Il 25 gennaio 2021 si celebra il decimo anniversario dal primo giorno della discesa in piazza delle masse egiziane, che portò al successivo processo rivoluzionario nel paese, dentro il quadro dei movimenti di massa nel Medio Oriente e nell’Africa del Nord passati alla storia come “Primavera Araba”. Per analizzare e contestualizzare uno dei grandi processi politici che stanno definendo il nostro secolo, proponiamo un opuscolo composto da tre saggi. che presentiamo in diretta sulla nostra pagina facebook lunedì 25 gennaio dalle 20.45 (qui l’evento). Questo saggio in particolare riflette sui motivi del fallimento della Primavera Araba come rivoluzione sociale.


Fenomeni rivoluzionari e rivoluzioni

Ogni rivoluzione comincia sempre con una situazione rivoluzionaria. Quest’ultima, tuttavia, non costituisce garanzia alcuna di successo per i rivoluzionari e per la rivoluzione in sé come processo sociale. Tale apparente paradosso ci conduce al cuore del problema. Per comprendere i fenomeni rivoluzionari dobbiamo mantenere distinte le due dimensioni che li caratterizzano: movimento e cambiamento. La rivoluzione come movimento prende avvio nell’istante in cui le masse, in genere spettatrici di decisioni prese per loro conto da altri, irrompono violentemente sul terreno dove si decidono le proprio sorti. Se tale ingresso sulla scena politica determina anche una rapida disarticolazione dei meccanismi formali e informali attraverso i quali il potere viene gestito, una fase rivoluzionaria ha realmente preso avvio. Questa si distingue per il fatto che la lotta per il potere tra le classi dominanti e quelle sfruttate è, a differenza di quanto succede in periodi non rivoluzionari, relativamente bilanciata. Detto altrimenti, la capacità della borghesia e dei suoi apparati statali di esercitare un controllo reale sulla società dall’alto è seriamente limitato dalla mobilitazione delle classi lavoratrici dal basso.

Una simile situazione non dura però in eterno. Le masse non possono infatti vivere in uno stato di eccitazione permanente. Un nuovo ordine deve necessariamente emergere. Nel caso in cui la situazione rivoluzionaria determini un mutamento nella leadership e nella forma di governo, ma non nei rapporti tra le classi, il cambiamento prodotto dalla rivoluzione è meramente politico. Come vedremo, il caso tunisino è un perfetto esempio di rivoluzione politica. Se al contrario i confini sociali vengono scavalcati dalla rivoluzione, sancendo il passaggio del potere ad una nuova classe e l’instaurarsi di un diverso modo di produzione, abbiamo allora una rivoluzione sociale. Quanto successo in Russia nell’ottobre del 1917 è esemplificativo al riguardo. In altre circostanze, settori della precedente coalizione dominante riescono invece a ricostruire nuovi meccanismi e strutture di dominio, portando così a compimento un processo che si definisce di contro-rivoluzione e impedendo qualsiasi forma di cambiamento. L’Egitto di al-Sisi e il colpo di stato militare da questi guidato il 3 luglio 2013 ne sono una chiara manifestazione.

L’accumulazione di energie rivoluzionarie

Il 25 gennaio 2011, un eterogeneo insieme di partiti di opposizione, movimenti e gruppi giovanili chiamava ad una giornata di protesta in Egitto contro il regime di Hosni Mubarak. Molti si aspettavano un esito simile all’anno precedente: poche centinaia di militanti rapidamente dispersi, malmenati e arrestati dalle forze di sicurezza. Inaspettatamente, le strade delle principali città egiziane vennero invase da decine di migliaia di manifestanti, trasformando una sparuta compagine di attivisti politici in un’avanguardia rivoluzionaria. In Tunisia, al contrario, l’emergere di una situazione rivoluzionaria ha seguito un percorso più graduale, dovendo viaggiare dalle aree più interne e svantaggiate verso la costa e la capitale. In retrospettiva, appare comunque evidente come il gesto di aperto autolesionismo di un giovane venditore di strada senza licenza, Mohamed Bouazizi che, dopo aver subito il sequestro della sua merce ad opera della polizia, si è dato alle fiamme il 17 dicembre 2010 di fronte al municipio della propria città, Sidi Bouzid, rappresenti l’avvio iconico della rivoluzione in Tunisia.

