Nel primo numero di questa rivista avevamo evidenziato come una delle principali contraddizioni dell’ultimo decennio sia stata quella di una generale incapacità del movimento dei lavoratori di creare le forme politiche della propria emancipazione sociale, nonostante una grande propensione delle masse all’azione. Le ragioni addotte sono state molte e diverse. Tutte però hanno un carattere liquidatorio e puntano a considerare il potere del movimento operaio sui luoghi di lavoro un residuo novecentesco. In questa intervista ci concentriamo, tra le altre cose, su due recenti esperienze di consigli operai in Iran. Il fatto straordinario è che queste sono emerse, a differenza di quanto siamo soliti pensare, in una fase non rivoluzionaria, testimoniando così come il controllo operaio delle fabbriche, dei magazzini e degli uffici rimanga una pratica di stringente attualità, oltre che una necessità per il superamento del sistema vigente.



Gianni Del Panta intervista Ida Nikou, dottoranda in sociologia all’università statale Stony Brook di New York. La sua tesi si concentra sul movimento operaio in Iran e su come la svolta neoliberista abbia impattato sui diritti e le condizioni di vita dei lavoratori.

Nel corso degli ultimi anni, abbiamo assistito all’emersione di alcuni consigli operai in Iran. Ci puoi dire qualcosa in merito a queste esperienze?

L’Iran si è certamente caratterizzato per un’impennata della militanza sui luoghi di lavoro negli anni più recenti. Almeno a partire dal 2010, la lotta di classe è diventata esponenzialmente più militante e organizzata. Abbiamo assistito a scioperi prolungati e militanti in diversi settori e in svariate industrie del paese. In un contesto caratterizzato da barriere legali e da una forte repressione politica contro la contrattazione collettiva, i lavoratori hanno utilizzato organizzazioni indipendenti rispetto ai sindacati promossi dallo stato. Le parti più avanzate del movimento operaio, i lavoratori industriali della fabbrica di canna da zucchero Haft-Tappeh e quelli del Gruppo Industriale Nazionale Iraniano dell’Acciaio (INSIG, l’acronimo inglese) hanno anche rivitalizzato e posto nuovamente al centro del dibattito l’idea delle Showras (consigli operai) e della conseguente gestione operaia dei luoghi di lavoro.

In entrambi i casi, l’idea delle Showras è emersa in seguito alle mobilitazioni dei lavoratori, principalmente promosse in risposta alla privatizzazione delle aziende, ai licenziamenti di massa e a stipendi arretrati a lungo attesi. Alla Haft-Tappeh troviamo una lunga storia di attivismo operaio che risale agli anni settanta, quando i lavoratori crearono le proprie strutture organizzate per la prima volta. Per quanto tali strutture siano state liquidate dopo la rivoluzione (il riferimento qui è al successo della controrivoluzione islamista, che tra la caduta dello Shah nel gennaio del 1979 e la fine del 1981 ebbe la meglio sulle forze di sinistra e sui lavoratori, ndr), un nuovo sindacato è stato ricreato, nonostante il divieto formale, nel 2007. Il consiglio operaio a Haft-Tappeh è emerso proprio a partire da questo nucleo organizzato, con ben 22 precari tra i rappresentanti dei lavoratori provenienti da ben 14 sezioni differenti della fabbrica. L’idea di una gestione operaia è stata resa pubblica per la prima volta da Esmail Bakhshi, uno dei leader dei lavoratori, nel momento di massimo conflitto dello sciopero alla Haft-Tappeh nel 2018. In un discorso, oggi ‘famoso’, di fronte all’assemblea generale che ha animato uno sciopero durato 3 mesi, Bakhshi ha espresso il bisogno del controllo operaio della fabbrica in quello che è diventato il motto suo e degli altri lavoratori: “lo possiamo fare da soli”.   

Gli ordini sono sempre arrivati dall’alto. Oggi, abbiamo deciso di dettare le regole dal basso. Noi assegniamo compiti al governo [..] agiamo collettivamente come un consiglio [..] individualisti, nazionalisti, razzisti e reazionari non hanno posto in mezzo a noi. La nostra alternativa sono i consigli operai. Questo significa che prendiamo decisioni collettive per il nostro stesso destino. Emettiamo verdetti dal basso. Abbiamo patito anche troppo la repressione [..]” (Citato in Salour & Salour 2020).

