Il percorso di mobilitazione per la riapertura di Villa Tropeano a Napoli è una delle tante spinte giovanili a ricreare una socialità dopo il colpo della pandemia e della quarantena. No alla vendita! Per la riapertura sotto gestione popolare!


Il bisogno di socialità oltre la quarantena

Le politiche frastagliate e classiste che hanno caratterizzato le forme di quarantena nell’ultimo, lungo anno hanno avuto un forte impatto sulla socialità, specie su quella dei giovani. È così emersa la necessità di ritrovare spazi di confronto, dibattito e autorganizzazione, contro il modello di una vita quotidiana distopica di individui atomizzati, con legami sociali inesistenti o quasi, chiusi in casa.
In una città come Napoli, in cui si è sempre sofferto più fortemente di una precarietà di vita che condiziona le scelte e la sopravvivenza di chi la vive, soprattutto dei giovani, questa necessità si è fatta impellente: così nascono diverse esperienze di riconquista di spazi sociali, lasciati più o meno all’abbandono a causa delle politiche di un governo che non ha realmente interesse nella salute della popolazione, perché la mette in secondo piano rispetto alla necessità di fare profitto. E quando si parla di salute a fronte del lockdown nazionale imposto ormai un anno fa, dovremmo ben sapere che non ci si può aspettare riguardi solo la possibilità o meno di girare liberamente per le strade, ma soprattutto si parla di servizi, assistenza, aiuti economici e sociali per garantire una vita degna a tutti in una condizioni di crisi, paura e disorientamento..

È allora fondamentale reclamare gli spazi pubblici, rivendicare il proprio diritto a vivere e a gestire gli spazi vissuti da parte delle comunità, per ricostruire una socialità che ci veda protagonisti attivi e non succubi di scelte politiche che speculano sulle nostre vite.

La lotta per vivere lo spazio pubblico a Napoli

Ne sono un esempio le esperienze che stanno nascendo di aule occupate come quelle a “Porta di Massa” nel plesso della Federico II di Lettere e Filosofia, o la più recente occupazione delle aule e laboratori dell’Accademia delle Belle Arti, spazi che gli studenti erano stati impossibilitati ad utilizzare per più di un anno, dovendo sobbarcarsi il costo di tutti i materiali e la discriminazione di classe di chi non aveva la possibilità di comprare le attrezzature, oltre a perdere esperienze, manualità e formazione individuale e collettiva.

Un caso particolare è quello di Ponticelli, quartiere della periferia est della città, dove la dismissione di gran parte del vecchio apparato industriale comporta la riduzione della popolazione povera in poco più che uno scarto da relegare in un quartiere-dormitorio degradato, a metà tra il ghetto e lo slum, volutamente scadente sul piano urbanistico e privo o quasi di luoghi di aggregazione.
Per questo nasce dai giovani del territorio nello scorso ottobre il “Comitato Villa Tropeano”, a cui come Voce delle Lotte partecipiamo, un’iniziativa che ha coagulato il bisogno di incontrarsi, confrontarsi e lottare per una prospettiva diversa per se stessi e per il proprio quartiere, costruendo così un piano per la conquista di un enorme spazio pubblico lasciato all’abbandono come Villa Tropeano.
Lo scopo originario di questo luogo era quello di essere il primo centro di “medicina sociale”: il fondatore Giuseppe Tropeano voleva dare uno spazio dove vivere in salute fisica e psicologica a chi veniva considerato come “gli ultimi della società”, infatti accoglieva tutti i minorenni con problemi psichici e permetteva attraverso la collettività di condurre una vita serena a questi ragazzi e le loro famiglie.
Non c’è luogo migliore oggi da rivendicare come un bene della collettività, un bene di tutti coloro che quel territorio lo vivono quotidianamente e non hanno spazi verdi dove poter passare il tempo, spazi di confronto e dibattito, spazi di produzione artistica.

Spesso i giovani delle periferie, sono costretti a vivere le strade, ne assorbono la cultura, una cultura ricca sicuramente di idee, di progetti, di speranze per un futuro diverso, ma che si scontrano quotidianamente con la mancanza di mezzi, di luoghi, di persone per poterle mettere in pratica. Il Comitato Villa Tropeano nasce in questo ambiente e con quest’obiettivo: creare una socialità diversa che può curare, come desiderava il suo fondatore un territorio, un quartiere in cui vivono “gli ultimi”, in rottura coi modelli sociali competitivi, atomizzanti, che mortificano la psiche dei singoli e della massa.

Contro la vendita di Villa Tropeano, presidio il 6 marzo!
Non ci sorprende però, che le necessità del comitato non siano state ascoltate, anzi. La prima risposta concreta che abbiamo avuto dalle istituzioni, che in questo caso si condensano in “Città Metropolitana” che gestisce l’immobile, è stata la proposta di alienazione e messa in vendita della villa al miglior offerente – che prevede il sollevamento di ogni responsabilità di Città Metropolitana sulla riqualificazione dell’immobile come bene culturale. Ciò significa che non importa cosa ne diventerà quel luogo, l’importante è che un proprietario privato ne tragga profitto, non è importante se i giovani, le donne, i bambini che crescono a Ponticelli non conoscono uno spazio dove potersi esprimere liberamente, l’importante è che loro lo trasformino in un mezzo per lucrare.
Ma la nostra cultura, quella che nasce nelle strade e spesso alla strada è condannata, sceglie di utilizzare proprio questa per manifestare, bloccare, rinnegare questa scelta presa da “altri”, non da chi quel posto lo vive e sente il bisogno di trasformarlo in qualcosa di diverso.
Per questo, per sabato 6 marzo è stato lanciato un presidio di protesta davanti ai cancelli principali dell’enorme villa Tropeano, per affermare il nostro diritto ad una vita in salute, fisica, sociale e psicologica che solo uno spazio autogestito negli interessi della popolazione può dare ad un quartiere relegato dalle istituzioni a quartiere dormitorio, privo di rinascita culturale e sociale di cui ci facciamo baluardo; perché la forza di chi non ha mai avuto nulla da perdere fa tremare chi ci ha tolto tutto.

Davide Salvati