Cade oggi il ventesimo anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle, a New York, dell’11 settembre 2001, che si sovrappone alla fine della guerra in Afghanistan, scoppiata poco dopo, con la vittoria dei talebani. Qual è stata la parabola della politica degli USA in questi vent’anni?


La commemorazione del 20° anniversario degli atroci attacchi al World Trade Center è segnata da un clima di sconfitta. L’Afghanistan, dove tutto è cominciato, è di nuovo governato dai talebani che in appena una settimana hanno preso il controllo del paese occupato dagli Stati Uniti e dalla NATO per due decenni. L’immagine umiliante del ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan, e di migliaia di afgani che avevano collaborato con l’Occidente nel tentativo disperato fuggire dal paese, seguirà il presidente Joe Biden come un’ombra. Come se non bastasse, le truppe americane sono state ulteriormente “congedate” con un attentato suicida all’aeroporto di Kabul rivendicato dallo Stato Islamico di Khorasan (ISIS-K) in cui sono stati uccisi 13 soldati americani e più di 100 civili afgani.

A livello nazionale, questo nuovo anniversario dell’11 settembre è dominato da una rinnovata polarizzazione politica. I repubblicani – e in particolare l’ala pro-Trump – sono tornati all’offensiva, convinti di aver trovato il tallone d’Achille del presidente Biden più velocemente del previsto. La frase più ripetuta nei media conservatori è che Biden “aspirava ad essere Roosevelt ed è finito come Jimmy Carter”, in riferimento alla crisi degli ostaggi all’ambasciata americana in Iran nel 1979. Non importa nemmeno che sia stato l’ex presidente Donald Trump a firmare le coordinate della sconfitta degli Stati Uniti nei negoziati con i talebani a Doha nel febbraio 2020.

Il presidente Biden sta cercando di voltare pagina per tornare all’agenda interna, in particolare per dare il via a piani di infrastrutture e impedire che una nuova ondata di pandemia metta in discussione la ripresa economica da cui dipende in gran parte il suo successo. Ma finora non è riuscito a ripristinare l’atmosfera da luna di miele dei primi sei mesi della sua presidenza. La sua popolarità rimane bassa e le sue ultime misure, come la vaccinazione obbligatoria contro il Covid 19 per i dipendenti pubblici federali, stanno attirando resistenza e dando argomenti “libertari” ai gruppi anti-vaccini di estrema destra.

Secondo un sondaggio del Washington Post-ABC News, la fine clamorosa delle “guerre infinite” e l’incalzare di una nuova ondata di pandemia di coronavirus, alimentano un clima di passioni tristi: il 46% e il 50% degli intervistati hanno risposto rispettivamente che gli attacchi dell’11 settembre e la pandemia di coronavirus hanno cambiato il paese in peggio.

Nel prossimo periodo vedremo fino a che punto l’immagine del catastrofico ritiro dall’Afghanistan condizionerà l’immaginario, soprattutto se avrà un’influenza negativa sui democratici nelle elezioni di medio termine del prossimo anno. E soprattutto, qual è il significato strategico della sconfitta degli Stati Uniti nella guerra al terrorismo, mentre si prepara uno scenario di competizione e conflitto tra grandi potenze, prima con la Cina, seguita dalla Russia e da altre potenze regionali più piccole ma ambiziose come l’Iran e persino la Turchia.

 

L’11 settembre e la fine del “momento unipolare”

Se, secondo lo storico Eric Hobsbwam, la caduta dell’Unione Sovietica mise fine al “breve ventesimo secolo”, gli attacchi terroristici dell’11 settembre hanno annunciato la fine del breve ciclo dell'”iperpotenza americana”, definitivamente sepolto da un evento di portata simile, anche se su un altro registro: la crisi capitalista del 2007 e la Grande Recessione che ne è seguita.

Il cosiddetto “momento unipolare” dei neo-conservatori è stato un periodo eccezionale di dominio incontrastato degli Stati Uniti dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica dalla scena politica. Gli anni ’90 sono stati il decennio del miraggio di un potere americano incontrastato: gli Stati Uniti avevano trionfato nella guerra fredda. E nella prima guerra del Golfo del 1991 contro l’Iraq, sotto la presidenza di George Bush (senior), aveva ostentato un imponente potenziale militare, sviluppato dopo il Vietnam durante gli anni di Reagan. Senza nemici o minacce in vista sulla scala dell’ex URSS, i due pilastri dell’egemonia americana – il dollaro e il Pentagono – sembravano abbastanza solidi da sostenere il peso di un “nuovo secolo americano”.

