Il testo che segue è una versione scritta della relazione di apertura della conferenza di partito del PTS argentino, che si è tenuta tra l’undici e il tredici dicembre, tenuta da Emilio Albamonte. La relazione tocca una serie di fondamenti teorici e storici per comprendere la situazione internazionale. Tra di essi, la definizione di epoca di crisi, guerre e rivoluzioni, come contesto strategico della crisi attuale, e l’utilità del concetto di “equilibrio capitalista” per analizzare le relazioni tra economica, geopolitica e lotta di classe. Segue un dibattito su alcune riposte differenti di fronte alla crisi e su alcuni dei punti cruciali che la tappa storica odierna pone al marxismo rivoluzionario.

Parte I – Parte IIParte III


Voglio affrontare tre questioni per aprire i dibattiti della conferenza. La prima, sulla situazione mondiale attuale e il metodo marxista per affrontarla. Parlerò dei problemi più strategici e delle tendenze più strutturali – il documento di Claudia Cinatti affronta i problemi politici e l’attualizzazione delle tendenze che definiscono la congiuntura odierna.

La seconda questione consiste nell’analisi di alcune risposte che si danno di fronte a questa situazione. Prenderemo in esame alcune correnti con le quali discutiamo teoricamente, correnti di provenienza accademica, che sono in generale correnti piccoloborghesi e antisocialiste – mentre non ci sono, o sono minimali, le correnti socialiste e marxiste rivoluzionarie nelle università. Prima di tutto bisogna capire cosa dicono, discuterle teoricamente dal punto di vista del marxismo, e infine discutere il loro programma (ammesso che sviluppino un programma politico, perché non tutte lo fanno esplicitamente). Tra quelle che analizzeremo oggi ci sono le correnti che vengono chiamate post-capitaliste. La compagna Paula Bach da tempo studia queste correnti e sta scrivendo un libro, del quale anticipiamo un capitolo su Ideas de Izquierda.

Infine, mi riferirò alla situazione del proletariato e in che situazione siamo in termini generali, aldilà della congiuntura, su un piano storico, e perché dal nostro punto di vista la rivoluzione proletaria, con tutte le enormi difficoltà che ha, è l’unica uscita realistica alla crisi del capitalismo. Non alla crisi attuale in particolare, ma alle crisi ricorrenti che affronta il capitalismo e che probabilmente tornerà ad affrontare nel medio e lungo periodo. Intendo, cioè, una risposta alle tendenze di fondo del capitalismo alle quali le correnti riformiste di vario tipo non possono indicare un’uscita. Questa crisi può avere un qualche tipo di soluzione congiunturale, così come ce l’hanno avuta molte crisi capitaliste, però noi dobbiamo analizzare la situazione internazionale da un punto di vista marxista, come lo faceva Trotsky, al cui metodo mi riferirò.

 

La fase attuale e le risposte alla crisi

All’inizio di questo secolo, il marxista britannico Perry Anderson ha affermato che il neoliberismo, con la sua politica di apertura dei mercati e globalizzazione, è stata l’ideologia di maggior successo nella storia del mondo. Dal punto di vista delle teorie politiche ed economiche, del senso comune che il neoliberalismo ha imposto ai fatti per molto tempo, Anderson sembrava avere ragione. Tutti pensavano in termini neoliberali sia le loro prospettive personali, sia le prospettive e i limiti della direzione che un paese potrebbe prendere nell’economia, nella politica e nelle questioni sociali.

