Il quadro dell’attuale crisi economica è vasto e non riguarda esclusivamente le sorti di una manica di miliardari. Le fluttuazioni dei mercati coinvolgono comparti produttivi globali, nonché interi settori della classe borghese. Uno sguardo d’insieme può servire ad anticipare le direzioni che prenderà la ripresa.

In un articolo di qualche settimana fa, abbiamo cercato di fare chiarezza attorno alla natura della corrente crisi economica, sfatando alcuni luoghi comuni riguardo a un presunto “malfunzionamento” del capitalismo. Abbiamo brevemente accennato a dei dati indicanti una notevole crescita dei margini di profitto già in atto, individuando chi ne ha tratto maggior beneficio. Ora proveremo ad approfondire questo aspetto, andando a vedere nel dettaglio chi ha fatto grandi affari durante la crisi pandemica e quali settori produttivi ne stanno uscendo rafforzati. Un’avvertenza; come osservato nella puntata precedente, non vogliamo proporre una lettura a senso unico dei processi attuali. Non crediamo affatto che tutta la borghesia, come un unico blocco monolitico, stia manovrando per arricchirsi sempre di più. È pur vero che la classe padronale, in linea di massima, è guidata da interessi comuni, ma è anche vero che essa è spietatamente in competizione con sé stessa; la fortuna di un settore, di una multinazionale o di un’impresa può essere la rovina di qualcun altro. Si ricordi inoltre che questo è dovuto non a una deriva del capitalismo, ma ai forti squilibri insiti nella sua natura concorrenziale.

Riassumiamo quindi in tre punti i motivi per cui una crisi come quella che stiamo vivendo ora apre notevoli margini di arricchimento:

  1. Aumento di liquidità disponibile e crescita della spesa pubblica;
  1. Meno tasse, per lasciare più reddito disponibile ai consumi;
  1. Crescita della domanda.

Per quanto riguarda il primo punto, ci si può riferire a come le banche centrali hanno inondato di liquidità i mercati negli ultimi mesi, mantenendo i tassi d’interesse artificialmente bassi. Oppure alle numerose indennità e contributi a fondo perduto disposti dal governo a favore delle imprese, a livello nazionale (Decreto Rilancio, Decreto ristori ecc.), ma anche e soprattutto a livello europeo, con la tanto attesa attuazione del Recovery Plan. Negli Stati Uniti, invece, Democratici e Repubblicani hanno raggiunto un accordo per un pacchetto da 900 miliardi, di cui 284 per le piccole imprese. Parte integrante della spesa pubblica finisce anche nell’erogazione di cassa integrazione o sussidi di disoccupazione vari (negli USA l’assegno di disoccupazione è stato alzato di 300 dollari). I capitalisti che più si sono arricchiti in questo periodo hanno saputo sfruttare entrambi questi fattori. Da un lato, hanno comprato numerose azioni a basso prezzo in primavera (quando i mercati stavano calando a picco) per poi rivenderle ora che i prezzi sono tornati a salire. Dall’altro, si sono serviti del loro peso economico per esercitare pressioni sui governi, strappando concessioni sostanziose che hanno permesso di recuperare (e incrementare) il fatturato. Questo atteggiamento aggressivo sui due fronti della finanza e della politica ha portato la ricchezza dei miliardari del mondo a un totale di 10,2 trilioni di dollari (aumento del 27,5%, ovvero di più di un quarto, nell’ultimo quadrimestre).

Affinché la ripresa sia rapida ed efficace, però, è necessario che la spesa pubblica sia fatta in deficit, ovvero senza un corrispettivo aumento del prelievo fiscale. Vengono quindi abbassate, fra le altre cose, le tasse su redditi e patrimoni. Si crea una situazione tale per cui persino una misera patrimoniale dello 0,2% sui patrimoni da oltre mezzo milione di euro viene considerata inaccettabile. Le casse dello stato languono, affinché quelle dei borghesi prosperino. E infatti il vantaggio che questi traggono da simili manovre è ancora una volta duplice: non solo una parte inferiore della loro ricchezza viene tassata, ma gli effetti degli stimoli ai consumi “dal basso” (cfr. Cashback) rimettono in moto il mercato, permettendo così la realizzazione di maggior profitto. Ed è proprio in questa nuova linfa conferita ai consumi che si sostanzia il terzo punto: la maggior disponibilità di reddito da spendere (o la promessa di un rimborso di parte della spesa) amplifica la domanda costringendo la produzione a tenere il passo (dopo lo stallo caratteristico del periodo di crisi). Il ciclo così può perpetuarsi, potenzialmente all’infinito.

Per capire veramente chi si è arricchito nel corso di questa crisi allora può essere utile andare a vedere la composizione dei suddetti consumi, che sicuramente l’emergenza pandemica ha contribuito a modificare e plasmare. In prima linea troviamo, come c’era da aspettarsi, il settore della logistica. L’isolamento sociale ci ha costretto a dirottare la maggior parte dei nostri acquisti online, incrementando così il bisogno delle consegne a domicilio. Amazon ne esce in testa, egemonizzando il commercio al dettaglio e portando al fallimento centinaia di imprese di dimensioni inferiori. In coda rimangono solo altri giganti come Cotsco, Walmart e Target. Già a marzo/aprile, quando tutto il resto del settore arrancava, Amazon aveva potuto permettersi di assumere 100mila nuovi dipendenti negli Stati Uniti, promettendo anche un aumento dei salari (di ben 2 dollari!). L’espansione del colosso si fa sempre più sentire anche sul suolo italiano, dove sorgeranno molti nuovi hub, in particolare a Bergamo, Torino, Treviso, Parma, Colleferro (Roma) e Santarcangelo di Romagna. Simile prospettive sembrano aprirsi anche per Fed-Ex, che in questi giorni ha eseguito le prime distribuzioni del vaccino.

