inghilterra – durante la guerra – rifiutarono di dare asilo agli ebrei perseguitati.

 

Le cause

Durante l’Olocausto, più di sei milioni di ebrei sono stati uccisi nei campi di concentramento, oltre a comunisti, omosessuali e altri popoli perseguitati come i Rom (cosa che spesso viene dimenticata). Questa situazione, che metteva in luce le brutalità del nazismo, fu usata come argomento centrale per giustificare la creazione dello Stato di Israele.

Tuttavia, i veri obiettivi della sua creazione in un’area geopoliticamente strategica come il Medio Oriente erano, da un lato, che le potenze mondiali volevano trasformare Israele in uno “Stato gendarme” che avrebbe controllato da vicino gli altri Paesi arabi e messo fine ai movimenti nazionalisti sempre più radicali.

Dall’altro, volevano “de-arabizzare” la Palestina. Ciò significava che Israele doveva consolidarsi come una sorta di barriera culturale tra il “mondo occidentale” e il “mondo arabo”, considerato “selvaggio” dagli europei.

Gli inglesi, che avevano controllato gran parte del Medio Oriente dalla Prima guerra mondiale, avevano tentato di assoggettare ulteriormente la Palestina negli anni Trenta del secolo scorso usurpando la terra e contribuendo alla costruzione di insediamenti chiamati kibbutzim. In pratica, si trattava di campi militari sionisti che tagliavano la comunicazione tra le città palestinesi.

Bisogna tener conto del fatto che per secoli arabi ed ebrei hanno vissuto insieme pacificamente nella regione, e che i lavoratori di entrambi i popoli hanno combattuto insieme contro lo sfruttamento capitalistico, dimostrando che la natura del conflitto contemporaneo non è religiosa, ma politica.

Lo Stato di Israele è stato creato nel 1948 come politica espansionistica sia dei sionisti che delle potenze imperialiste straniere per controllare il Medio Oriente. Questo piano, orchestrato dall’Onu, non ha mai ricevuto l’appoggio palestinese. Il piano fu presentato alla fine del 1947 e assegnò il 56% del territorio storico della Palestina a Israele, quando la popolazione ebraica della regione era inferiore al 30%; la maggioranza araba fu costretta a ridurre la terra ufficialmente “palestinese” di oltre la metà.

Ilan Pappe, critico intellettuale della storia ufficiale israeliana e attivista per i diritti dei palestinesi, dice che quello che è successo è stata una “pulizia etnica” perché ha espulso il maggior numero di arabi fin dall’inizio e ha trasformato l’80% dei palestinesi che vivono in Israele in rifugiati. A seguito delle sue ricerche, sostiene inoltre che tra il 1947 e il 1949, 500 villaggi palestinesi sono stati cancellati dalla mappa.

La situazione ha creato enormi tensioni politiche, geografiche ed economiche in tutto il Medio Oriente ed è stata respinta da tutti i popoli arabi.

 

Le conseguenze

C’è una conseguenza della fondazione di Israele più che evidente. La mappa del Medio Oriente è cambiata e Israele non ha smesso di crescere territorialmente. Con la prima guerra che ha avuto con i Paesi arabi, tra il 1948 e il 1949, è passata dall’occupare il 56% del territorio storico della Palestina al 78%.

Nel 1967, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni tra Israele e gli Stati confinanti di Egitto, Giordania e Siria, Israele ha annesso 45.000 km quadrati di Giordania ed Egitto. Alcune porzioni di questi territori sono state restituite nel corso degli anni attraverso nuove guerre e nuovi trattati.

Ma la guerra non è stata l’unica forma di espansione. A partire dal 1967, Israele ha iniziato ad occupare e colonizzare terre in territorio palestinese con la formazione di nuovi insediamenti. All’inizio c’erano poche decine di insediamenti. Oggi questi insediamenti sono vere e proprie città e sono oltre 140. Sono costruiti in genere su alture e con una forma circolare per meglio difendersi e anche per poter attaccare la popolazione locale.

Hanno creato tunnel, autostrade e strade speciali che collegano gli insediamenti ebraici tra loro e che solo i coloni ebrei possono usare. Oggi ci sono più di mezzo milione di coloni al di fuori del territorio che Israele aveva inizialmente conquistato al suo inizio.

Naturalmente, tutto questo sarebbe stato impossibile senza il sostegno attivo e la collaborazione dell’Europa, dell’Unione Sovietica fino alla sua dissoluzione, e soprattutto dello storico alleato economico, politico e militare di Israele: gli Stati Uniti.

Ogni anno, infatti, una percentuale del bilancio nazionale statunitense è destinata a sostenere finanziariamente Israele. Israele è uno dei maggiori acquirenti di armi dagli Stati Uniti, i quali hanno una forte lobby sionista all’interno della propria classe dirigente. Inoltre, gli Stati Uniti usano direttamente il territorio di Israele come base militare per controllare il petrolio in Medio Oriente e per colpire l’Iran e il resto della regione araba.

