Stamattina, dopo aver sciolto la riserva, Mario Draghi ha giurato insieme alla squadra di governo da lui composta in seguito alle consultazioni con le forze parlamentari. Aveva parlato di un governo “di alto profilo”, ma chi sono i ministri che dovranno incassare la fiducia?


Chi è Mario Draghi, il nuovo “uomo della provvidenza”

Pochi minuti fa il nuovo governo Draghi ha giurato di fronte al presidente della repubblica Mattarella, potendo così ufficialmente presentarsi in parlamento per incassare la fiducia e instaurarsi. La fiducia chiuderà formalmente la crisi di governo che il partito di Matteo Renzi, Italia Viva, aveva aperto il 13 gennaio ritirando i propri ministri dal governo Conte II. Nonostante il voto di fiducia in parlamento, Conte si dimise il 25 gennaio di fronte alla possibilità di una sfiducia in Senato (dove i pochi voti di Italia Viva contano di più perché il M5S è più debole) sulla relazione del ministro della Giustizia Bonafede, osteggiato dai renziani. In un primo momento il presidente Mattarella ha tentato la via della formazione di un governo Conte III tramite le consultazioni gestite dal presidente della Camera Roberto Fico (M5S), ma senza riuscire a sbloccare lo stallo tra Italia Viva e gli altri ex-soci di governo.

Mattarella aveva già escluso categoricamente le elezioni per via dell’emergenza pandemica e della delicatezza del piano vaccinale, che necessitavano a sua detta un’azione di governo “forte” nei prossimi mesi. Curiosamente, da una parte le elezioni locali e il referendum costituzionale per tagliare i parlamentari non soffrivano evidentemente di questa “impraticabilità”, dall’altra notiamo che il piano vaccinale è già stato stabilito e andrebbe semplicemente messo in pratica dall’apparato sanitario nazionale.

Il presidente ha così incaricato Mario Draghi di tenere un nuovo giro di consultazioni per formare un nuovo governo. Draghi, classe 1947, come e più del professor Mario Monti prima di lui, è un esponente di spicco del mondo delle banche e del grande capitale finanziario: allievo di una certa scuola economica da “centrosinistra” della Prima Repubblica (entrando poi nelle fila dell’alta burocrazia statale come direttore generale del Ministero dell’economia), lavora come Monti per un periodo per il ricchissimo fondo di investimenti Goldman Sachs, dirige la Banca d’Italia dal 2005 al 2011, anno in cui è stato eletto presidente della Banca Centrale Europea (la famigerata BCE). È lo stesso capo della BCE che scrisse nel 2011, appena eletto, una lettera pubblica al governo Berlusconi richiedendo un piano di ulteriori privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica e dei diritti dei lavoratori. Il suo modello monetario “espansivo” ha alternato politiche di emissione di grandi quantità di titoli di debito a favore dei singoli Stati della UE – cioè, visti i detentori dei debiti pubblici di questi Stati, a favore dei grandi gruppi bancari europei ed esteri – a piani di lacrime e sangue per la classe lavoratrice e la popolazione povera, a partire dalla Grecia, dove a nulla servì l’ascesa al governo della sinistra riformista di Syriza, la cui retorica “anti-austerità” fu spazzata via dall’agenda della BCE, della Commissione Europea (il “governo” dell’UE) e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). In questo senso, il governo Monti, salito con una spallata al precedente governo Berlusconi basata su una speculazione finanziaria contro il miliardario gruppo Fininvest di proprietà di Berlusconi stesso, era il volto della BCE e di Draghi in Italia.