Oggi, dopo la crisi del 2008, la situazione è cambiata. Per chi è più giovane e sa meno, questa è stata una grande crisi del capitalismo che l’ha screditato enormemente. In primo luogo, alcuni istituti di credito sono crollati, minacciando di generare un “effetto domino”. La crisi è stata legata alle compagnie di assicurazione e agli strumenti finanziari. Sotto la guida di Obama (promotore dell’attuale presidente Joe Biden), banche e società sono state salvate, mettendoci miliardi di dollari in tutto il mondo, mentre a milioni e milioni di persone che avevano lavorato per anni per comprare una casa è stato detto che se non fossero riusciti a pagare i prestiti sarebbero rimasti senza casa, e così è successo. È così che il capitalismo ha risolto la crisi. Poi l’economia si è ripresa relativamente bene, ma non è mai tornata ai livelli pre-crisi su molti indicatori. Anche prima della pandemia la crescita della produttività del lavoro, il tasso di profitto, ecc. erano in calo nel capitalismo mondiale. Michael Roberts, un marxista britannico, in un’intervista che abbiamo recentemente condotto con lui, analizza come prima della pandemia la ripresa che era stata raggiunta dopo il 2008 stava andando a ritroso dopo una prima fase in cui i paesi del nucleo centrale sono stati colpiti duramente, e una seconda fase in cui la Cina è praticamente caduta dal corso negativo dell’economia mondiale e ha permesso che non fosse una grande catastrofe. Questo elemento, aggiunto ai massicci salvataggi, è stato quello che è riuscito ad evitare uno scenario di crisi come quello degli anni Trenta dove, ad esempio, in pochi anni sono affondate più di ottomila banche.

Nel 2008 hanno salvato le banche e sono riusciti ad evitare questo scenario, pur prolungando una crisi strisciante, che poi con la pandemia si è aggravata fermando l’economia, con conseguenze non solo economiche ma anche sociali, politiche e nella lotta di classe, come vedremo. Questa è la crisi del neoliberalismo, quell’ideologia di successo descritta da Anderson, che ha saputo permeare quasi tutto l’arco politico, da destra a centro-sinistra.

È con il discredito di questa ideologia e dell’idea di globalizzazione che fenomeni come, ad esempio, l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti sotto il discorso che tutti i posti di lavoro persi a causa degli accordi internazionali di libero scambio e globalizzazione sarebbero stati recuperati, ottenendo così i voti dei lavoratori disoccupati del Midwest americano. Si tratta di un fenomeno che si stava già sviluppando nei paesi europei e in altri paesi del mondo, ed è quello che è stato chiamato “populismo di destra”, basato sulla proposta di un ritorno al vecchio “dominio perduto” degli Stati nazionali e sulla possibilità di controllare a livello nazionale gli organismi internazionali e le grandi imprese che avrebbero superato gli Stati nazionali. Trump alla fine ha ottenuto un solo mandato e ora Biden ha vinto perché quella promessa non era e non poteva essere mantenuta, oltre al peggioramento della situazione dovuto al coronavirus. Questo panorama è espressione delle debolezze delle due correnti che oggi esistono nel neoliberismo mondiale: il “populismo di destra”, che non rompe ma piuttosto negozia di più i termini del neoliberismo, e il neoliberismo più tradizionale che si esprime nel Partito Democratico americano, Macron in Francia, Merkel in Germania, e persino la Cina, etc., che sono difensori delle tesi neoliberali in gradi diversi.

 

Il discredito del neoliberismo e, in una certa misura, del capitalismo stesso è diffuso, prodotto delle enormi disuguaglianze create dall’offensiva neoliberale, che è stata una reazione mondiale contro il salario dei lavoratori, contro l’occupazione, eccetera. La crisi attuale, nel quadro del coronavirus, ha ulteriormente aggravato la situazione. Per quest’anno il FMI prevede che il prodotto lordo nel mondo diminuirà del 4,4%, una cirfra enorme. Questo non significa che non possa recuperare l’anno prossimo ma, ad esempio, in paesi come l’Argentina, che scenderà del 10-12%, ci vorranno diversi anni per tornare ai livelli pre-crisi. In altre parole, siamo di fronte a una catastrofe per grandi settori delle masse e dobbiamo partire da lì per capire in quale situazione, in quale crocevia si trova il capitalismo mondiale.