Poco dopo, il governo ha utilizzato varie tattiche per sopprimere il movimento consiliare alla Haft-Tappeh. Nel 2018, Bakhshi e molti tra i lavoratori più militanti sono stati arrestati e torturati, mentre altri sono stati licenziati dall’azienda. Bakhshi stesso è stato condannato a 14 anni di carcere, mentre il governo dichiarava illegale l’assemblea generale e la sostituiva con un consiglio del lavoro islamista, posto sotto il controllo statale.

Nonostante questa battuta d’arresto, i lavoratori alla Haft-Tappeh hanno riportato una grande vittoria nel 2020, quando sono riusciti ad imporre al governo l’annullamento della privatizzazione. C’è poi voluto un altro anno perché il governo finalizzasse il controllo pubblico sull’azienda. Successivamente, i lavoratori hanno però dovuto affrontare altre sfide. Tra queste: stipendi arretrati, un crescente controllo securitario della fabbrica e repressione su vasta scala. Ciò nonostante, i lavoratori hanno riportato una vittoria significativa, ottenendo, grazie ad una lunga lotta, quanto rivendicavano.

Le condizioni che hanno portato all’emersione del consiglio operaio alla INSIG sono state simili a quelle presenti alla Haft-Tappeh. Tuttavia, a differenza di quest’ultima, i lavoratori alla INSIG non disponevano di alcuna esperienza collettiva passata alla quale rifarsi, e neanche di una struttura che potesse cementare i propri sforzi. La confusione creata dalla privatizzazione della fabbrica e il conseguente blocco della produzione ha mantenuto per un po’ i lavoratori e le loro preoccupazioni in un limbo. Dopo aver compreso l’incapacità e la riluttanza dei funzionari locali nel fornire delle risposte concrete, i lavoratori hanno però deciso di mobilitarsi attraverso i loro legami di amicizia che gradualmente hanno dato vita a comitati e assemblee clandestine. A differenza della Haft-Tappeh, dove i rappresentati dei lavoratori erano noti e attivi pubblicamente, il consiglio operaio della INSIG non disponeva inizialmente di rappresentanti riconosciuti. Questa struttura poco visibile si è dimostrata molto efficace, almeno in una prima fase, per resistere alla repressione statale, grazie ad un meccanismo di diffusione della pressione repressiva su un certo numero di attivisti.

Dal 2016 al 2018, il consiglio operaio della INSIG ha organizzato diverse proteste, come lo sciopero di 17 giorni nel 2016, quando i lavoratori hanno occupato la fabbrica e negato l’ingresso al personale, e lo sciopero generale nel 2018 durato 40 giorni, che è anche diventato una delle proteste operaie più lunghe della storia del movimento dei lavoratori in Iran fino ad oggi. Nel corso di questi scioperi, il rappresentante dei lavoratori Meytham Al-Mahdi, ha tenuto un discorso esprimendo solidarietà ai lavoratori arrestati della Haft-Tappeh, parlando dell’unità della classe lavoratrice e proclamando la gestione operaia come l’unica soluzione sostenibile per la crisi alla INSIG. A seguito di questo discorso, Meytham e altri 40 lavoratori sono stati arrestati nel corso di una serie di raid notturni. Dopo il suo rilascio, Meytham è stato costretto in clandestinità prima di lasciare il paese per la sua incolumità. 

Nel corso di questi due anni di prolungata lotta, il consiglio operaio della INSIG ha utilizzato una serie di tattiche innovative, incluse l’interruzione delle preghiere del venerdì – successivamente divenuta una pratica diffusa tra i lavoratori in lotta in altri settori e città – l’occupazione di palazzi amministrativi, l’espulsione di capi e controllori, e perfino l’occupazione della tesoreria della Banca Nazionale nella provincia di Khuzestan. Inoltre, durante la prolungata occupazione della fabbrica nella primavera del 2018 in risposta alla serrata padronale, il consiglio operaio ha organizzato gruppi di controllo per proteggere e sorvegliare la fabbrica durante la notte, visto le intenzioni del proprietario di vendere i macchinari. Questa è stata una tattica del tutto nuova di controllo e supervisione da parte dei lavoratori per proteggere i mezzi di produzione. Nonostante la repressione del consiglio alla INSIG e dei rappresentanti dei lavoratori, gli operai sono riusciti a costringere la proprietà al pagamento degli arretrati, all’introduzione della previdenza sociale e alla ri-nazionalizzazione della fabbrica.