Tornando al 2021, la stampa italiana si è messa alla coda di Mattarella nell’elogiare “Super Mario” con uno sbarramento di elogi, aneddoti edificanti e lodi sperticate alle sue qualità di economista e uomo politico, che nulla ha da invidiare alle veline approvate dal governo Mussolini ai tempi della “battaglia del grano” o dell’invasione dell’Etiopia. Avendo costruito in un paio di settimane un consenso gonfiato – proprio come una bolla finanziaria – attorno alla figura del presidente incaricato, un po’ tutti si aspettavano un governo composto esclusivamente o in gran parte di “tecnici” – professori, economisti/banchieri, grandi burocrati statali – un po’ come avvenne per il governo Monti nel 2011. La bolla è scoppiata già ieri quando Draghi ha sciolto la riserva presentando la sua lista di ministri al presidente Mattarella.

 

Ministri “di alto profilo”?

Sarebbe stato difficile e pericoloso comporre una squadra di soli “tecnici: su questo ritorniamo più avanti. Fatto sta che l’effettivo governo Draghi, non quello dei sogni della stampa “democratica” innamorata dei banchieri e dell'”uomo forte”, è un ibrido a metà tra il governo Monti, il governo Conte II e e i governi Berlusconi del 2011-6 e 2008-11. Passando per un compromesso parlamentare che ha allargato la maggioranza a Forza Italia e Lega, senza escludere i vecchi soci di governo, era tecnicamente impossibile comporre un diverso governo politico (appunto, non con soli “tecnici”) senza voler rompere con i capi di partito, il che avrebbe portato proprio a quelle elezioni da evitare whatever it takes, a qualsiasi costo.

Prima di continuare il nostro discorso, riproduciamo l’elenco dei ministri suddivisi per area di provenienza.

M5S

D’Incà (confermato Rapporti con il parlamento), Di Maio (confermato Esteri), Dadone (politiche giovanili, già pubblica amministrazione), Patuanelli (da MISE a Politiche Agricole)

PD

Guerini (Difesa, confermato), Bianchi (istruzione), Franceschini (Cultura, confermato), Orlando (Lavoro)

LeU

Speranza (Sanità, confermato)

Italia Viva

Bonetti (Pari opportunità, confermata)

Lega

Giorgietti (MiSE), Stefani (Disabilità), Garavaglia (Turismo)

Forza Italia

Carfagna (Sud e coesione territoriale), Brunetta (Pubblica Amministrazione), Gelmini (Affari regionali e autonomie)

Tecnici”

Draghi (Presidente del Consiglio), Lamorgese (Interni, confermata), Franco (Economia), Cartabia (Giustizia), Colao (Innovazione ecologica e transizione digitale), Messa (Università e ricerca), Cingolani (Ambiente e transizione ecologica), Giovannini (Infrastrutture e trasporti), Garofoli (Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio).

Ci troviamo così con 15 ministri provenienti dalle fila dei partiti parlamentari (di cui ben 12 ex-ministri del governo Conte II o di governi precedenti) a fronte di 9 ministri “tecnici”, Draghi compreso. Ha avuto, giustamente, un certo effetto di rigetto e indignazione mediatica il trio di ministri di Forza Italia, rappresentativi della decadenza del quadro politico italiano (non certo solo della destra o del parlamento) di 10-15 anni fa, quando ai posti più alti di governo salivano uno dopo l’altro personaggi incompetenti e rabbiosamente ostili ai sindacati e alla classe lavoratrice in generale. Due caratteristiche che sono oggi un grande merito, perché questo governo ha il compito di continuare e se possibile potenziare attacco alle condizioni di vita e ai diritti di lavoratrici e lavoratori, e vivrà al suo interno meno conflitti se i vari ministri si dimostrano personalità politicamente deboli, più soggette alle proposte del blocco dei “tecnici”. Insomma, da un punto di vista della “efficienza” e del prestigio come ministri borghesi, ci si aspettava qualcosa di meglio, su questo nn c’è dubbio, ma se è vero che ubi maior minor cessat, è anche un’occasione per Draghi, la BCE e i banchier in generale (e Mattarella finché rimarrà presidente) per avere un’influenza diretta più forte sulla politica di governo complessiva in Italia. Nel gioco tra collaborazione e competizione con le altre potenze nella UE, questo governo potrebbe effettivamente ottenere risultati apprezzabili sia per “i mercati” europei e internazionali, sia per i capitalisti italiani che spingono per non continuare a perdere posizioni in termini di accumulazione di ricchezza e di competitività. Un gioco delicato e pericoloso, non c’è dubbio: ancora di più se si pensa che la gran parte dei ministri, a differenza dei governi nazionali “standard”, viene dal nord Italia, in un periodo in cui non solo il divario socio-economico nord-sud tende ancora ad allargarsi, ma dove le spinte prevalenti (anche in seno al “PD padano” stesso, Emilia-Romagna in primis) sono quelle verso più federalismo, aprendo mano a mano nuove crepe nella stabilità geopolitica interna dello Stato. La tentazione di (ri)proporre il Sud come una semi-colonia interna è forte, e d’altronde è uno degli scenari geopolitici reali sul tavolo per la borghesia italiana, non un semplice discorso ideologico, magari “anacronistico” della Lega. A maggior ragione se persino i ministri tecnici sono pescati da un blocco sociale borghese organico al bastione lombardo-veneto del centrodestra che, seppure ora con rapporti da definire rispetto a Fratelli d’Italia, è senz’altro la prima coalizione politica del paese.

