Le mobilitazioni che stanno attraversando tutta la Russia in questi giorni dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina ordinata da Vladimir Putin rischiano di scuotere fin dalle fondamenta un regime corrotto, impopolare e militarista. Una corrispondenza diretta da Mosca.


Sin dal 24 febbraio, quando il presidente russo ha dato l’ordine di iniziare la guerra, sono iniziate le proteste. Il primo segnale della riscossa – dopo mesi di ripiegamento delle opposizioni seguite alle repressioni dopo le manifestazioni contro l’arresto di Navalny nel gennaio scorso – è venuto da Irkutsk. La città siberiana, quando ancora era giorno a Mosca, si è mobilitata massicciamente per dire il suo fermo no alla guerra. Poi è arrivato il turno di Novosibirsk, di Ekaterinenburg, di Perm’, infine delle città nella Russia Europea.

A San Pietroburgo si sono riunite oltre 10 mila persone sulla Prospettiva Nevsky accanto ai magazzini Gastinnij Dvor’ al grido di “Russia libera e senza Putin” e “No alla guerra!”. Il tentativo di formare un corteo è però purtroppo stato bloccato dalla polizia. A Mosca invece nel tradizionale concentramento di Piazza Puskin si sono ritrovare alcune migliaia di manifestanti che sono riusciti perfino a formare un corteo che ha attraversato la centrale Via Tverkaya. Purtroppo durante queste manifestazioni, come ha documentato con la solita accuratezza il sito contro la repressione Ovd-Info, sono state fermate oltre 2.800 persone. Alcune decine di esse sono state purtroppo definitivamente arrestate e dovranno scontare una pena di carcere amministrativa o addirittura il processo penale. Nei giorni successivi cortei e presidi più o meno spontanei si sono ripetuti un po’ in tutto il paese.

La fine di Putin è iniziata. Dobbiamo ora evitare una lunga agonia del paese” sostiene Boris Kagarlitsky, sociologo e politologo socialista, già perseguitato dal regime brezneviano e oggi in prima fila nelle mobilitazioni.

Si tratta di manifestazioni che inevitabilmente hanno un carattere composito in cui accanto ai sostenitori “liberal” di Navalny (che coltivano ancora illusioni sulle qualità taumaturgiche del mercato o sulle democrazie occidentali) scendono in piazza settori del pacifismo tradizionali e anche tanti giovani stanchi di un regime in cui regna autoritarismo e conformismo. Ma all’interno si muovono anche le forze della sinistra alternativa e di ispirazione marxista rivoluzionaria. Come il Movimento Socialista Russo che rivendica “l’unità di tutte le forze che si oppongono alla guerra e la sostituzione del regime autoritario oligarchico di Putin con un governo democratico che esprima gli interessi del popolo lavoratore”. Anche un’altra formazione di orientamento rivoluzionario, Il Partito Operaio Rivoluzionario, sta svolgendo un ampio lavoro di agitazione in questi giorni. “Non chiediamo solo ‘no alla guerra’ – si legge nel loro volantino diffuso nei cortei -, chiediamo in primo luogo, soluzioni ai problemi immediati nelle nostre aziende (aumenti e indicizzazione dei salari ecc.), in secondo luogo, la nazionalizzazione delle fabbriche (e di tutte le grandi proprietà della borghesia) e l’instaurazione del controllo operaio in esse, chiediamo una tassazione progressiva, l’abolizione della riforma delle pensioni, la cessazione dell’”ottimizzazione” delle medicine, l’eliminazione di tutte le restrizioni alle assemblee pubbliche e una larga democratizzazione del sistema politico. Allo stesso tempo, abbiamo bisogno di un’organizzazione capace di unire le forze di milioni di lavoratori. Il Partito Comunista della Federazione Russa poteva essere una tale forza, ma la leadership si è rivolta contro il suo stesso popolo, contro il popolo dell’Ucraina, contro i suoi stessi membri, che sempre più spesso pubblicano dichiarazioni contro la guerra”.

Nel partito comunista dell’ultranazionalista Zjuganov effettivamente si stanno moltiplicando i mal di pancia e gli abbandoni in queste ore. Dopo che Viktor Kamenshchikov, deputato comunista di Vladivostok, ha rimesso il suo mandato di deputato perché “essere contro la guerra è una questione di principio”.

Altri deputati comunisti a vari livelli, ma anche molti militanti si sono schierati contro la linea pro-imperialista della direzione. Come per esempio, Oleg Smolin e Mikhail Matveev, anch’essi deputati della Duma. Inoltre domenica sera, sera durante una assemblea organizzazioni di sinistra e sindacali organizzata del deputato della Duma di Mosca Oleg Stupin, è stata approvata una risoluzione contro la guerra e una raccolta di firme. Quanto più la crisi economica colpirà il paese dopo l’avventura putiniana, tanto più inevitabilmente crescerà la richiesta di una soluzione di sinistra e anticapitalista.

Yurii Colombo

Classe 1963, vive a Mosca da molti anni. Laureato in scienze politiche a Milano e in Storia e letteratura russa a San Pietroburgo, è di madre lingua russa. Ha scritto migliaia di articoli per Il Manifesto, Ogzero.org, Il Fatto quotidiano, Left e Jacobin (Usa) intervistando, tra l’altro personaggi come Michail Gorbacev, Eduard Limonov, Tariq Ali e Vladimir Posner. Autore di libri sulla Russia, tra cui La Sfida di Putin (Edizioni Il Manifesto, 2018).