Nello scritto “La guerra civile in Francia”, Karl Marx analizza l’esperienza della prima volta nella storia in cui i lavoratori presero il potere, ricavando le lezioni che la Comune di Parigi consegnava.


Fin dai tempi della Grande Rivoluzione Francese del 1789, i lavoratori erano stati coinvolti nelle rivoluzioni. Poi venne la svolta della rivoluzione del 1830, ma fu nel 1848 e soprattutto con il massacro dell’insurrezione del giugno di quell’anno, che segnò un prima e un dopo, da cui non si sarebbe più tornati indietro. Alain Brossat definisce quest’ultima rivoluzione come il “non più” delle rivoluzioni borghesi ma il “non ancora” delle rivoluzioni proletarie.

Questa affermazione, in un certo senso, è in sintonia con ciò che Marx ed Engels dissero nel Manifesto del partito comunista, quando affermarono che all’inizio della loro formazione come classe i lavoratori combatterono “contro i nemici dei loro nemici”. Cioè, gli operai hanno combattuto contro i resti del feudalesimo in comune con la borghesia “radicale”. Ma appena la borghesia ha stretto il potere nelle sue mani, nel giugno 1848, ha tinto di rosso la bandiera tricolore francese. E l’ha letteralmente tinta di sangue dopo il massacro di quell’insurrezione.

Ci sono voluti poco più di 20 anni perché la classe operaia si riprendesse e tornasse alla lotta di classe nella sua forma più acuta: la guerra civile.

La guerra come levatrice della rivoluzione

Nel luglio 1870 Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia di Bismarck, con l’obiettivo di mantenere l’egemonia francese in Europa e affermare l’autorità interna dell’Impero. Questo slancio imperialista per salvare il regime crollò rapidamente. Il 2 settembre Napoleone III ammise la sconfitta e si arrese a Sedan, creando un vuoto di potere in Francia.

La guerra è la levatrice delle rivoluzioni perché tende al massimo le contraddizioni sociali e di classe a livelli mai visti in ‘tempo di pace’, anche pensando alla ‘pace’ come un ‘momento’ di guerra. Questo è quello che è successo alla classe operaia di Parigi.

In mezzo alla follia della guerra è interessante notare il ruolo giocato dall’Associazione Internazionale dei Lavoratori, conosciuta anche come la Prima Internazionale. Era guidata da nientemeno che Karl Marx. Il ruolo di Marx come organizzatore demolisce l’idea che il fondatore del socialismo scientifico fosse meramente un “filosofo”, o un “economista”, o anche un “sociologo” come viene dipinto nel mondo accademico. Lungi da ciò, Marx era un militante organico del movimento operaio, ben conosciuto e influente tra i lavoratori di diversi paesi europei.

L’internazionalismo della classe operaia

La guerra civile in Francia non è altro che il risultato diretto dell’analisi delle condizioni della guerra franco-prussiana ma allo stesso tempo l’orientamento politico di lotta che la penna di Marx vi ha impresso.

La guerra civile in Francia condensa la pubblicazione di tre manifesti dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori scritti al calore della guerra e della rivoluzione. Nei primi due manifesti si spinge a portare avanti lo slogan “Lavoratori di tutti i paesi: unitevi!!. Gli operai di Francia pubblicarono questo manifesto, che fu distribuito e letto nelle taverne, incollato su grandi manifesti nelle strade di Parigi. Ma dall’altra parte del confine, nelle strade di Berlino, i lavoratori stavano facendo esattamente la stessa cosa: anche loro dichiararono che questa non era la loro guerra, ma la guerra di un’altra classe sociale, la guerra che rappresentava gli interessi della borghesia.