Il problema di fondo del capitalismo oggi è che si è dimostrato incapace di generare nuovi motori di accumulazione di capitale. Dopo che le burocrazie degli ex Stati operai burocratizzati sono diventati restauratrici del capitalismo, il capitale ha trovato una nuova “foresta vergine”, cioè un luogo dove accumulare capitale. È stato il restauro in Cina che le ha permesso per anni di conquistare una forza lavoro a basso costo che ha abbassato il prezzo dei salari in tutto il mondo. Ora questa controtendenza si sta esaurendo, non solo perché i salari stanno aumentando in Cina, ma perché la Cina è in competizione con gli Stati Uniti, con la Germania, con le grandi potenze. È stata trasformata da nazione povera, destinazione dell’accumulazione di capitali da parte delle potenze imperialiste, in una nazione che compete sul mercato mondiale per le opportunità di accumulare capitali. Da qui le guerre doganali e commerciali a cui abbiamo assistito.

Insomma, la chiave è che il capitalismo è riuscito a imporre quell’ideologia trionfante di cui parlava Perry Anderson, che è diventata il senso comune di molti non solo come risultato di una vera e propria offensiva e per sconfiggere il proletariato dell’Occidente, ma anche per sconfiggere conquiste accumulate come quelle che chiamiamo gli Stati operai – degenerati e deformati -, riportandoli sul terreno dell’accumulazione del capitale, cosa che non avvenne nella seconda guerra mondiale. In altre parole, il capitalismo ha avuto una nuova vita e questo è ciò che si sta esaurendo. La crisi del 2008 ha dimostrato tale esaurimento, e ora si vede di nuovo.

 

Il metodo di Trotsky

Per analizzare la situazione e separarci dai riformisti di diverso tipo, consideriamo come Trotsky ha posto la situazione internazionale: non come una somma di fattori ma come una struttura in cui il tutto è più della somma delle parti. Questo implica integrare nella nostra analisi sia lo stato dell’economia mondiale, sia quello della geopolitica, sia quello della lotta di classe. E non come sommatoria, ma sempre tenendo conto che la lotta di classe è l’elemento caratterizzante.

Trotsky ha sottolineato che per analizzare la situazione internazionale bisogna partire dall’economia, cioè da quali relazioni l’economia ha avuto con la politica. Per esempio, stiamo dicendo che il capitale ha un problema per il suo accumulo – la finanziarizzazione dell’economia è l’altra faccia della medaglia. Ma qui oltre al problema economico c’è anche un problema politico, perché da questo iniziano le dispute tra gli Stati, come vediamo, tra gli Stati Uniti e la Cina. Queste tensioni geopolitiche sono fondamentali per Trotsky perché dobbiamo analizzare non solo le corporations, ma anche gli Stati su cui queste corporations si basano e le lotte geopolitiche che l’economia crea. L’economia ha quindi problemi a valorizzare il capitale [1] e questo si esprime in tensioni geopolitiche tra gli Stati. Da qui il discorso permanente di Trump contro la Cina, che, al di là delle forme e di certe opzioni tattiche, continua la competizione strategica con la Cina già sviluppata durante la presidenza Obama, che fu chiamata il “pivot asiatico” per circondare la Cina. La linea di Obama era quella di preparare e creare una sorta di blocco, a volte visibile a volte no, dal sud con l’India, l’Indonesia, la Corea del Sud all’Australia. La Cina, invece, essendo che il Mare del Sud potrebbe finire per complicarsi strategicamente prima o poi, crea isole artificiali a mo’ di fortezze, con l’obiettivo di affrontare un’eventuale sortita bellica contro di lei.