 

Nakba: la “Catastrofe”

La creazione di questo Stato teocratico e razzista, con uno degli eserciti più letali del mondo, ha provocato la massiccia e forzata migrazione dei palestinesi verso due territori separati e isolati, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, dove vivono in condizioni di sovraffollamento. Entrambe le zone sono circondate da mura alte tra i 7 e gli 8 metri. Questo a sua volta ha portato al reinsediamento forzato di molte migliaia di rifugiati in Giordania e Siria.

Mentre il 14 maggio è conosciuto oggi come il giorno dell’indipendenza di Israele, per via della dichiarazione di indipendenza (dall’impero britannico) avvenuta quel giorno,, il 15 maggio è conosciuto dai palestinesi come Nakba (“catastrofe” in arabo). Quello stesso giorno iniziò la resistenza palestinese.

I due simboli della resistenza palestinese sono una chiave e una pietra. Le famiglie palestinesi tramandano di generazione in generazione le chiavi delle loro vecchie case, occupate dall’esercito israeliano, nella speranza di poter un giorno tornarvi a seguito della lotta contro l’occupazione colonialista. Le pietre rappresentano le ribellioni popolari note come Intifadas.

La prima Intifada, avvenuta nel 1987, ha rivitalizzato il demoralizzato movimento nazionale palestinese contro l’occupazione. La seconda, nel 2000, ha avuto luogo con il rifiuto degli Accordi di Oslo firmati dal ministro israeliano Yitzhak Rabin, dal leader palestinese Yasser Arafat e dal presidente americano Bill Clinton, nel 1993. Gli Accordi di Oslo impegnavano a ritirare le truppe israeliane dal territorio palestinese, cosa che non è mai stata realizzata.

A seguito di questi accordi, i giovani hanno perso la fiducia nella direzione dei movimenti di resistenza, come l’OLP di Arafat (Organizzazione per la liberazione della Palestina), perché si sono accordati con gli interessi imperialisti senza fornire una soluzione reale per il popolo palestinese.

Alla resistenza palestinese si aggiunse in seguito un importante movimento internazionale che ripudiava le azioni di Israele, con attori e artisti noti come Javier Bardem, Pedro Almodovar, Selena Gomez, Mark Ruffalo, Madonna e Roger Waters, che si schieravano per l’abbattimento del muro divisorio Israele-Palestina. Ci sono anche movimenti di ebrei antisionisti militanti, in Israele e negli Stati Uniti, i quali denunciano attivamente l’occupazione. Molti in Israele sono stati persino incarcerati e accusati di essere “anti-ebraici”.

Oggi la pandemia ha indubbiamente peggiorato la già critica situazione dei palestinesi. Tutti i rifornimenti sanitari sono controllati dallo Stato di Israele. A Gaza gli ospedali mancano di rifornimenti, l’acqua potabile è contaminata e la gente vive in condizioni di sovraffollamento. Come denuncia in un’intervista Ahmad Al Jaradat, di Hebron: “Ci sono circa 6mila prigionieri in diverse carceri israeliane e questi prigionieri vivono in stanze affollate. Finora l’occupazione israeliana non ha affrontato seriamente il problema del virus”.

A causa di questa situazione, degli esuli di massa e dell’immagine terribilmente falsa creata dagli israeliani che tutti i palestinesi sono terroristi, il recupero di queste terre, la Palestina storica, è una pretesa legittima sentita fortemente da tutti i palestinesi e dal resto dei popoli arabi.

Note

1. Il libro Lo Stato ebraico di Theodor Herzl viene ancor oggi considerato “la bibbia del movimento sionista”.

Come argomenta Valerio Torre in Sionismo, “questione ebraica” e “questione palestinese”, Abraham Léon, nella sua fondamentale opera sulla questione ebraica [qui link alla versione inglese], individuò la ragione della sopravvivenza degli ebrei nel fatto che nelle società precapitalistiche essi rappresentarono un gruppo sociale con una funzione economica specifica.

Fu la loro specifica funzione economica a permettere loro di conservare un’identità particolare di gruppo sociale per tutto il tempo in cui hanno assolto un ruolo socio-economico specifico, e unicamente a tale condizione. Cessato di assolvere tale ruolo, essi si assimilavano ai popoli circostanti. La funzione degli ebrei come popolo-classe spiega non solo la loro sopravvivenza, ma anche la loro assimilazione.

Inoltre Léon ci spiega come, sin dal suo inizio, il sionismo si presentò come reazione della piccola borghesia ebrea duramente colpita dall’ondata crescente di antisemitismo, sbattuta da un paese all’altro in cerca di una Terra Promessa in cui trovare riparo, e di come il sionismo -di fatto- rappresenta un prodotto della fase suprema del capitalismo, di un capitalismo che ha iniziato la sua fase di declino.

Di conseguenza l’ideologia sionista, come tutte le ideologie, non rappresenta altri che il riflesso distorto degli interessi di una classe, l’ideologia della piccola borghesia ebrea che soffoca fra le rovine del feudalesimo e il capitalismo in declino.

 

Articolo apparso originalmente su La Izquierda Diario