Ieri, domenica 12 settembre, in Argentina si sono tenute le elezioni primarie nazionali (PASO) per stabilire i candidati per le elezioni legislative di metà mandato che si terranno a novembre. Il voto di domenica è stato un test per il governo di centro-sinistra di Alberto Fernández e Cristina Kirchner, che si trova in estrema difficoltà, e per una buona ragione: il centrodestra è in testa nelle province più importanti, e la sinistra anticapitalista del FIT-U è balzata al terzo posto.


Una situazione economica, sociale e sanitaria catastrofica

Tre anni di recessione (con un picco del -9,9% per il PIL del 2020), inflazione galoppante (50% per l’anno in corso), salari che non tengono il passo, un governo cosiddetto “progressista” che cerca di rimborsare regolarmente, nonostante le enormi difficoltà di pagamento, i creditori internazionali che soffocano il paese da decenni, il tutto aggravato dall’impatto della pandemia, una gestione calamitosa e autoritaria della situazione e ripetuti scandali che mostrano politici che festeggiano compleanni con parenti e amici mentre la polizia usa i manganelli per imporre restrizioni nei quartieri popolari.

Questo il contesto politico delle elezioni primarie obbligatorie (PASO) di domenica scorsa. Questa elezione serve tanto come barometro per il governo in carica quanto per le varie coalizioni che correranno per i 127 seggi della Camera (“Congreso”) e i 24 del Senato a novembre.

 

Il governo Fernández sconfitto

Fernández e la sua coalizione, il “Frente de Todos”, hanno promesso di tornare alla normalità il più presto possibile e “tornare alla vita che tutti vogliamo”, per citare il loro principale slogan della campagna. È chiaro che la realtà li ha rimessi in riga. Per i peronisti, che avevano vinto le elezioni presidenziali nell’ottobre 2019 con una valanga di voti, il risultato è chiaro: in 18 dei 24 distretti elettorali del paese, il peronismo ha perso, anche nelle province che gli sono tradizionalmente fedeli, nelle roccaforti del giustizialismo che sono il Chaco (nord), La Pampa (centro), e anche Santa Cruz (Patagonia, sud), il bastione storico del kirchnerismo. La situazione è ancora più catastrofica, per il governo, della provincia di Buenos Aires, che concentra il 40% dell’elettorato ed è decisiva per l’equilibrio politico e sociale del paese. In questa provincia, guidata da Axel Kiciloff, ex ministro dell’economia della Kirchner quando era presidente, i peronisti sono almeno cinque punti dietro la destra, una cosa mai vista prima.

In questo contesto, si capisce perché tutti i pesi massimi della coalizione – il presidente Alberto Fernández, che rappresenta il “centro”, Cristina Kirchner, sua vicepresidente ed ex presidente, che rappresenta il “progressismo”, così come Sergio Massa (ala destra peronista), presidente della camera bassa – hanno voluto fare un’apparizione comune, nonostante i loro disaccordi, dopo la pubblicazione dei risultati. L’idea era di sottolineare che nulla era perduto e che questo pessimo risultato può ancora essere rovesciato tra due mesi. Tuttavia, con l’esecutivo che oggi fatica a raggiungere la soglia simbolica del 32%, avendo perso più di sei milioni di voti rispetto alle presidenziali del 2019 (13 milioni o 48,2%, contro poco meno di 7 milioni questa volta, secondo i risultati provvisori), il peronismo è estremamente indebolito. Alcuni attori economici e analisti internazionali sono preoccupati per questo, perché la fine di un mandato in Argentina è spesso complicata. Nessuno nell’establishment vuole vedere uno scenario in stile 2001 per il paese, quando l’Argentina è andata in default sui suoi debiti e ha attraversato diversi mesi di intensa turbolenza sociale, e questo in un momento in cui l’America Latina sta vivendo un’intensa polarizzazione negli ultimi anni.