Queste tensioni geopolitiche non si verificano necessariamente come scontri militari fin dall’inizio; esse si verificano talvolta, come diceva Trotsky, come “guerre doganali”. Questo è ciò che Trump ha fatto contro la Cina, contro le merci cinesi a basso costo: gli Stati Uniti le accettano solo sotto la richiesta che la Cina aumenti i suoi acquisti di 200 miliardi di dollari in certi beni prodotti dagli Stati Uniti. Queste tensioni geopolitiche sono spesso alla base di vere e proprie guerre, non solo tra le grandi potenze ma anche tra le potenze più piccole o regionali. Nell’articolo di Claudia Cinatti, ad esempio, si sviluppa il ruolo svolto da potenze intermedie come la Turchia, paese membro della NATO, che è l’ombrello dell’Occidente. A causa dei conflitti in Medio Oriente e del ritiro degli Stati Uniti, la Turchia è diventata una potenza regionale. Nel caso della guerra che si è recentemente delineata in un’area di quello che era il territorio dell’ex Unione Sovietica tra l’Azerbaigian e l’Armenia, la Turchia è stata la chiave per far pendere la bilancia a favore della prima. Guerre come queste possono aprire situazioni le cui conseguenze sono spesso imprevedibili.

Trotsky sintetizza questo metodo per l’analisi della situazione mondiale degli anni Venti. Con l’espansione globale del capitalismo e l’emergere dell’epoca imperialista, si è acuita la contraddizione tra le forze produttive sempre più internazionalizzate, con le loro corporazioni, e lo Stato-nazione come spazio in cui si articolano i rapporti di produzione. Ad esempio, una società come Amazon ha 1,2 milioni di dipendenti in tutto il mondo: questo tipo di multinazionale deve contestare il predominio del mercato mondiale e imporre una politica ai suoi Stati, che spesso si oppongono. Si sono opposti a Trump perché ritenevano che li disturbasse nei rapporti commerciali, ma sono favorevoli a un piano – sia con i repubblicani che con i democratici – per impedire alla Cina di sviluppare ed espandere tecnologie all’avanguardia come il 5G, e per impedire alla Cina di dispiegarsi come una grande potenza, di sviluppare le sue caratteristiche più imperialiste, e questo potrebbe tradursi in concorrenza per le grandi multinazionali come Google, Facebook, ecc. che la Cina controlla e a cui vieta di entrare nel suo territorio. Il problema è che si tratta di una lotta internazionale su quale monopolio prevarrà e quali Stati prevarranno all’interno di tale situazione. Allo stesso tempo, c’è una contraddizione economica interna: che le corporazioni di un paese superano, in certi casi, gli Stati. Sono corporazioni che chiedono ai loro Stati di abbassare le tasse, ma allo stesso tempo, gli enormi profitti che hanno all’estero con centinaia di migliaia di dipendenti, non li reinvestono nei loro paesi. Questo crea un problema per gli stessi Stati capitalisti su come condurre il paese con deboli egemonie per generare condizioni minime che impediscano lo scoppio di rivolte e, in prospettiva, di rivoluzioni.

Trotsky disse al suo tempo che era necessario analizzare le basi economiche e come le tensioni geopolitiche -dogane, commerciali, ecc. – si esprimevano in ogni momento, e quando minacciavano di tradursi in lotta militare, e lotta di classe. In altre parole, non poteva esserci analisi marxista che non considerasse tutti e tre gli elementi. Legato a questo metodo, Trotsky sviluppa il concetto di “equilibrio capitalista” per andare contro l’idea meccanicistica che il capitalismo è permanentemente in una crisi mondiale che si sta approfondendo sempre più. Nel 1921, Trotsky lo definisce come segue:

L’equilibrio capitalista è un fenomeno complicato; il regime capitalistico costruisce quell’equilibrio, lo rompe, lo ricostruisce e lo rompe di nuovo, ampliando, nel processo, i limiti del suo dominio. In ambito economico, queste continue rotture e restauri di equilibrio si manifestano sotto forma di crisi e di boom. Nell’ambito dei rapporti di classe, la rottura dell’equilibrio consiste in scioperi, serrate e lotta rivoluzionaria. Nell’ambito dei rapporti tra gli Stati, la rottura degli equilibri è la guerra o, più segretamente, la guerra delle tariffe doganali, la guerra economica o il blocco. Il capitalismo possiede così un equilibrio dinamico, che è sempre in fase di rottura o di ripristino. Allo stesso tempo, un tale equilibrio possiede una grande forza di resistenza; la prova migliore di ciò è che il mondo capitalista esiste ancora [2].