A differenza di quanto siamo soliti credere, le due esperienze di consigli operai che ci hai descritto non sono emerse nel corso di una situazione rivoluzionaria. Quali sono stati i principali fattori che  hanno incoraggiato, oppure forzato, i lavoratori ad assumere il controllo delle fabbriche?              

É vero. Queste esperienze hanno visto la luce in un contesto di continua crisi economica, crescenti diseguaglianze e povertà. Tutto questo è stato il prodotto dell’abbandono da parte del governo di un’idea di centralità dello stato nel processo di sviluppo e dell’adozione di politiche neoliberiste con una fortissima dipendenza da un’economia estrattiva, con la contemporanea rimozione delle barriere protettive per le industrie manifatturiere. Molte di queste ultime sono state privatizzate nel corso degli ultimi due decenni, finendo in bancarotta e venendo chiuse per sempre. I proprietari di queste aziende, molti dei quali vicini al governo e all’esercito, hanno avuto accesso a ingenti prestiti, ricollocando il denaro in paradisi fiscali oppure investendo in settori non produttivi dell’economia come la finanza e il settore immobiliare.

In maniera simile, molte delle fabbriche sull’orlo del collasso sono guidate da proprietari o gruppi di investitori che hanno fatto ingenti profitti dall’acquisto a  prezzo stracciato di queste. Proprio queste fabbriche, alcune delle quali erano le più grandi industrie metalmeccaniche nella regione mediorientale prima di queste riforme economiche e delle sanzioni a livello internazionale, sono state il principale focolaio delle lotte operaie negli anni recenti. 

Molti investitori privati hanno cercato di massimizzare la speculazione finanziaria sostenuta dallo stato impegnandosi in altre attività non produttive e completamente slegate rispetto al core business della compagnia. Il proprietario della Haft-Tappeh, ad esempio, ha affittato e successivamente riutilizzato ettari di terra precedentemente destinati alla coltivazione della canna da zucchero. Questo fenomeno è stato anche spinto dal tentativo del governo di adeguarsi ai diktat della globalizzazione, che hanno portato alla rimozione dei contributi all’importazione per aziende che non sono competitive sul mercato globale. L’importazione non regolata di zucchero da Cuba, ad esempio, è stato uno dei fattori della crisi di produzione alla Haft-Tappeh e dell’industria iraniana dello zucchero in generale. 

Questo blocco della produzione è simile alla situazione rivoluzionaria del 1979 quando molti capitalisti abbandonarono il paese e i lavoratori furono costretti a trovare una soluzione al vuoto che si era creato sui luoghi di lavoro. Prima che Khomeini e il Partito della Repubblica Islamica (PRI) dirottassero la rivoluzione e consolidassero violentemente il proprio potere, i consigli operai erano emersi come una forma popolare di organizzazione della vita economica e politica. Come allora, i lavoratori sono oggi preoccupati per la tenuta della produzione dalla quale dipende il loro sostentamento. Come conseguenza, molte delle proteste dei lavoratori negli anni recenti si sono concentrate sull’opposizione alla privatizzazione e hanno articolato una forte contrarietà alla proprietà privata delle aziende. Nei due casi discussi precedentemente, i lavoratori hanno rivendicato di riprendersi la fabbrica dopo la privatizzazione e sostenuto come potessero gestirla meglio. In queste condizioni, l’idea di una consiglio di gestione è stata una risposta strategica e ideologicamente di successo contro il vuoto causato dall’ordine neoliberista. Da questo punto di vista, i consigli operai di oggi, a differenza dei loro predecessori, sono più una risposta immediata ad una crisi economica piuttosto che a una crisi politica.

Sciopero INSIG 2018. Il cartello centrale recita “tutti i lavoratori incarcerati devono essere rilasciati”.

A differenza di quelle letture che tendono a ridurre i consigli operai ai luoghi di lavoro e ai lavoratori, noi riteniamo che sia importante contestualizzare l’emersione di questi corpi democratici e radicali all’interno di un contesto più largo che vada dall’attività dei gruppi politici a specificità locali e regionali, fino a giungere alle questioni di genere. Ci sono stati elementi al di fuori dell’ambito della fabbrica che hanno promosso lo sviluppo di queste esperienze?                

