La visita del leader di Italia Viva in Arabia Saudita ha suscitato non poco scalpore; qual è il significato geopolitico dell’incontro col principe bin Salman? E cosa ci dicono le mosse di Renzi riguardo al quadro delle trasformazioni internazionali in Medio Oriente?

Lo scorso 29 gennaio, Matteo Renzi si è recato in Arabia Saudita per incontrare il principe Mohammed bin Salman. Una visita che ha sollevato un polverone mediatico, per varie ragioni: l’ex-premier aveva appena scatenato una crisi di governo, si è presentato nella capitale saudita in veste pubblica e istituzionale (quindi a spese dei contribuenti), il suo personale ha ricevuto doni sontuosi mai restituiti, il tutto nel bel mezzo di un’emergenza pandemica senza precedenti. Al di là dei dibattiti sul tempismo e sull’eticità della visita, in pochi si sono veramente interrogati sul significato profondo di questa vicenda. Proviamo a colmare questo vuoto chiedendoci, innanzitutto, che origine abbiano i buoni rapporti tra Renzi e il principe bin Salman.

A gennaio, a Riad, si è tenuta la “Davos del deserto”, un incontro annuale di imprenditori, politici, diplomatici e CEO finanziato dalla Future Investment Initiative (FII). Tra i membri del consiglio di amministrazione di questa organizzazione troviamo proprio il nostro Renzi, che, per questa posizione, percepisce circa 80mila euro all’anno. La FII, a sua volta, fa capo al PIF, Public Investment Fund, il fondo sovrano di investimenti saudita, centro di gravità dell’economia nazionale, direttamente controllato dalla famiglia reale.

L’economia saudita, com’è intuibile, è governata da rapporti clientelari emananti dalla famiglia reale, i cui membri di fatti occupano tutti i vertici istituzionali. Le rendite ricavate dalla vendita del petrolio sono il pilastro portante di un’economia “a senso unico”. Il mercato del greggio, però, è in notevole difficoltà dall’inizio della pandemia – il prezzo è già sceso sotto lo zero negli scorsi mesi, il che naturalmente implica un forte calo nella domanda. Per evitare che la dipendenza dal petrolio collassi il paese, il principe bin Salman ha ideato “Vision 2030”, un piano di investimenti per circa 500 miliardi di dollari che prevede diversificazione della produzione, passaggio all’energia rinnovabile, politiche massicce d’impiego e rivitalizzazione dei centri urbani, come Riad, per l’appunto.

La “Davos del deserto” è una delle iniziative previste da questo piano. Del resto, buona parte del colloquio tra Renzi e MbS ha ruotato proprio attorno il piano per dare nuova vita all’economia saudita, un vero e proprio Rinascimento, come non ha mancato di osservare il prodigio fiorentino, sprecando i paragoni con la propria città. Guardando ai fatti, però, ad oggi non molte delle suddette promesse sono state realizzate. L’Arabia Saudita è ancora costretta a chiedere prestiti dai mercati monetari internazionali o ad attingere sempre più dalla riserva “personale” della famiglia reale. La pessima reputazione in materia di diritti umani e la generale instabilità politica, tuttavia, rendono l’Arabia Saudita un debitore poco affidabile.

Anche qui si potrebbero aprire molte parentesi. È uscito appena qualche giorno fa il nuovo rapporto della CIA sul coinvolgimento diretto del principe nell’efferato omicidio del giornalista dissidente Khashoggi (i jet privati che trasportarono i sicari a Istanbul erano di sua proprietà). A questo si aggiunga un altro, per nulla secondario, fattore che ha danneggiato la reputazione internazionale del paese e fatto languire la sua economia: Riad, infatti, non ha badato a spese negli ultimi anni quando si è trattato di promuovere politiche regionali aggressive e reazionarie, come la repressione delle Primavere Arabe e l’ostilità nei confronti dei ribelli Huthi, che ha trascinato lo Yemen in una guerra civile sanguinosissima tutt’ora in corso.

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La visita di Renzi, quindi, ben lungi dall’essere un semplice teatrino autopromozionale, svolge un ruolo ben preciso all’interno di questo intricato scacchiere di interessi economici transnazionali e riallineamenti geopolitici. L’Arabia Saudita, infatti, ha disperato bisogno di alleati. Ora più che mai rischia di perdere qualsiasi tipo di autonomia residua e di diventare l’ennesimo burattino nella regione. L’appoggio di Renzi non solo si presenta come una rinnovata professione di fedeltà, ma la sua partecipazione attiva nelle riforme economiche per il 2030 lancia anche un segnale di pieno riconoscimento della sovranità della famiglia reale. Certo, Di Maio avrà anche dichiarato la cessazione della vendita di armi, ma la continuità dei rapporti amichevoli con l’Italia non sembra essere messa veramente in discussione a livello istituzionale.

Le variabili che preoccupano Riad, tuttavia, non finiscono qui. Se Trump aveva espresso il suo appoggio incondizionato, l’amministrazione Biden non ha ancora preso posizione riguardo all’alleato saudita. I rapporti militari sono stati congelati e la fornitura d’armi sospesa. In ogni caso, sembra improbabile che il regno riuscirà a smarcarsi dal ruolo di testa di ponte contro l’Iran. Se non lo farà per conto degli USA, lo farà probabilmente per conto di Israele, verso il quale si sta parlando sempre più di apertura e “normalizzazione”. Per completare il cerchio basterà ricordarsi delle dichiarazioni di Biden riguardo alla co-esistenza tra Israele e paesi arabi e la storica sinergia tra USA e Israele nella regione.