Senza prendere questi tre elementi, non avremo analisi marxiste, ma piuttosto analisi disarticolate che non ci permettono di fare previsioni. Trotsky ha detto che dirigere è prevedere, ma questo non significa essere un indovino, ma avere la capacità di osservare quali sono le tendenze più profonde: ci sono tendenze verso la stabilizzazione dell’equilibrio capitalistico nel mondo? Allora è una specie di situazione. Ci sono tendenze a rompere l’equilibrio? Cosa può rompere l’equilibrio, l’economia, la lotta interstatale, la lotta di classe, i tre elementi? L’analisi che, in termini generali, ci porta fuori dalla discussione congiunturale. È un computer per analizzare ciò che accade nel mondo e ci permette di comprenderne i problemi e le tensioni. Molti di noi usano questo metodo, ma dobbiamo spiegarlo alle nuove leve di militanti che cominciano a partecipare con noi alla lotta di classe.

 

Il carattere determinante dei risultati della lotta di classe

Cosa intendiamo dire, affermando che è necessario vedere dialetticamente questa contraddizione tra lotta di classe, economia e lotte interstatali per non cadere in visioni semplicistiche che ci impediscono di comprendere la realtà? Per esempio, il partito da cui siamo emersi, il vecchio Movimiento al Socialismo, vedeva la mappa della situazione mondiale tra gli anni Venti e Quaranta come una mappa nera: la sconfitta cinese, la sconfitta spagnola, il fascismo in Germania, ecc. E dal 1945 la vedeva come una mappa rossa: espropriazione della borghesia in Cina, Jugoslavia, Ungheria, ecc. Ma c’era davvero una “mappa nera” tra gli anni Venti e Quaranta e una mappa “rossa” nel dopoguerra? Vediamo un po’.

In effetti, tra gli anni Venti e Quaranta del secolo scorso ci sono state grandi lotte rivoluzionarie e grandi sconfitte. Nel 1925-27 ci fu la rivoluzione in Cina, dove gli operai e i contadini andarono al nord per liquidare i signori feudali, e seguirono il generale borghese Chiang Kai-shek. Arrivò il tempo in cui i “signori della guerra” furono sconfitti e il Partito comunista, che aveva appoggiato Chiang Kai-shek senza discutere, non gli fu più di alcuna utilità. Dunque Chiang Kai-shek giustiziò migliaia di lavoratori dell’avanguardia e il governo borghese si impadronì di una parte della Cina settentrionale. Nel romanzo “La condizione umana”, Malraux racconta come li gettavano nelle caldaie delle locomotive. In altre parole, è stata una grande lotta e una grande sconfitta.

Nel 1931 inizia la Rivoluzione spagnola: cade il governo della monarchia borbonica e i repubblicani vincono le elezioni. Gli anarchici, che erano un grande movimento che organizzava settori di massa, iniziarono un processo rivoluzionario che portò a un’insurrezione nelle Asturie, nel nord della Spagna, nel 1934. Il governo della Repubblica era di destra e uccise migliaia di persone, imprigionandone decine di migliaia, e questo ha provocato una reazione che ha portato al trionfo di un governo di collaborazione di classe, il cosiddetto Fronte Popolare. Poi è scoppiata una guerra civile in cui le forze del generale Franco si sono sollevate e hanno voluto rovesciare il governo della Repubblica. Gli anarchici, i comunisti – che erano pochi – e i socialisti nelle città dove avevano più forza, tra cui Barcellona e Madrid, ingaggiano battaglia con coltelli, coltelli e pistole e affrontano l’esercito e lo sconfiggono in molti luoghi. È un’enorme lotta rivoluzionaria. Ma invece di andare fino in fondo e prendere il potere per i lavoratori, lo stalinismo ha sostenuto il governo della Repubblica, sulla scia della borghesia che ha portato al trionfo di Franco e della classe operaia spagnola. Vale a dire, una rivoluzione di 4 o 5 anni e una guerra civile di 3 anni che si conclude con una grande sconfitta.