La massima espressione di questo trionfalismo è stata l’infame formulazione della “fine della storia” di Francis Fukuyama, un intellettuale della cerchia di Leo Strauss [ispiratore dei neocon], che ha utilizzato niente meno che la filosofia hegeliana della storia per dare una giustificazione ideologica al dominio universale dell'”Occidente”, cioè gli Stati Uniti: la formula della democrazia borghese più il liberalismo economico costituiva l’ultimo oggetto del desiderio.

Tuttavia, al presunto zenit della sua egemonia, stava già emergendo una sorta di disordine strategico della principale potenza imperialista. L’Unione Sovietica, il nemico che aveva dato una forma alle le arene geopolitiche e militari nei precedenti 50 anni, non esisteva più. E non c’era alcun sostituto per la Grande Strategia di contenimento, formulata da George Kennan nel 1946, che era stata la politica di Stato durante la Guerra Fredda al di là delle oscillazioni tra “isolazionismo” e “interventismo” delle alterne amministrazioni repubblicane e democratiche alla Casa Bianca.

La prima guerra del Golfo, condotta e vinta da Bush senior, rientrava nella logica “realista” della politica estera e militare imperialista guidata dall’interesse nazionale. Dopo tutto, Saddam Hussein aveva approfittato del momento di agitazione per tentare di prendere il Kuwait e il suo petrolio, il che senza dubbio colpiva gli interessi strategici degli Stati Uniti e dei loro alleati – come l’Arabia Saudita – nella regione.

Le successive presidenze di Bill Clinton hanno inaugurato quello che è stato chiamato “interventismo liberale”. Questo era un nuovo tipo di “guerra” asimmetrica giustificata da motivi “umanitari” che divenne dottrina nell’establishment democratico. L’esempio paradigmatico di questi interventi militari degli anni ’90 fu la guerra in Kosovo, dove gli Stati Uniti non avevano interessi nazionali ma due obiettivi geopolitici: primo, mostrarsi come la “nazione indispensabile” di fronte all’impotenza degli alleati europei a contenere lo smembramento dei paesi balcanici. Il secondo, e forse più importante, era quello di estendere la NATO ai confini della Russia come parte di una politica di ostilità palese. Tuttavia, il bilancio è contraddittorio, poiché altri interventi di questo tipo, come quello in Somalia, sono finiti in un fiasco rovinoso per la potenza americana.

 

Le conseguenze della “guerra al terrorismo”

Dopo gli attacchi terroristici alle Torri Gemelle, il presidente repubblicano George W. Bush adottò la strategia della “guerra al terrore” ideata dai neo-conservatori che, sebbene provenissero dal mondo accademico, avevano rappresentanti in posizioni chiave nell’amministrazione repubblicana, come il vicepresidente Dick Cheney. Essa consisteva nel superare, con una strategia unilaterale basata sulla potenza militare, il declino dell’imperialismo statunitense, la cui vulnerabilità era stata esposta davanti agli occhi del mondo.

Anche se 19 degli attentatori dell’11 settembre provenivano dall’Arabia Saudita (che secondo documenti classificati ha avuto un ruolo importante nella pianificazione degli attacchi terroristici), gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra all’Afghanistan perché lì era dove Osama Bin Laden si rifugiava e dove Al Qaeda aveva i suoi campi di addestramento.

La guerra in Afghanistan, nota come Operazione Enduring Freedom, inizialmente godeva di una grande legittimità internazionale e di un forte sostegno interno generato dagli stessi attacchi terroristici. Ma dopo aver spodestato i talebani nell’ottobre 2001, gli Stati Uniti hanno deciso di estendere l’occupazione dell’Afghanistan e hanno ampliato gli obiettivi alla “costruzione della nazione” [nation building] e poi alla “controinsurrezione”.

La “guerra al terrorismo” si è trasformata in una cosiddetta “guerra preventiva” con cui gli Stati Uniti si sono arrogati il diritto di attaccare militarmente in via preventiva i governi nemici percepiti e imporre un “cambio di regime”.

All’interno di questa logica c’è la guerra scelta dagli Stati Uniti contro l’Iraq nel 2003, che a differenza dell’Afghanistan è stata accompagnata solo da una manciata di alleati convinti come il Regno Unito. Il regime di Saddam Hussein era una dittatura disgustosa, ma non c’era alcuna connessione tra il suo governo e gli attacchi terroristici. Né con Al Qaeda. Il casus belli era una fake news, e cioè che Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa.