Guardiamo un piccolo esempio di quello che chiamiamo internazionalismo della classe operaia:

“Operai francesi, tedeschi e spagnoli! Uniamo le nostre voci in un sol grido di orrore contro la guerra! … La guerra per una questione di preponderanza o di dinastia non può essere agli occhi degli operai che una pazzia criminale. In risposta agli appelli bellicosi di coloro che non pagano il tributo del sangue e che nella sciagura comune vedono soltanto una fonte di nuove speculazioni, noi protestiamo ad alta voce, noi che abbiamo bisogno di pace, lavoro e libertà! … Fratelli di Germania! La nostra discordia non avrebbe altra conseguenza che il trionfo completo del dispotismo su ambe le rive del Reno … Operai di tutti i paesi! Qualunque possa essere l’esito momentaneo dei nostri sforzi, noi, membri dell’Associazione internazionale degli operai, per i quali non esistono frontiere, inviamo a voi tutti, in pegno della nostra indissolubile solidarietà, i buoni auguri e i saluti degli operai francesi”.

E dall’altra parte del fiume Reno, i lavoratori tedeschi risposero: “Memori del motto dell’Associazione internazionale degli operai: Proletari di tutti i paesi, unitevi! non dimenticheremo mai che gli operai di tutti i paesi sono nostri amici e i despoti di tutti i paesi nostri nemici”.

A loro volta i lavoratori inglesi si uniscono al torrente di solidarietà e ripudio contro la guerra.

Cos’era la Comune di Parigi?

Prima di rispondere a questa domanda, vale la pena dire che fin dalla pubblicazione del Manifesto Comunista, gli sforzi di Marx ed Engels si sono concentrati nel convincere il movimento operaio della necessità di lottare per una nuova società. Questa lotta deve svolgersi sulle rovine della società borghese in cui viviamo, basata sullo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Un nuovo tipo di società libera dall’oppressione e dallo sfruttamento è possibile attraverso le rivoluzioni operaie, una lotta che è internazionale come chiarisce lo stesso Manifesto comunista.

Il comunismo sarà mondiale, e sarà una società dove regnano la libertà e l’abbondanza. Quella società liquiderà ogni tipo di miseria, fame e guerre. Il comunismo porterà pace a tutte le persone indipendentemente dal colore della pelle, dal sesso o da qualsiasi cosa che discrimini l’umanità.

In questo senso, l’esperienza della Comune di Parigi è la forma politica “finalmente scoperta” della transizione al comunismo. Come si passa da una società in cui regnano sfruttamento e oppressione a una in cui regnano abbondanza e libertà? La via è un governo operaio, o dittatura del proletariato, come Marx ed Engels chiamano l’esperienza della Comune. Si chiama “dittatura” perché i lavoratori dettano e scrivono il proprio destino in lotta contro la “dittatura” della classe borghese. Marx scrisse che “il vecchio mondo si contorceva in convulsioni di rabbia allo spettacolo della bandiera rossa, simbolo della Repubblica del Lavoro, che sventolava sull’Hôtel de Ville”.

Infine vale la pena dire che la tragica fine della Comune, sanguinosa, miserabile e vile per mano della borghesia che ha lasciato tra i 30 e i 40 mila morti risponde a un unico obiettivo strategico: liquidare la possibilità della rivoluzione per le tre generazioni successive. Tali furono le dichiarazioni del generale Thiers, il grande assassino degli operai che, radunati in gruppi, morirono fucilati al grido di Viva la Comune!

Perché la borghesia del XX secolo ha compiuto massacri contro la classe operaia come nella dittatura del Cile e dell’Argentina negli anni ’70? Perché aveva bisogno, strategicamente, di liquidare la possibilità di non immaginare nemmeno la rivoluzione socialista per diverse generazioni. Per questo lo sterminio non fu solo fisico, ma di distruzione economica, distruggendo le condizioni di vita e di lavoro, rendendo precaria la vita della classe operaia e della povera gente.

La guerra civile in Francia servirà sicuramente come ispirazione e ammirazione per le nuove generazioni di lavoratori, giovani e donne. Infatti, furono le donne che coraggiosamente iniziarono la Comune di Parigi. Perciò ne raccomandiamo la lettura e la diffusione, così come invitiamo al dibattito sulla Comune in un momento in cui l’idea di comunismo vola come un fantasma nel mondo. La passione con cui è scritto, nel calore della repressione, mentre il sangue dei lavoratori scorreva ancora per le strade di Parigi, farà di questo testo una bandiera di lotta, sventolante al vento, di una nuova società da costruire.

Daniel Lencina