Questo per fare solo qualche esempio, senza parlare dell’ascesa del fascismo. In Germania c’erano già state sconfitte del movimento rivoluzionario nel 1919, 1921 e 1923, e dopo la crisi degli anni Trenta i fascisti erano diventati forti. La linea dello stalinismo in Germania non è quella di lottare per l’unità dei lavoratori socialdemocratici e comunisti per lottare insieme contro il pericolo fascista che intendeva distruggere i sindacati, i club dei lavoratori, le cooperative, eccetera, cioè ridurre la classe operaia ad una massa amorfa che non aveva alcuna possibilità di difendersi; lungi da ciò lo stalinismo sostiene che i socialdemocratici sono nemici tanto quanto i fascisti, e questo permette a Hitler di trionfare. Non solo, ma si apre una carneficina molto più grande che è la seconda guerra mondiale, la prima vera guerra planetaria, dove si combatte in URSS, in Cina, in Giappone, in Europa e persino in Africa; vi partecipa anche il Brasile con 20.000 soldati che sbarcano sulle coste della Sicilia. Gli Stati Uniti schierano tutta la loro produzione in guerra per battere gli imperialisti tedeschi, giapponesi e italiani che sfidano l’ordine mondiale.

Vediamo così la mappa degli anni dal 1920 al 1940 segnati da grandi processi rivoluzionari e grandi sconfitte provocate dalle direzioni del movimento di massa, e questo sormontato da una guerra mondiale. Tuttavia, non possiamo analizzare questi fatti separatamente e accontentarci di dipingere la mappa in nero. La prima cosa che dovremmo chiederci è perché in questo scenario non tutti sono finiti in schiavitù dopo la guerra mondiale. E non è successo perché era emersa l’Unione Sovietica, che era regredita nelle sue conquiste, ma gli Stati Uniti, per battere gli imperialisti nemici, dovevano sostenere tatticamente l’URSS. Così gli Stati Uniti hanno cambiato tutta la loro produzione e hanno iniziato a produrre armi. La produzione di aerei è passata da 3.000 all’anno nel 1939 a oltre 300.000 in cinque anni. Quegli aerei furono mandati in prima linea per sostenere i loro alleati britannici e francesi -con l’invasione della Francia- e l’Unione Sovietica, perché “chi è nemico del mio nemico finisce per essere mio amico”, almeno per qualche anno. Poi hanno sostenuto l’Unione Sovietica e la guerra mondiale si è conclusa con l’URSS che ha tenuto duro – nonostante il disastro di Stalin, che non ha preparato, ma piuttosto boicottato, la difesa contro l’invasione nazista, e che è costata 20 milioni di morti – e ha finito per occupare l’Europa orientale e parte della Germania. Non solo l’Unione Sovietica ha tenuto duro, ma al suo fianco la Cina, il cui dominio da parte dell’imperialismo era stato uno dei motivi della guerra mondiale, si è conclusa con il trionfo della rivoluzione. I contadini che avevano sofferto terribili carestie durante la guerra si sollevarono e poi sostennero la linea di Mao Tse Tung. Hanno portato a termine la riforma agraria dove non solo hanno ucciso i signori della guerra, i proprietari terrieri, ma anche gli strozzini che hanno fatto iscrivere i loro debiti nei libri contabili. Un’onda incontrollabile che ha portato Mao Tse Tung al potere. Mao non voleva altro che un governo di coalizione con Chiang Kai-Shek, ma le masse lo spinsero a prendere il potere.