Ma chi sono questi “nuovi” ministri “tecnici”, che tanto potrebbero pesare nella scena politica di questa seconda metà di legislatura? Ne presentiamo una breve carrellata biografica.

 

Chi sono questi “tecnici”?

Daniele Franco:

Una carriera prima alla Banca d’Italia presso il Centro studi, dal 1994 al 1997 in Commissione europea, poi Ragioniere di Stato nel 2013-19, dal 2019 è vicedirettore e nel 2020 diventa direttore generale della Banca d’Italia. Come Garofoli, ha una carriera molto vicina a quella di Draghi ed è considerabile come un fedelissimo.

Patrizio Bianchi:

Già rettore dell’Università di Ferrara e più volte assessore della regione Emilia-Romagna, ha guidato la task force della precedente ministra Azzolina per la riapertura delle scuole.

Cristina Messa:

Ex rettrice dell’università Milano-Bicocca, è una figura chiave della sanità pubblica felicemente integrata con quella privata secondo il modello lombardo. Non scontenta né il PD nè il modello Lega-CL dell’industria e della sanità lombarde.

Marta Cartabia:

Professoressa di legge, già membro della Commissione Venezia, giudice costituzionale e poi, tra 2019 e 2020, presidente della corte costituzionale; vicina a CL dai tempi del liceo. 

Vittorio Colao:

Una carriera come dirigente in Vodafone, RCSGroup (Rizzoli), Unilever, capo della task force della fase 2 del governo Conte II. Rappresenta quei manager “di successo” a livello nazionale e internazionale che nei decenni scorsi “scendevano” in politica perlopiù con Forza Italia, in misura minore col PD o altri.

Roberto Cingolani:

Fisico, una carriera come ricercatore e docente universitario; direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) dal 2005 – l’economista liberista Francesco Giavazzi, a proposito dell’IIT, nel 2003 dichiarava (Corriere della Sera, 3 novembre):

L’IIT è uno strumento per far compiere un salto al paese, perché introdurrà la competizione nel mondo dell’università e della ricerca e romperà lobby e baronie.

Dal settembre 2019 è Chief Technology and Innovation Officer della società del settore difesa e aerospazio Leonardo S.p.A. Insomma l’ecologismo è affidato a uno dei top manager dell’industria delle armi, la più distruttrice e inquinante per definizione.

Enrico Giovannini:

Ordinario di statistica economica a Tor Vergata. È stato Chief Statistician dell’OCSE dal 2001 all’agosto 2009, presidente dell’Istat dall’agosto 2009 all’aprile 2013. Dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014 è stato Ministro del lavoro e delle politiche sociali del governo Letta.