Tra le altre aziende che hanno avuto il miglior quadrimestre della loro storia troviamo anche Netflix, con una capitalizzazione di 235 miliardi di dollari e 15milioni di iscritti in più. Anche in questo caso, la vita di qualcuno, è la morte di un altro; i settori dell’arte, dello spettacolo, del cinema e della musica live sono stati decimati dalla pandemia, mentre l’intrattenimento online ha raggiunto i suoi massimi storici, sempre grazie all’isolamento sociale. Un analogo successo è spettato anche ad Amazon Prime e Disney Plus. La rilocalizzazione di gran parte delle nostre attività quotidiane sulle piattaforme digitali ha inoltre considerevolmente favorito i giganti del settore “tech”, primi fra tutti Microsoft (profitti aumentati del 30%, anche qui miglior quadrimestre di sempre), Google (+59%), Facebook (+22%). I possibili effetti a lungo termine del consolidamento di questo oligopolio digitale hanno portato l’economista Naomi Klein a coniare l’espressione “Screen New Deal”.

Rimane un ultimo settore importante da considerare: quello dell’energia. Gli spostamenti di tutti i giorni a cui eravamo abituati saranno anche diminuiti, ma la nostra prolungata permanenza in casa richiede comunque un notevole dispendio energetico, per non parlare dei trasporti commerciali che non possono di certo fermarsi (si veda l’esplosione della logistica di cui sopra). Tesla è fra gli attori che hanno svolto un ruolo di spicco in questo ambito, con oltre mezzo milione di auto elettriche vendute nel 2020. Nella parabola di questo gioiello della Silicon Valley ritroviamo quasi tutti gli elementi discussi sopra: un inizio anno e una primavera difficili, con un ultimo quadrimestre stellare. La fortuna ha cominciato a girare a maggio, quando Elon Musk ha anticipatamente riaperto lo stabilimento californiano in segno di sfida con le autorità politiche locali, minacciando di delocalizzare la fabbrica altrove qualora non fossero state alleggerite le misure restrittive. Nello stesso mese, è stato avviato il progetto SpaceX con il primo lancio nello spazio e oggi, al giro d’anno, Elon Musk ha scalato la classifica dei più ricchi del mondo, piazzandosi al secondo posto.

Il trend generale sembra essere quello delle energie rinnovabili, della green economy e del capitalismo sostenibile. Ancora una volta, ci può aiutare uno sguardo all’altra faccia della medaglia. Dopo i crolli eccezionali della primavera (quando il prezzo era finito addirittura sotto lo zero), il petrolio stenta ancora a riprendersi. La Shell, la più grande compagnia petrolifera europea, ha dichiarato una svalutazione di 4,5 miliardi lo scorso mese, il prezzo del greggio è calato del 5%, mentre negli USA ben 45 società sono finite in bancarotta nel corso del 2020. Tutto questo perché? Per l’incertezza attorno la ripresa della domanda. Del resto, le fette dei pacchetti finanziari europei e americani che saranno destinate alle energie rinnovabili e alla sostenibilità energetica sono molto consistenti, il che sembra prospettare un futuro non proprio roseo per i combustibili fossili.

Cerchiamo di trarre delle conclusioni. Alla luce di questi dati, dovremmo forse dedurre che ci conviene modificare il nostro comportamento di individui consumatori per evitare che questa cricca di paperoni continui ad arricchirsi?

No, non lo crediamo. Cambiare le proprie abitudini di consumo – ammesso che possa avere un qualsiasi impatto – significa al massimo favorire un settore della borghesia piuttosto che un altro. La composizione qualitativa dei consumi può aiutarci ad individuare chi, in un dato momento, regge le redini del mercato, ma si tratta pur sempre di una serie di variabili. La costante del sistema è lo sfruttamento del lavoro. Il valore che viene scambiato nasce nel processo di produzione, a prescindere dai particolari equilibri commerciali o finanziari. Non dimentichiamoci che il cammino che porta il capitalismo fuori dalla crisi passa anche e soprattutto per l’intensificazione dei saggi di sfruttamento, la riduzione dei salari, la dilatazione degli orari di lavoro e l’innovazione tecnologica. Non è un caso se i pilastri della ripresa dalla crisi pandemica sono diventati Cig, smartworking e industria 4.0.

Secondo l’economista austriaco Joseph Schumpeter, il capitalismo è caratterizzato da una “distruzione creativa”, una tendenza continua alla crisi finalizzata però alla creazione di qualcosa di nuovo. In altre parole, il capitalismo periodicamente distrugge e collassa per aprire davanti a sé nuovi spazi di espansione e ricostruzione. Così è nato il boom economico del dopoguerra, così – almeno sembra – andrà la ripresa post-Covid. La classe operaia però non deve essere da meno; anch’essa “può tutto distruggere, perché tutto può rifare”.

Marco Duò