L’individuazione di quei precisi momenti che sanciscono lo scoppio di un processo rivoluzionario non vuole ovviamente ridurre questi ad eventi puri. Nel decennio che ha preceduto le rivoluzioni, Tunisia e Egitto erano stati infatti attraversati da numerosi movimenti di protesta, che avevano determinato una molecolare accumulazione di energie rivoluzionarie. In entrambi i casi, il movimento di protesta sia era articolato lungo due assi principali: un movimento democratico, animato dalle classi medie urbane e principalmente interessato ai diritti politici e civili; ed un movimento sociale, il cui motore erano le classi lavoratrici, in lotta per strappare un salario migliore e per difendere, oppure ottenere, un posto di lavoro. Ad uno sguardo più attento, tuttavia, i movimenti di protesta in Tunisia ed Egitto sono stati significativamente dissimili. Questo è particolarmente vero quando ci concentriamo sull’ala sociale del movimento. In reazione alle politiche di stampo neoliberista del regime di Mubarak, nel corso degli anni duemila abbiamo assistito in Egitto alla più lunga e forte ondata di proteste dei lavoratori dell’intera storia repubblicana del paese. Protagonista indiscusso in tal senso è stato il proletariato industriale delle grandi aziende statali, soprattutto nel settore tessile. Di fronte ai vari tentativi del governo di privatizzare importanti rami del settore statale, il numero di azioni collettive del movimento operaio sono passate dalle circa 90 del 2003 alle oltre 600 del 2007 e del 2008. Un vero e proprio punto di svolta è stato il grande sciopero nella fabbrica tessile di Mahalla al-Kubra, dove i circa 24 mila operai dello stabilimento hanno occupato il complesso per tre giorni nel dicembre del 2006, riportando una storica vittoria. In questa, come in tutte le altre mobilitazioni, data la completa passività del sindacato unico, i lavoratori egiziani sono stati costretti a creare dei comitati di sciopero, alimentando una dinamica con tendenze contraddittorie. Da un lato, l’assenza di una struttura e di un coordinamento nazionale hanno limitato la possibilità di un giungere ad uno sciopero generale, come mostrato dal fallimento di un tentativo in tale direzione il 6 aprile 2008. Dall’altro, la mancanza di mediazione della burocrazia sindacale ha dato vita ad uno scontro decisamente aspro tra gli apparati statali e i lavoratori.

Una dinamica simile non si è invece sviluppata in Tunisia. Per quanto infatti il numero di scioperi in relazione al totale dei lavoratori sia stato più alto qui che in Egitto negli anni duemila, il sindacato unico tunisino (UGTT) – una struttura cooptata al vertice, ma che manteneva una certa vitalità alla base e in quelle federazioni che le varie tendenze di sinistra avevano conquistato negli anni Settanta – ha spesso utilizzato l’arma dello sciopero come valvola di sfogo di fronte alla tensione montante dal basso. All’interno di una dinamica strettamente controllata dalla centrale sindacale, le agitazioni dei lavoratori sono così rimaste nell’alveo della moderazione. Dove gli argini sono stati rotti è, al contrario, nella rivolta popolare durata circa 6 mesi nel bacino minerario di Gafsa nel 2008. L’esplosione di rabbia in una delle regioni più svantaggiate della Tunisia è stato il prodotto di un’inedita convergenza tra lavoratori precari e disoccupati, da un lato, e sindacalisti di base nel settore dell’educazione, dall’altro. In una dinamica che si sarebbe presto riproposta, le cellule di base del sindacato creavano così il contesto propizio per fare esplodere il malcontento delle classi popolari tunisine.

L’assalto al cielo

Per molti anni, in alcuni casi anche per decenni, si ha l’impressione che niente accada. Poi, la storia subisce improvvise e inattese accelerazioni. In poche settimane “accadono” decenni. Questo è tipico della dinamica rivoluzionaria e quanto successo nel mondo arabo non fa eccezione alcuna. Dittature che duravano da oltre mezzo secolo e autocrati pluridecennali sono stati infatti sconfitti nel giro di poche settimane in Tunisia e in appena 18 giorni in Egitto. In ultima istanza, questi successi dei movimenti rivoluzionari sono stati il prodotto di convergenze larghe, capaci di spingere all’azione classi sociali con interessi materiali divergenti e partiti politici con riferimenti ideologici diversi. Tali convergenze non sono però esistite fin dal primo palesarsi dei movimenti rivoluzionari. Sono state, al contrario, le contraddizioni create dal movimento di massa a gettare le premesse per un allargamento del fronte rivoluzionario in termini sociali e politici. Sia in Tunisia che in Egitto, un aspetto cruciale in tal senso è stato l’ingresso del movimento dei lavoratori come soggetto collettivo nel fuoco delle rivolte. Questo è avvenuto, in maniera non sorprendente dato le differenti mobilitazioni degli anni precedenti che abbiamo analizzato, con modalità alquanto diverse.

Nel contesto tunisino, le pressioni provenienti dalla parte militante e radicale del sindacato, che chiedeva uno sciopero generale immediato in risposta alle violenze della polizia sui manifestanti, hanno spinto il vertice dell’UGTT, fedele invece a Ben Ali e al suo regime, a trovare una soluzione di compromesso garantendo il diritto alle sezioni regionali del sindacato di indire scioperi locali. Questa mediazione, volta a tenere a freno le molteplici tendenze centrifughe che si stavano sviluppando in seno al sindacato, diverrà nei fatti il trampolino di lancio ideale per il radicalizzarsi della situazione rivoluzionaria. Il 12 gennaio 2011, scioperi regionali si registrano a Kairouan, Tozeur e soprattutto a Sfax, l’area dove si concentra il maggior numero di aziende metalmeccaniche del paese. Questo fatto segna il primo reale e decisivo ingresso delle tute blu tunisine nel movimento rivoluzionario, alterando i rapporti di forza a favore delle opposizioni. Due giorni più tardi, un modesto sciopero di due ore nella capitale Tunisi diviene l’occasione per l’occupazione di massa del centralissimo viale Bourguiba, segnando la fine del regime di Ben Ali.

