La corrente politica socialista russa del menscevismo si caratterizzò per il gradualismo e per la sua contrarietà alla “storica impazienza” di una rivoluzione socialista. Proponiamo, in due parti, una ricostruzione della parabola storica di questi “Girondini socialisti”.


Parte I – Parte II

Qualunque siano le loro differenze, Lenin, Plechanov, Martov e Trotsky hanno tutti visto la Rivoluzione russa come il seguito della Rivoluzione francese del 1789. I rivoluzionari russi si sono anche modellati sui diversi partiti della Rivoluzione francese, sia consciamente che inconsciamente, come guide per l’azione. Lenin e i bolscevichi credevano di essere i giacobini del loro tempo – robusti rivoluzionari che avrebbero organizzato la classe operaia e preso il potere. I menscevichi erano invece dei Girondini moderati. Il menscevismo era impegnato nel gradualismo e si opponeva all'”impazienza storica” di una rivoluzione socialista. Come i Girondini, i menscevichi erano stati militanti politici onorevoli, ma come i loro predecessori, mancava loro la fede nelle capacità rivoluzionarie del popolo. Questa è stata la radice del loro fallimento nel 1917.

 

I. La scissione

Il marxismo esisteva nella Russia zarista fin dagli anni Ottanta dell’Ottocento, ma era confinato ai margini dell’emigrazione e a circoli sparsi di studenti e lavoratori. Negli anni Novanta del XIX secolo si assistette a una recrudescenza degli scioperi nei centri industriali ai quali il nascente movimento marxista fornì la leadership e l’organizzazione. Mentre la polizia arrestava gli organizzatori, sia il movimento operaio che il marxismo russo continuavano a crescere.

Dopo il fallito Primo Congresso del 1898, il Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR) tenne il suo Secondo Congresso – il suo vero congresso fondatore – nel 1903, tra Bruxelles e Londra. I principali organizzatori furono Julius Martov, Georgi Plechanov, Pavel Axelrod, Vera Zasulich, Alexander Potresov e Vladimir Lenin che erano redattori dell’Iskra, il giornale del partito. L’obiettivo del gruppo dell’Iskra era quello di creare un partito socialista di tutta la Russia, centralizzato, che assumesse la guida politica della lotta della classe operaia contro lo zarismo.

Durante i primi lavori del Congresso, il gruppo dell’Iskra ottenne una netta maggioranza di 33 voti (su un totale di 51) e fu in grado di far approvare rapidamente il suo ordine del giorno. Durante la 22a sessione del Congresso, dedicata alla definizione di quali fossero i membri del partito, il gruppo dell’Iskra si divise dopo che Lenin e Martov ebbero presentato progetti separati. In sintesi, Lenin voleva un partito di rivoluzionari professionisti ben organizzato, mentre Martov era a favore di un partito più ampio e sciolto. Il progetto di Martov vinse nella votazione finale.

Più tardi il Congresso approvò la mozione di Lenin che l’Iskra doveva essere l’unico rappresentante del partito all’estero e servire come principale veicolo di direzione ideologica. Invece di mantenere il precedente comitato di redazione, Lenin propose di creare un comitato di redazione più piccolo, composto da tre persone (Martov, Plechanov e lui stesso), che avevano scritto la maggior parte degli articoli del giornale. Dopo un dibattito controverso, la proposta di Lenin passò. Martov, tuttavia, si rifiutò di partecipare, provocando una scissione nel seno dell’Iskra. Il voto sul comitato di redazione fu la divisione iniziale del POSDR nelle frazioni dei bolscevichi (“maggioranza”) e dei menscevichi (“minoranza”)[1].

Plechanov, il fondatore del marxismo russo, inizialmente sosteneva Lenin sulla questione di Iskra. In seguito, però, ritrattò la sua scelta, che lo aveva portato a schierarsi contro amici e compagni di lunga data: “Non posso sparare contro i miei compagni. Meglio una pallottola nel cervello che una scissione… Ci sono momenti in cui anche l’autocrazia deve cedere”[2] Plechanov aveva cambiato idea e aveva invitato i redattori rimossi a rientrare nella redazione dell’Iskra. Lenin, furioso, si dimise.