Roberto Garofoli:

Già docente all’università privata LUISS, magistrato, da decenni fa parte dell’alta burocrazia statale che costituisce il personale “tecnico” degli uffici dei vari governi, indipendentemente dal loro colore politico.

 

La crisi di governo finisce. La crisi politica italiana non può rientrare così facilmente

L’allargamento della maggioranza presenta nuove contraddizioni per l’attività parlamentare e di governo, non c’è dubbio: specie se Draghi, come ha affermato, eviterà di usare una serie di mezzi governativi che hanno permesso a Conte di “aggirare” il parlamento (il DPCM su tutti). Ma se il centrodestra ha deciso di non prendersi la responsabilità di uno scontro aperto con Mattarella per riaprire l’opzione delle elezioni, potremmo assistere alla fiducia (o quanto meno a singoli voti a favore) persino di Fratelli d’Italia, partito che non farà parte del governo. Insomma, Draghi non è venuto per governare pochi giorni o settimane, e potrebbe portare il governo sano e salvo fino a fine legislatura.

Se diamo un’occhiata al quadro politico generale del paese, è pacifico come senza nuove elezioni, con lo stesso parlamento e lo stesso presidente della Repubblica, esso è rimasto piuttosto simile a quello di circa un anno fa, quando il giovane governo Conte II veniva investito dalla più grande pandemia del XXI secolo. Il rifiuto categorico di nuove elezioni è stato proprio il segno del tentativo abbastanza disperato di salvaguardare quanto più possibile la pace sociale che ancora perlopiù caratterizza l’Italia nonostante gli effetti devastanti della crisi economico-pandemica e delle politiche militarizzanti di Conte e soci, con un sistema di quarantene dai criteri quanto meno discutibili e “ristori” che non è riuscito neanche lontanamente né a contenere e stroncare il Coronavirus, né a salvaguardare economicamente nessuno al di fuori degli industriali e delle imprese miliardarie. La carta di un nuovo governo spiccatamente bonapartista (che non poteva più contare però come prima su un effetto di “unità nazionale” come un anno fa) e “superiore” ai partiti parlamentari sarebbe stata in realtà un azzardo politico che avrebbe potuto rompere la pace sociale molto di più di quanto non fece il governo Monti: le condizioni socio-economiche di partenza di buona parte della popolazione sono peggiori di allora, la pandemia è lungi dall’essere sconfitta e l’esperienza antidemocratica del recente governo dei “tecnocrati” è ancora viva nella memoria di quasi tutta la popolazione. Ecco perché risulta più digeribile e – questa è la scommessa – funzionale un governo ibrido tra la tecnocrazia di banchieri e BCE, un certo liberalismo “progressista” (fasullo) che caratterizzava il Conte II, e le vecchie politiche padronali del centrodestra – queste sì, apertamente liberali nel senso originale della parola, cioè ostili a una ulteriore democraticizzazione della società e appoggiate sugli strati sociali e sulle istituzioni più conservatrici, Chiesa cattolica in primis. Un governo che ha dunque il compito di una gestione “efficiente”, “credibile” (questi i più alti pregi di Draghi nella retorica di questi giorni) della fase di vaccinazione di massa della popolazione e di normalizzazione della situazione economica a politica dopo l’inconveniente dello scoppio del Coronavirus e del blocco parziale dell’economia che nemmeno gli attacchi più rabbiosi della destra “trumpista” mondiale e degli industriali sono riusciti ad evitare. In conclusione, non siamo di fronte a un governo “apocalittico” a fronte di un precedente governo “tollerabile”: Draghi deve continuare una politica filo-confindustriale che Conte non poteva più permettersi senza scontri devastanti all’interno del governo stesso. In parlamento fa le spese il M5S (che si è quasi spaccato a metà nonostante il voto sulla lor piattaforma digitale “democratica” Rousseau fosse uno dei più pilotati di sempre) e, almeno per ora, Italia Viva stessa, che incassa solo un ministero a fronte dei tre precedenti, in una maggioranza dove ora conta molto meno. Nella società, su chi deve pagare la crisi certe dichiarazioni sono state chiare: basta agli aiuti alle aziende-zombie, sì a un po’ di welfare dove i soldi però passano in mano sostanzialmente ai padroni (come nel caso dei fondi assicurativi privati integrati nei vari CCNL); sono i lavoratori che devono pagare con licenziamenti di massa e altri attacchi alle loro condizioni di vita e, in seconda battuta, una fascia anche importante di piccole aziende non competitive che o chiuderanno o saranno assorbite da aziende più grandi. Dietro questa facciata di accordo “largo”, c’è un’opera di sintesi tutta da inventare tra blocchi sociali che nella crisi economica n corso sono messi ancora di più in competizione, senza poter avvalersi di una serie di mediazioni più o meno garantite dalle politiche economiche dello Stato: imprese del nord contro quelle del sud, difensori più o meno convinti degli asset statali contro privatizzatori selvaggi, pasdaran delle PMI contro funzionari del grande capitale accentratore, fautori del lavoro semi-schiavile con pochi investimenti contro seguaci della competittività basta sul capitale fisso e la tecnologica; infine, ultimo ma non ultimo, partigiani delle aziende super-inquinanti contro “ecologisti”. Il tutto, in quadro di ridefinizione dei partiti e delle aree politiche che non si è ancora stabilizzato e che, anzi, è soggetto a una possibile crisi rilevante del M5S, con la possibilità di una scissione non marginale, mentre il campo liberal-padronale rimane disperso tra vari partiti appartenenti alle due vecchie coalizioni, schiacciati tra il centrosinistra indebolito PD-LeU e il campo nazionalista di Lega e FdI. Non è questo un quadro politico che può garantire stabilità e “governabilità” nel medio periodo, e la carta del “semestre bianco” non potrà poi essere più giocata per sette anni: per questo ha del tutto senso dire che si chiude la crisi di governo, ma non quella della politica italiana.