Anche in Egitto per l’intera prima parte dei 18 giorni di ininterrotte proteste contro Mubarak, i lavoratori partecipano più a titolo personale che come forza collettiva. La situazione muta però in maniera significativa quando il 6 febbraio, nel tentativo di far vedere che una fase di normalizzazione è in corso, il governo decide di riaprire quelle fabbriche e uffici che erano rimasti chiusi, per arginare il propagarsi del fervore rivoluzionario, dal 28 gennaio. A partire dal 7 febbraio, una straordinaria ondata di scioperi auto-proclamati coinvolge oltre 300mila lavoratori e paralizza l’intero paese. Le alte gerarchie militari si trovano di fronte a un bivio: repressione frontale e diretta del movimento rivoluzionario, oppure il sacrificio dell’anziano faraone. Escludendo la prima opzione, dato il rischio che questa portasse ad una rottura della gerarchia militare, Mubarak entra ufficialmente nei libri di storia l’11 febbraio 2011. Le forze armate egiziane, che a partire dagli anni Settanta sono emerse come un’importante frazione della classe capitalista, controllando vitali settori dell’economia, assumono direttamente il potere. Il loro scopo è duplice: garantire la propria posizione ed evitare un pericoloso vuoto di potere che avrebbe potuto facilitare il trionfo della rivoluzione.

Il crescente carattere sociale delle rivoluzioni

Le cadute di Ben Ali e Mubarak non segnano la fine delle rivoluzioni. Al contrario, costituiscono la premessa necessaria per una loro radicalizzazione. Questo avviene nonostante il rapido sgretolarsi di quelle larghe convergenze sociali e politiche che si erano formate nelle strade e nelle piazze. Per le classi medie e per un arco ampio di partiti – dagli islamisti alle tendenze di sinistra riformiste, passando ovviamente per i liberali – le mobilitazioni di massa devono infatti adesso lasciare spazio ad un ordinata transizione che garantisca un futuro post-autoritario. Il peso di spingere avanti il processo rivoluzionario ricade quindi interamente sulle spalle delle classi lavoratrici e delle forze comuniste. Per quanto vi sia un andamento a fisarmonica nella dinamica rivoluzionaria, con apparenti stasi e fulminee radicalizzazioni, il crescente carattere sociale delle rivoluzioni mette in grande difficoltà le classi proprietarie, che cercano disperatamente di riprendere il controllo della situazione. In Tunisia, il principale strumento al riguardo diventa il sindacato unico. Mentre nei giorni della sollevazione contro Ben Ali la pressione dei sindacalisti di base e dei lavoratori avevano spinto l’UGTT su posizioni involontariamente rivoluzionarie, la burocrazia agisce adesso come un potente idrante sulle aspirazioni dei lavoratori ad ottenere un radicale cambiamento delle proprie condizioni di esistenza. La gabbia del sindacato deflette le mobilitazioni del proletariato tunisino, che così non diviene il soggetto di riferimento delle altri classi popolari, in grado sì di esprimere una viscerale avversione verso l’intero sistema, ma incapaci di guidare a successo il processo rivoluzionario. Tale situazione favorisce una mediazione centrista e l’emersione di una democrazia elettorale. A dieci anni di distanza dalla dipartita di Ben Ali, niente è però cambiato per chi giornalmente varca i cancelli di una fabbrica o si trova alla disperata ricerca di un salario.

In Egitto, al contrario, proprio perché il sindacato unico si era trasformato in una struttura completamente sclerotizzata, le classi possidenti non hanno potuto utilizzare la burocrazia sindacale per arginare la montante pressione proveniente dal basso. Le forze armate, dopo aver preso il potere, hanno quindi provato a dividere gli enormi costi politici della gestione di una simile situazione con gli islamisti. La luna di miele tra generali e fratelli musulmani dura però poco, fiaccata da costanti ondate di scioperi. Nel corso del 2012, ad esempio, si registrano 1969 azioni di protesta sui luoghi di lavoro, mentre nei soli primi 6 mesi del 2013 queste salgono alla cifra record di 1972. Nonostante questo, il movimento dei lavoratori egiziano non riesce a dar vita a delle nuove e autonome forme di potere politico, finendo per rimanere chiuso nella contesa tra militari e islamisti. Con il colpo di stato del luglio 2013, saranno i primi a prevalere, instaurando una feroce dittatura che ha soffocato nel sangue le aspirazioni emancipatrici della rivoluzione.

Gianni Del Panta