Un altro capitolo nella burrascosa vicenda del presidente haitiano Jovenel Moise: dopo che ha rifiutato le dimissioni, i lavoratori sono scesi in piazza per uno sciopero generale di quarant’otto ore.


In quella che suona, ormai, come una storia fin troppo familiare, una coalizione di sindacati, tra cui il Collettivo di Avvocati per la Difesa dei Diritti Umani, il Movimento Unitario per i Lavoratori Haitiani, e il Centro Nazionale dei Lavoratori, con l’appoggio di partiti di opposizione e organizzazioni umanitarie (come la Brigata Anti-Corruzione), sono scesi nelle strade di Port-au-Prince e di tutta l’isola caraibica per protestare contro il governo di Jovenel Moise. Si chiedono a gran voce le sue dimissioni per i numerosi scandali di corruzione che lo circondano, oltre che per aver effettivamente arrestato il cambio di legislatura parlamentare che sarebbe dovuto avvenire con elezioni per il mese di Gennaio di quest’anno, ma che Moise ha bloccato, di fatto governando con un parlamento illegittimo. Il suo governo si è contraddistinto per disastrose politiche anti-lavoratrici, per i legami profondi con esponenti della finanza internazionale (nutre di considerevole appoggio da parte degli Stati Uniti, in primis) e per la violenza politica perpetrata da squadroni di “sicurezza privata”, che non si fanno remore a invadere spazi di discussione politica, scuole, università e luoghi di lavoro.

Queste squadracce, conosciute sotto il nome collettivo di “G-9”, che ricordano la “Tonton Macoute” del dittatore François Duvalier (che ha governato il paese dal 1957 al 1971), sono responsabili centrali di un aumento esponenziale di uccisioni e sequestri, in quartieri popolari della capitale come Cite Soleil o Lasalin (il giornale haitiano Le Nouveliste parla di una media di 160 sequestri al mese), ma il governo continua a spingere la retorica per la quale questa escalation sia dovuta alle colpe morali della classe lavoratrice, incoraggiando le persone a lavorare con la polizia che le reprime. In uno dei casi più eclatanti di questa prassi, una delle unità della rete G-9, il due di ottobre dello scorso anno, era entrata in maniera del tutto illegale su un campus universitario e aveva ucciso una figura di punta dell’opposizione studentesca a Moise, lo studente di legge e tirocinante Gregory Saint-Hilaire, suscitando rabbia e indignazione in tutto il paese. La lista degli oppositori scomparsi o barbaramente assassinati è lunga e continua a crescere, così come continuano a crescere le scuse di cui si copre il governo Moise per giustificare la propria permanenza: mentre afferma, attraverso l’ambasciatore Bocchit Edmond, che il suo mandato presidenziale quinquennale, cominciato nel 2017, non scada fino al 2022, Jovenel Moise impedisce il rinnovo delle camere parlamentari, e sembra non essere in grado di rispondere alla rivendicazione fondamentale dei suoi oppositori, come l’avvocato Mario Joseph, per cui bisognerebbe attuare l’articolo 134-2 della Costituzione emendata, il quale lo vedrebbe decadere un anno prima del dovuto, in data 7 febbraio 2021 (a causa degli scandali che lo circondano).

Tutti i segnali sembrano indicare verso la grama prospettiva di un sempre maggiore accentramento di potere, specie dopo che il presidente ha prima nominato (in via del tutto personale) un comitato per rielaborare la Costituzione del paese, e poi indetto un referendum da tenersi nell’aprile del 2021 al fine di approvare i cambiamenti formulati dal comitato. Le proteste di questi due giorni sono solo le ultime di una lunga serie di manifestazioni di piazza che sconvolgono Haiti, fin dalle ultime elezioni presidenziali, svoltesi nel 2016, e terminate nel trionfo del Parti Haïtien Tèt Kale, PHTK, guidato proprio da Jovenel Moise. A seguito dello scandalo Petrocaribe, in cui gran parte del gabinetto del presidente uscente Michelle Martelly era stato implicato per aver ottenuto fondi in maniera illecita dal gruppo energetico venezuelano, l’elezione di Moise era stata vista come un continuo dell’eredità politica di violenza, corruzione e sfruttamento dell’establishment politico liberale e pro-austerity, anche a seguito di risultati estremamente incerti (un exit poll del giornale Haitian Sentinel dava Moise al 6% il giorno prima delle elezioni, che poi avrebbe vinto con un dichiarato 55.6%); il tutto, mentre gli Stati Uniti, nella figura di John Kirby, portavoce del Dipartimento di Stato Americano, avvallavano con tranquillità il clima di violenza in cui le elezioni erano state affrontate, parlando di “un ritorno sulla buona strada del ristoro dell’ordine costituzionale”. Le proteste che montavano nelle strade sono poi finite per toccare ogni aspetto della vita quotidiana, come nel caso eclatante di un corteo funebre sul quale la polizia ha aperto il fuoco, causando numerosi feriti: il funerale era di un uomo, tragicamente morto durante le proteste del giorno prima. La situazione ha raggiunto apici di violenza tali da far proclamare al governo un “peyi lok”, un lockdown totale di tutte le attività commerciali, le scuole, gli ospedali, i tribunali e qualsivoglia servizio pubblico, durato ben due mesi, a partire da Novembre del 2019 e terminato a Gennaio del 2020.

In un paese dove il 60% delle persone vive sotto la soglia di povertà, e il 25% sotto la soglia di povertà estrema, lo sconvolgimento economico è arrivato ben prima del coronavirus: per colpa dello scandalo Petrocaribe, e la conseguente rimozione del gabinetto Martelly, sono anche venuti a mancare i milioni di dollari di aiuto dalla comunità internazionale, e il costo della vita si è alzato vertiginosamente, creando terreno fertile per la devastante crisi economica e sanitaria conseguita al Coronavirus. Mentre la comunità internazionale resta in disparte, suscitando preoccupazione da parte di numerose componenti sociali della popolazione isolana, il popolo di Haiti si prepara a tornare in piazza il 7 febbraio, il giorno in cui ci si aspettava che Moise avrebbe ratificato le proprie dimissioni; una giornata importante, nel calendario haitiano. Fu proprio il sette di febbraio del 1986, il giorno in cui il poderoso movimento pro-democrazia mise fine alla brutale dinastia politica di Duvalier: qualora la rinnovata chiamata alla protesta dei sindacati venisse ascoltata, potremmo assistere ad una nuova, importante dichiarazione di forza della classe lavoratrice di Haiti, che non ha mai realmente smesso di lottare contro chi ha cercato, sia dentro che fuori dai confini dell’isola, per decenni, di vederla sfruttata.

 

Luca Gieri