Per molti membri del POSDR attivi in Russia, la scissione fu un colpo scioccante. Un operaio scrisse: “Ora, quello che non riesco proprio a capire è la lotta che si sta svolgendo tra la maggioranza e la minoranza, e a molti di noi sembra sbagliata”[3]. In realtà, molti comitati del partito sparsi per l’impero russo si rifiutarono di dividersi e continuarono ad operare come un’organizzazione unificata.

Né il bolscevismo né il menscevismo emersero pienamente formati al Secondo Congresso. Le due fazioni si aggrapparono ancora allo stesso programma rivoluzionario e sperarono di sanare la scissione. Per molti, le linee di demarcazione erano ancora confuse. Per esempio, Trotsky si trovò nel campo menscevico fino al 1904. Parte della ragione della confusione politica è che anche i socialisti moderati nella Russia zarista non potevano apparire come riformisti aperti, poiché non esisteva nemmeno l’illusione di una democrazia parlamentare. Ciò contribuì a oscurare la vera natura della scissione[4].

 

II. 1905

Nel 1905, la Russia fu umiliata, perdendo una breve guerra con i giapponesi, che portò a maggiori richieste di riforma da parte di liberali e lavoratori. Il 22 gennaio 1905, una manifestazione pacifica di lavoratori presentò una petizione allo Zar per migliorare le loro condizioni. I soldati aprirono il fuoco sulla folla, uccidendo centinaia di persone. L’evento scatenò scioperi generali e confische di terre da parte dei contadini in tutto l’impero. L’intera autocrazia appariva instabile e sull’orlo del collasso. La domanda per i marxisti era: Cosa avrebbe preso il suo posto?

Da fedeli marxisti, sia i bolscevichi che i menscevichi credevano che la Russia fosse sull’orlo del suo stesso 1789. Secondo questa visione ortodossa, l’Europa occidentale era matura per il socialismo, ma la Russia doveva ancora realizzare una rivoluzione borghese rovesciando lo zarismo e cancellando l’arretratezza feudale per creare una società capitalista moderna. Dopo un lungo periodo, l’espansione sia delle forze produttive capitaliste che della classe operaia avrebbe reso la Russia matura per il socialismo.

Tuttavia, l’accordo superficiale tra i bolscevichi e i menscevichi sui compiti della prossima rivoluzione borghese nascondeva disaccordi più profondi su quale classe l’avrebbe guidata. Lenin sosteneva che la classe operaia alleata dei contadini avrebbe guidato la rivoluzione perché la borghesia era troppo debole e non radicale:

Solo il proletariato può combattere in modo conseguente per la democrazia. Ma potrà vincere in questo combattimento soltanto se le masse contadine si uniranno alla sua lotta rivoluzionaria. Se il proletariato non avrà forze sufficienti, la borghesia si troverà alla testa della rivoluzione democratica e le darà un carattere inconseguente ed interessato. Per impedirlo non vi è altro mezzo all’infuori della dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini[5].

I menscevichi credevano che la borghesia russa, come quella francese, dovesse essere la forza trainante della rivoluzione. Nel 1905, Martov scrisse:

Abbiamo il diritto di aspettarci che un sobrio calcolo politico induca la nostra democrazia borghese ad agire nello stesso modo in cui, nel secolo scorso, la democrazia borghese ha agito nell’Europa occidentale, sotto l’ispirazione del romanticismo rivoluzionario[6].

In linea con questa concezione, i menscevichi affermarono che il POSDR non doveva lottare per il potere ma rimanere all’opposizione. Poiché i lavoratori non erano la classe dirigente di questa rivoluzione, dovevano moderare le loro richieste per non spaventare i borghesi e strappare ciò che era storicamente possibile. Menshevik A.S. Martynov affermò, come Lenin riporta:

Se è così, la lotta rivoluzionaria del proletariato, condotta solo attraverso l’intimidazione della maggioranza degli elementi borghesi, può portare soltanto a restaurare l’assolutismo nel suo aspetto originario. […] La lotta per influire sul corso e sull’esito della rivoluzione borghese può esprimersi soltanto nel fatto che il proletariato eserciterà
una pressione rivoluzionaria sulla volontà della borghesia liberale e
radicale, che gli “ strati inferiori ” più democratici della società costringeranno gli “ strati superiori ” ad acconsentire a portare la rivoluzione borghese alla sua conclusione logica.[7].