Le “guerre gemelle” in Iraq e Afghanistan hanno costruito un consenso bipartisan che ha eliminato la tradizionale oscillazione tra i settori isolazionisti e interventisti dell’establishment repubblicano e democratico. Obama ha vinto la presidenza con la promessa di porre fine alle “guerre eterne” ma ha finito per aumentare la presenza militare in Afghanistan nonostante il fatto che nel 2011, grazie all’intelligence pakistana, sia riuscito a uccidere Bin Laden. Sotto la sua presidenza, c’erano ben 100.000 truppe americane sul suolo afgano, e ha esteso la “guerra al terrore” ad altri paesi come lo Yemen, la Libia e la Siria.

La guerra in Iraq faceva parte della strategia neo-conservatrice di “ridisegnare la mappa del Medio Oriente”. E certamente ha ridistribuito il potere regionale, ma non nel modo che i neoconservatori avevano immaginato. Il principale effetto collaterale del rovesciamento di Saddam Hussein fu il rafforzamento dell’Iran, che passò dall’avere un nemico ad avere un governo alleato in Iraq che rispondeva alle sue ambizioni regionali.

Una conseguenza derivata dalla precedente, e che ancora determina lo scacchiere geopolitico in Medio Oriente, è la guerra fredda tra Arabia Saudita e Iran – come espressione statale della guerra civile intra-islamica tra sunniti e sciiti – che ha portato alla guerra in Yemen.

Dal punto di vista dell’obiettivo esplicito di “combattere il terrorismo”, la “guerra al terrore” è stata un moltiplicatore di varianti islamiste estreme, che ha avuto la sua espressione più aberrante – almeno finora – nell’ascesa dello Stato Islamico (Daesh), che al suo apogeo aveva stabilito un califfato in parte del territorio di Iraq e Siria.

Sarebbe una semplificazione dire che gli Stati Uniti hanno creato lo Stato Islamico, proprio come una volta avrebbero “creato” i “mujahedin” che hanno combattuto contro l’Unione Sovietica in Afghanistan negli anni ’80. Ma non c’è dubbio che l’occupazione statunitense e il surriscaldamento del confronto sciita-sunnita hanno aggiunto combattenti alle file dell’ISIS, che allo stesso tempo si è rivelato uno strumento per varie cause reazionarie, come la lotta della Turchia contro i curdi in Siria, o la liquidazione delle tendenze più progressiste emerse dalle rivolte della “primavera araba”.

Questa recrudescenza del terrorismo islamico e la trasformazione di stati come la Libia e la Siria in “stati falliti” si è riversata in Europa sotto forma di aberranti attacchi terroristici, rivendicati da franchising dell’ISIS. Molti combattenti internazionali dell’ISIS provenivano da paesi europei, dove si è sviluppata una brutale islamofobia. Oltre alle ondate di rifugiati in fuga dalle guerre imperialiste o dalle guerre civili reazionarie incoraggiate dalle potenze regionali.

Lo Stato Islamico è stato sconfitto in Siria e in Iraq e il suo califfato non esiste più. Ma questo non significa che non possa agire di nuovo, come ha dimostrato l’attacco a Kabul al culmine del ritiro degli Stati Uniti.

 

Gli effetti duraturi dell’11 settembre

Nel suo libro Reign of Terror: How the 9/11 Era Destabilized America and Produced Trump, pubblicato nell’agosto 2021, il giornalista Spencer Akcerman (che ha ricevuto il premio Pulitzer per il suo lavoro in The Guardian sulle informazioni diffuse da Edward Snowden) sostiene che il “fenomeno Trump” è un prodotto diretto della “guerra al terrorismo”. Secondo Ackerman il famoso “America First”, che prevedeva di mettere al primo posto l’interesse nazionale americano, non è una rottura come potrebbe sembrare ma la logica conclusione dell’era dell’11 settembre. E prima di Trump, Obama che ha cercato una versione “sostenibile” della “guerra al terrorismo”.

Spiegare il trumpismo solo con le conseguenze dell’11 settembre pare un esercizio riduzionista. La crisi capitalista del 2007, la polarizzazione sociale e politica e l’esaurimento dell’egemonia neoliberale hanno fatto la loro parte. Tuttavia, c’è un elemento di continuità che rende interessante l’argomento di Ackerman: che Trump ha capito il metamessaggio (il “sottotesto grottesco”, come lo definisce lui) implicito nella “guerra al terrorismo”: la percezione dei “non bianchi” – musulmani e più in generale immigrati – come una minaccia ostile.