Per capire tutto questo è necessario integrare dialetticamente tutto l’insieme delle contraddizioni che stavano accadendo nella situazione mondiale. Se analizziamo solo l’economia o il conflitto interstatale, e non vediamo il ruolo decisivo della lotta di classe, ci sorprenderemo di trionfi che si trasformano in sconfitte – come quelle grandi rivoluzioni degli anni Venti e Trenta, per il problema della direzione della classe operaia, e di sconfitte spaventose che per l’azione delle masse, per la sofferenza che una guerra crea, si trasformano in rivoluzioni enormi. Ecco perché Lenin pronuncia la famosa frase che le situazioni rivoluzionarie – in generale, e non parliamo nemmeno di guerre – si verificano quando c’è una sofferenza più grande del solito; che colpisce la soggettività delle masse che entrano in azione. A volte spingono la burocrazia a svolgere compiti che non vuole svolgere, altre volte riescono a superarla come nella Rivoluzione russa, dove le masse portarono al potere i bolscevichi.

Poi, se ci avviciniamo alla situazione mondiale integrando economia, geopolitica e lotta di classe, vediamo tra il 1920 e il 1940: in campo economico la crisi degli anni Trenta; per quanto riguarda la geopolitica la Germania – che era stata distrutta dopo la prima guerra mondiale – che sfida l’ordine mondiale -anche il Giappone e l’Italia-, tensioni che portano alla guerra. In altre parole, problemi economici, problemi geopolitici. E il movimento operaio, apparentemente sconfitto, esce dalla guerra con un risultato molto più contraddittorio. L’URSS non solo mantiene il suo territorio, ma avanza verso i Balcani, l’Europa dell’Est, fino ad occupare la metà della Germania capitalista, un risultato inaspettato per il mondo intero. La Cina fa una rivoluzione enorme. Gli Usa hanno un grande trionfo in Occidente ma con la contraddizione che alla fine di una guerra condotta per conquistare più spazi per la valorizzazione del capitale, le economie pianificate, seppur burocratiche, avevano espropriato i capitalisti, e gli Stati operai burocraticamente deformi e degenerati sottraggono un terzo dell’umanità alla valorizzazione del capitale.

Ora, questo significava che la mappa era dipinta sempre più di rosso? Se guardiamo alla situazione mondiale dal punto di vista della geopolitica, della competizione interstatale tra due sistemi, allora la “mappa rossa” esisteva. Tuttavia, in quei paesi il socialismo non poteva essere sviluppato “in un solo paese” sulla base delle varianti staliniste nazionali perché, in definitiva, è l’opposto della prospettiva di unire le forze produttive a livello internazionale che permetterebbe di ridurre radicalmente l’orario di lavoro e di avanzare verso una società di liberi produttori associati, come diceva Marx. Tutte quelle ideologie di conciliazione di classe che deducono non solo il riformismo ma il buon senso dei partiti che si definiscono comunisti erano totalmente contrari a dipingere la “mappa rossa”, perché era piena di Stati che si definivano socialisti – anche Stati africani che si definivano socialisti nazionali – ma che dal punto di vista della lotta di classe preparavano la catastrofe che era il neoliberismo, quando tutte quelle burocrazie che dirigevano quegli Stati si appropriarono dei beni pubblici e divennero oligarchi schiacciando i lavoratori – per esempio, la restaurazione del capitalismo in Russia portò a un calo della speranza di vita dei lavoratori di 10 anni, un’operazione controrivoluzionaria che solo le guerre possono portare; Lì è stato raggiunto senza alcuna guerra, solo con la resa della burocrazia che allora gestiva l’URSS.