 

Sinistra e movimento operaio: il momento di lottare uniti e rompere la passività è ora!

Di fronte a uno scenario del genere, una certa passività politica diffusa nella sinistra e nel movimento operaio, giustificabile solo in piccola parte con la crisi pandemica in sé, è oggi ancora di più del tutto inadeguata. In Italia come in altri paesi, solo gli episodi di ripresa della lotta operaia e sociale sono riusciti a segnare delle controtendenze rispetto alla “cura Confindustria”, e lo hanno fatto di più e meglio quando erano lotte unitarie, di intere filiere e rami d’industria, quando non intercategoriali, come lo sciopero del 29 gennaio scorso nel nostro paese.

Il potenziale perché esploda un’opposizione operaia e popolare al governo Draghi c’è, ma rischia di produrre pochissimi frutti se non si mette in campo da subito una mobilitazione unitaria della classe lavoratrice e della gioventù, dei soggetti sfruttati e oppressi, così da mettere in campo contro Super Mario, i banchieri e gli industriali tutta la nostra forza concentrata. Una forza da esercitare con gli strumenti che fanno davvero male a governo e aziende: prima e sopra di tutto lo sciopero, senza artificiali divisioni e dispersioni basate sulla diversa appartenenza sindacale. Questa lotta ha il suo primo nemico nella burocrazia sindacale che perlopiù non vuole scatenare la forza delle proprie organizzazioni per rimandare al mittente la cura Confindustria: evitando gli scioperi o dividendoli a livello aziendale, categoriale o di propria sigla sindacale. Non è pensabile nessuna seria resistenza al governo Draghi, a Confindustria e ai colossi del mercato internazionale se non riusciamo a rompere le catene della passività e del settarismo, alimentate volutamente dalla burocrazia sindacale grande e piccola.

Anche la più piccola vittoria della classe lavoratrice contro il governo passa per la vittoria sulla nostra stessa burocrazia!

 

Giacomo Turci