Questo spiegherebbe, tra l’altro, il persistente fenomeno del terrorismo di estrema destra da parte di cittadini statunitensi radicalizzati da teorie del complotto come la “grande sostituzione” della popolazione bianca e dei suoi valori da parte delle comunità immigrate. E che la minaccia principale viene in realtà dallo stesso “apparato antiterrorismo” dello Stato.

L’altro elemento che Ackerman sottolinea è che l’11 settembre ha alimentato un accresciuto “eccezionalismo” da parte dell’imperialismo statunitense che ha distorto l’impatto geopolitico della sovraestensione imperiale sugli stessi USA, e la resistenza in patria all’assalto alle libertà democratiche e al rafforzamento di uno Stato iper-vigilante.

Indubbiamente, a causa dei suoi ambiziosi obiettivi, il fallimento della “guerra al terrore”, lungi dal proiettare il potere nel resto del mondo, ha esposto la “tracotanza” statunitense. Nel suo libro The Rise and Fall of the Great Powers (1987), lo storico britannico Paul Kennedy, analizzando la potenza americana in confronto alla potenza britannica e alle potenze egemoniche che l’hanno preceduta, ha sostenuto che esiste una relazione necessaria tra la forza economica e il dominio delle grandi potenze poiché, insieme alla potenza militare, quella economica è un aspetto centrale dell’influenza decisiva negli affari mondiali. La sua conclusione era che la leadership statunitense si trovava di fronte al pericolo documentato dagli storici che aveva sigillato l’ascesa e la caduta delle precedenti grandi potenze e che lui chiamava “eccesso imperiale”. Ciò significava che la somma dei suoi interessi e obblighi internazionali superava la sua capacità di sostenerli. In un saggio pubblicato sul settimanale The Economist, sulla fine della “guerra al terrore”, il declino degli Stati Uniti e l’ascesa della Cina, Kennedy sostiene che ci sono cambiamenti strutturali che mettono in discussione la posizione di leadership degli Stati Uniti: l’emergere di potenze concorrenti che pongono una ridistribuzione del potere globale; la concorrenza economica della Cina e la sua relativa avanzata militare.

In un certo senso, la “guerra al terrore” è finita prima del ritiro dall’Afghanistan, quando l’amministrazione Trump (e più tardi il Congresso) ha adottato la nuova strategia di difesa nazionale che ha dato priorità alla “competizione interstatale” e alla preparazione al conflitto a lungo termine tra grandi potenze. In quel documento, le minacce alla “sicurezza nazionale” vengono dalle cosiddette “potenze revisioniste” – Cina e Russia in primo luogo, seguite da Corea del Nord e Iran – che cercano di “rivedere” l’ordine stabilito dagli Stati Uniti dopo la guerra fredda. Sono contrari ma non sono abbastanza forti per affrontarlo nel suo insieme. Questo è il motivo per cui lo contestano a livello regionale, dove la leadership statunitense ha mostrato le sue debolezze.

Questa ragione di Stato dell’imperialismo statunitense per contenere l’ascesa della Cina, e per impedire il consolidamento della sua alleanza pragmatica con la Russia, spiega in definitiva gli aspetti di continuità tra Trump e Biden che rimangono al di là delle differenze evidenti e il tentativo dell’attuale amministrazione di ricostruire il “multilateralismo” danneggiato durante i quattro anni di nazionalismo trumpista.

Nel 1936, Lev Trotsky rifletteva [in “Sugli Stati Uniti d’America, qui disponibile online in spagnolo] sulle conseguenze per gli Stati Uniti della loro ascesa alla posizione di “prima potenza imperialista del mondo” in un’epoca storica di declino capitalista. La sua conclusione era che avendo esteso “il proprio potere in tutto il mondo, il capitalismo statunitense introduce nelle sue stesse fondamenta l’instabilità del sistema capitalistico mondiale” e che, quindi, “l’economia e la politica degli Stati Uniti dipendono da crisi, guerre e rivoluzioni ovunque nel mondo”. Anche se in condizioni diverse rispetto agli anni ’30, è questo rapporto che dà il carattere sempre più convulso agli scenari che si aprono.

Claudia Cinatti

Traduzione da Ideas de Izquierda