Se non integriamo nell’analisi le diverse dimensioni e il ruolo determinante della lotta di classe, non possiamo capire cosa sia successo. Trotsky credeva addirittura che nel calore della seconda guerra mondiale Stalin potesse essere rovesciato, a causa di tutti i disastri che aveva fatto in relazione alla preparazione della guerra stessa. Non fu rovesciato: Stalin vinse ed estese il prestigio di quell’economia pianificata -deformata burocraticamente-, e l’economia dell’Unione Sovietica è cresciuta costantemente. Alleata della Cina, ha cominciato a crescere e a sfidare l’ordine mondiale. Chi non avesse analizzato la lotta di classe non avrebbe visto, ad esempio, che il Partito comunista, che all’inizio voleva fermare la guerra contro l’Unione Sovietica e si rifiutava di resistere ai nazisti, una volta che vede che questi continuano, lancia quella che viene chiamata [in Francia] il maquis, che è una resistenza di masse intorno agli anni 1943-44 di lavoratori che si organizzano in cellule clandestine per combattere contro i nazisti. Poi, chi non vede la lotta di classe, l’implicazione che essa ha e che è quella che definisce in ultima istanza, non riesce a capire come dopo 20 anni di spaventose sconfitte e di una carneficina, la più grande nella storia dell’umanità, la risultante della lotta di classe dà però che i contadini e i lavoratori cinesi approfittano della situazione per prendere il potere ed entrare a Pechino nel gennaio 1949, mentre l’URSS può estendere il suo territorio occupando tutta l’Europa orientale. Ma nello stesso tempo lo stalinismo, grazie al prestigio con cui l’Armata Rossa aveva sconfitto i nazisti, si impadronì delle masse in Occidente, con enormi partiti comunisti che furono la chiave per deviare o sconfiggere i grandi processi rivoluzionari che si verificarono dopo la guerra in Francia, Italia e Grecia.

Allora, il proletariato ha trionfato o ha perso nella guerra mondiale? Nel senso che non l’hanno schiacciato, ci sono sicuramente riusciti: avrebbero potuto spazzare via tutto. C’è un trionfo nel fatto che quelle istituzioni che il movimento operaio aveva creato con le rivoluzioni, anche con le rivoluzioni deformate, sono state mantenute. Ma la classe operaia ha trionfato o è stata sconfitta? La risposta è che la risoluzione è stata rinviata. Il risultato è stato il cosiddetto “ordine di Yalta”. Nella città di Yalta, l’imperialista Churchill, l’imperialista Roosevelt e il “capo del proletariato” di tutto il mondo, Stalin, si sono accordati per dividere il mondo in zone di influenza e non andare a una nuova guerra, per competere ma pacificamente; ciò che gli stalinisti chiamavano “coesistenza pacifica” con l’imperialismo. Allo stesso tempo, i partiti comunisti in Occidente stavano crescendo in prestigio con l’Unione Sovietica e venivano messi al servizio dell’arresto di tutti i processi rivoluzionari. [continua…]

 

Emilio Albamonte

Traduzione da Ideas de Izquierda

 

Note

1. Il capitale è definito da Karl Marx come un “valore in processo”, cioè in crescita permanente sulla base dell’estrazione del plusvalore dalla forza lavoro che sfrutta (unica fonte di profitto), che è ciò che permette di valorizzare il valore originario (di aumentare il suo ammontare grazie al plusvalore che estrae dalla forza lavoro). Il capitale è anche un valore in processo perché è costretto ad aumentare la scala su cui opera grazie al reinvestimento del plusvalore. Questo reinvestimento, che Marx ha definito “accumulazione di capitale”, richiede che sia sempre disponibile una massa sufficiente di forza lavoro supplementare e mercati per i beni prodotti. Ma anche se queste condizioni sono soddisfatte, l’accumulazione del capitale stesso gioca contro la continuità della valorizzazione: per Marx, uno dei risultati di tale accumulazione è la tendenza al calo del tasso di profitto.

2. Lev Trotsky, Los primeros 5 años de la Internacional Comunista, Buenos Aires, Ediciones IPS, 2016, p. 203.