 

La destra mostra i muscoli

Di fronte alla sconfitta del governo, la destra a breve termine esulta, anche se il panorama è lontano dall’essere così semplice come potrebbe sembrare. All’interno della coalizione “Insieme per il cambiamento” (“Juntos por el Cambio”), era in gioco l’eredità e il posto dell’ex presidente, Mauricio Macri. In queste elezioni primarie, Horacio Rodríguez Larreta è stato il grande vincitore. Il sindaco della capitale ha presentato i candidati senza essere in gara lui stesso e i suoi seguaci hanno ottenuto un buon punteggio. Anche se è un rappresentante tradizionale dell’oligarchia del paese, Larreta non fa parte della linea dura della destra argentina. Egli è infatti consapevole che se fosse chiamato nel 2023 a “riformare”, non potrebbe farlo senza una certa dose di trattative e alleanze con gli attori tradizionali che occupano il primo posto sulla scena politica argentina, a cominciare dalla burocrazia sindacale.

Alla sua destra, i candidati dei “libertari” come Pedro Milei, José Luis Espert o Florencio Randazzo, ammiratore di Jair Bolsonaro e Donald Trump, nostalgico della dittatura, hanno raggiunto percentuali preoccupanti e a volte significative, anche se geograficamente limitate alla capitale e alle sue periferie e ad alcuni settori sociali molto specifici, soprattutto la classe medio-alta, che hanno rotto con i partiti tradizionali.

 

Un ottimo risultato per la sinistra trotskista

D’altra parte, l’estrema sinistra argentina ha consolidato la sua posizione come terza forza elettorale del paese e ha fatto progressi in termini di voti rispetto al 2019, con ottimi risultati in alcune circoscrizioni popolari e operaie. Secondo i primi risultati parziali, un milione di voti del “Fronte della Sinistra e dei Lavoratori – Unità” (FIT-U) sono stati espressi questa domenica.

Il quotidiano conservatore argentino La Nación sottolinea questa dinamica nella sua analisi dei risultati di domenica, evidenziata anche dall’altro quotidiano di centro-destra Clarín: “Elezioni molto buone per l’estrema sinistra a livello nazionale. Il FIT-U [formata da PTS, PO, IS e MST], scrive La Nación, è arrivato terzo nelle elezioni PASO, una tendenza che potrebbe rivelarsi storica se si ripetesse nelle elezioni legislative del 12 novembre, con ottimi risultati nella provincia di Buenos Aires, con il 5,2% dei voti, il 6,23% nella città di Buenos Aires [dove le elezioni interne sono state vinte da Myriam Bregman] e il 23,37% a Jujuy [una provincia povera nell’estremo nord del paese].

Questi punteggi a una o due cifre sono soprattutto la traduzione, sul terreno elettorale, del fatto che, nonostante lo sforzo delle confederazioni sindacali, legate al peronismo, per frenare mobilitazioni degli ultimi mesi, il malcontento politico sociale e la polarizzazione non si sono riflessi solo in un aumento dell’astensione o in un consolidamento dei risultati della destra più dura, ma anche in un rinnovato e rafforzato appoggio al FITU.

Il Fronte dell’Unità della Sinistra e dei Lavoratori ha presentato un programma anticapitalista [qui in spagnolo] incentrato su diverse richieste-chiave, a partire dalla riduzione della giornata lavorativa a 6 ore senza alcuna riduzione del salario, l’appoggio incondizionato alle rivendicazioni dei movimenti delle donne, LGBT+ e indigeni, e il non pagamento del debito pubblico, legato alla necessaria mobilitazione del movimento operaio, dei giovani e delle classi popolari per imporlo. I candidati in lizza questa domenica sotto i colori della FIT-U e che correranno a novembre sono, per molti, rappresentativi delle lotte esemplari che hanno scosso il paese negli ultimi mesi (lotte per la terra e per un alloggio dignitoso, lotte dei lavoratori nei subappalti ferroviari ed energetici, tra i lavoratori agricoli e del vino in diverse province, nella sanità o nell’educazione, ecc.) o attivisti riconosciuti del movimento dei lavoratori.

È anche attraverso questo orientamento che si dovrebbe consolidare un’alternativa di classe, anticapitalista e rivoluzionaria per affrontare sia i duri colpi di un governo di “centro-sinistra”, alla disperata ricerca di legittimità e che presto sarà chiamato a rinegoziare il pagamento del debito estero con il FMI, sia una destra revanscista, reazionaria e antipopolare, che sogna di tornare al potere. Queste sono lezioni per l’estrema sinistra che si applicano all’America Latina, ma che possono insegnare molto anche qui in Europa.

 

Claude Piperno