Inoltre, i menscevichi guardavano con indifferenza la lotta dei contadini: erano dell’idea che la borghesia liberale fosse l’alleato e il dirigente naturale della classe operaia in Russia, mentre i contadini restavano impantanati nell’arretratezza, inclini agli eccessi violenti e all'”irrazionalismo” che doveva essere superato attraverso la “scuola civilizzatrice del capitalismo”. Plechanov in questo senso dichiarò: “Il principale baluardo dell’assolutismo è proprio l’indifferenza politica e l’arretratezza intellettuale dei contadini”[8].

Tuttavia, la borghesia non era disposta a svolgere il ruolo assegnatole dal menscevismo. Al contrario, gli operai conducevano la lotta rivoluzionaria contro lo zarismo al fianco sia dei menscevichi che dei bolscevichi. A maggio, i menscevichi contemplarono e accettarono l’opportunità che il POSDR prendesse il potere:

Se dovessimo infine essere innalzati al potere contro la nostra volontà dalla dialettica interna della rivoluzione in un momento in cui le condizioni nazionali per l’affermazione del socialismo non sono ancora mature, non ci tireremmo indietro[9].

Trotsky, un socialista indipendente, si trovava alla sinistra dei menscevichi e chiedeva una linea simile al bolscevismo. Affermò che i lavoratori dovevano “assumere il ruolo di classe dirigente – se la Russia deve veramente rinascere come Stato democratico […] Va da sé che il proletariato deve compiere la sua missione, proprio come ha fatto la borghesia a suo tempo, con l’aiuto dei contadini e della piccola borghesia”[10]. Molti lavoratori menscevichi cominciarono a essere contagiati dal “trotskismo” e persero la fede nella rivoluzione borghese, e, come i bolscevichi, si prepararono a un’insurrezione armata. I protagonisti del menscevismo – Martov, Axelrod e Plechanov – ne furono spaventati e predicarono la moderazione[11].

I menscevichi presero l’iniziativa di creare il Soviet [“Consiglio”] dei deputati dei lavoratori di San Pietroburgo nell’ottobre 1905. Trotsky stesso ne divenne il presidente. Il Soviet fu formato per coordinare gli scioperi dei lavoratori, ma servì anche come organo democratico che rappresentava gli interessi della classe operaia. I bolscevichi di San Pietroburgo erano ostili al soviet, ritenendo che dovesse essere sotto il controllo del partito. Lenin si oppose al settarismo bolscevico nei confronti dei soviet e credeva che il partito dovesse parteciparvi. Per Lenin e Trotsky, il soviet dovrebbe essere l’embrione di un futuro Stato rivoluzionario.

Dopo lo sciopero di ottobre del 1905, lo zar concesse una serie di riforme limitate, tra cui un un parlamento, la Duma, e la rivoluzione cominciò a perdere energia. Il soviet fu sciolto in dicembre, e i bolscevichi lanciarono una rivolta fallita a Mosca. Mentre ci sarebbero stati sporadici scoppi di lotta fino al 1907, l’alta marea della rivoluzione era passata.

 

Doug Greene

Traduzione da Left Voice

 

Note

1 Bertram Wolfe, Three Who Made a Revolution: A Biographical History (New York: Dell Publishing Co., 1964), pp. 240-8.

2 Samuel H. Baron, Plechanov: The Father of Russian Marxism (Stanford, CA: Stanford University Press, 1963), p. 246.

3 Vladimir Lenin, Lettera a un compagno. Poscritto, in Opere Complete, Tomo VII (Roma: Editori Riuniti, 1959), p.

4 Isaac Deutscher, The Prophet Armed: Trotsky 1879-1921 (New York: Verso, 2003), p. 82.

5 Vladimir Lenin, Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, in Opere complete, Tomo IX (Roma: Editori Riuniti, 1960), p. 52.

6 Deutscher, op. cit., p. 119.

7 Vladimir Lenin, La democrazia sociale e il governo rivoluzionario provvisorio, in Opere complete, Tomo VIII (Roma: Editori Riuniti, ), pp. 257-258.

8 Georgij Plechanov, Second Draft Programme of the Russian Social-Democrats, 1887, Marxists Internet Archive.

9 Citato in Esther Kingston-Mann, Lenin and the Problem of Russian Peasant Revolution (Oxford: Oxford University Press, 1983), p. 83.

10 Leon Trotsky, 1905, 1909, Marxists Internet Archive.

11 Israel Getzler, Martov: A Political Biography of a Russian Social Democrat (Cambridge: Cambridge University Press, 1967), p. 110.