Ma torniamo un attimo alla politica interna. Come si sarà dedotto, la monarchia sta attraversando una profonda crisi di legittimazione. Le continue repressioni e il perenne regime poliziesco che la tiene in piedi soffocano qualsiasi richiesta di natura democratica; dovendo usare una terminologia che troviamo mistificatoria, potremmo dire che diritti civili e sociali stentano ad affermarsi in un paese dove nemmeno i diritti umani sono rispettati. Denunciare le atrocità del regime è necessario, ma non basta. A noi spetta analizzare il quadro socioeconomico complessivo e andare alla ricerca di pulsioni dal basso, di potenzialità conflittuali e di divisioni latenti lungo le linee di classe.

In Arabia, infatti, i legami che tengono assieme Stato e società si stanno sfilacciando (ergo il progressivo inasprimento autoritario). Per avvicinarsi agli obiettivi di Vision 2030, il principe ha dovuto tagliare buona parte dei servizi sociali esistenti. Nei decenni scorsi, infatti, il patronato petrolifero si è potuto permettere un discreto welfare, nonché utenze come luce e gas gratuite per i propri sudditi. A partire dal 2018, però, il regime ha introdotto un sistema fiscale con un IVA del 5% sui beni di consumo, andando a colpire proprio quella parte di popolazione che si sta stancando di finanziare un tesoro opaco gestito interamente da una manciata di principi. No taxation without representation è il mantra delle rivoluzioni borghesi-democratiche che oggi potrebbe risuonare ancora tra gli abitanti del regno. In due parole, i sudditi di bin Salman vogliono diventare cittadini, poter votare e avere quindi una voce in capitolo sul modo in cui vengono spese le loro tasse. Consapevole di queste rimostranze, bin Salman ha introdotto un aumento negli stipendi dei lavoratori pubblici di 1000 Riyal (circa 220 euro), seguendo quella dinamica di compromesso con il ceto medio che contraddistingue ogni dittatura modernizzatrice pronta a fare il proverbiale balzo in avanti.

Un altro dato fondamentale: la crisi economica ridurrà con ogni probabilità la capacità di importare manodopera straniera dai paesi vicini. Si stima che siano ben 5 milioni gli egiziani, pachistani, bengalesi e filippini impiegati nel regno, andando ad occupare il 76% del settore privato. Questa massa dequalificata può contare solo sulle possibilità occupazionali del regno che, per quanto magre, garantiscono un salario che in patria è difficile trovare. La dipendenza dai padroni è totale; sono loro a sponsorizzarne l’ingresso nel paese e quindi, in molti casi, a caldeggiarne l’uscita. A questo si aggiungano il più feroce sfruttamento, le violenze fisiche e i ricatti alle famiglie. L’attività sindacale e lo sciopero sono vietati, ma negli ultimi anni non sono mancate dimostrazioni di dissenso. Nel 2017, ad esempio, 49 immigrati sono stati condannati a quattro mesi di carcere e 300 frustate per aver improvvisato uno sciopero contro la mancata retribuzione del salario.

Da un lato abbiamo quindi un embrione di classe media che, nella sua ricerca di forme di rappresentanza, potrebbe far retrocedere il regime su posizioni costituzionaliste. Storicamente, infatti, il ruolo di questa classe è stato quello di saldare i legami tra Stato e società, facendo da mediatrice tra le parti sociali e permettendo che i valori delle classi dirigenti si trasmettessero ai ceti meno abbienti. La chiusura assolutistica della monarchia saudita e la sua posizione di baluardo della reazione nel Medio Oriente denotano precisamente l’assenza di un collante sociale del genere. Dall’altra, invece, abbiamo una classe che ancora non è classe, perché oscilla tra la condizione sottoproletaria e quella proletaria. Ciononostante, il suo peso nell’economia nazionale non può essere ignorato: il puro dato quantitativo fa pensare semmai ad una componente irrinunciabile. Viene da chiedersi quindi: il regime potrà sopravvivere a una chiusura delle entrate di manovalanza straniera? E i lavoratori immigrati riusciranno a sollevarsi o dovranno continuare a sopportare delle condizioni semi-schiavistiche?

E pensare che il nostro gongolante Matteo ha avuto il coraggio di confessare al principe di provare gelosia per il costo del lavoro in Arabia Saudita. Ci vengono in mente le pagine di Aden Arabia, capolavoro di Paul Nizan, in cui viene raccontata la sua permanenza nella città di Aden, oggi nota per essere stata l’epicentro della guerra civile. Nizan, contrariamente alle sue aspettative, dichiara di non aver trovato nulla di esotico nella meta del suo viaggio; anzi, presto si rende conto del fatto che le facce del nemico, del padrone e dello sbirro sono uguali sia a casa che dall’altra parte del mondo. Oggi, guardando i sorrisi di Matteo Renzi e di Mohammed bin Salman, possiamo dire che aveva ragione.

Marco Duò