Per quanto riguarda il contesto sociale, una delle più importanti strategie sviluppate dai consigli operai alla Haft-Tappeh e alla INSIG è stata quella di portare la lotta operaia oltre la fabbrica, estendendola nelle strade e nelle aree urbane per ottenere sostegno popolare. In entrambi i casi, le fabbriche si trovano al di fuori della città; tuttavia, grazie alla loro intelligenza, i lavoratori hanno compreso che per ottenere risalto avevano bisogno di essere visti e sentiti. L’unico modo per raggiungere questo obiettivo era rendere pubbliche le loro battaglie portandole oltre i muri delle fabbriche. Secondo me, questa è stata la carta vincente in entrambi i casi e anche altri settori, in un effetto domino, hanno cominciato ad utilizzarla. Il consiglio operaio della Haft-Tappeh ha lanciato varie proteste nella città di Shush, dove i lavoratori hanno ricevuto appoggio. Dato che la Haft-Tappeh è il più grande datore di lavoro dell’area e tutta la città di Shush è direttamente o indirettamente legata alla fabbrica, questo spiega come mai gli scioperi operai abbiano ricevuto uno straordinario sostegno locale. I lavoratori hanno anche utilizzato i social media per diffondere la loro lotta in tutto il paese, e anche grazie alla loro lunga tradizione di attivismo sono stati in grado di incassare il sostegno da parte di altri attori, come pensionati, studenti, insegnanti, e organizzazioni operaie come il consiglio della INSIG e il sindacato degli autisti di autobus di Teheran.

In maniera simile, ad un certo punto nel corso della vertenza, i lavoratori della INSIG hanno compreso come il loro successo dipendesse dalla propria militanza. Hanno quindi spostato le proteste oltre i confini della fabbrica e bloccato la principale arteria stradale, organizzando varie manifestazioni davanti ai palazzi governativi. Come già menzionato, i lavoratori hanno anche occupato la Banca Nazionale e il Tesoro, che allo stesso tempo controlla la INSIG. Nel complesso, queste strategie militanti hanno avuto successo, in quanto hanno ottenuto l’indispensabile sostegno popolare da parte della società civile. Questo, a sua volta, ha contribuito a creare un più robusto potere sociale per i consigli operai.

Per comprendere il significato dei consigli, penso anche che sia importante capire meglio il contesto della provincia di Khuzestan, dove si trovano sia la Haft-Tappeh che la INSIG. Negli ultimi quattro decenni, a partire dalla rivoluzione del 1979, la provincia di Khuzestan si è trovata in un costante stato di crisi. In seguito agli 8 anni di guerra con l’Iraq, dove questa area ha sofferto particolarmente trovandosi lungo uno dei principali fronti del conflitto, abbiamo assistito ad un’impennata dell’emigrazione, al peggioramento della situazione ecologica e all’aumento della povertà. Come in altre regioni del sud-ovest, la maggioranza della popolazione, specialmente di etnia araba, è soggetta a gravi discriminazioni etniche e religiose. L’etnia dominante a livello nazionale – i farsi – sottomette infatti sunniti, arabi, curdi, beluci e rifugiati afghani ad un’orribile oppressione economica e politica. Secondo alcuni report ufficiali, il tasso di disoccupazione in Khuzestan è tra il 40 e il 45 percento, quasi il doppio della media nazionale del 25 percento. Notiamo anche come questo tasso sia più alto in quelle città dove la maggioranza della popolazione è di etnia araba. L’utilizzo di manodopera straniera e una strategia che favorisce l’appalto dei grandi progetti nella provincia per le ditte con lavoratori non-arabi sono alcune delle ragioni che spiegano questo straordinario livello di disoccupazione.            

Per quanto riguarda le disuguaglianze economiche, i risultati di un recente studio che misura la povertà nel Khuzestan (utilizzando un indice multidimensionale che tiene conto di educazione, sanità, alloggio, disoccupazione e tenore di vita) suggerisce come il tasso di povertà medio di questa regione fosse del 35 per cento nel 2016, ben oltre la media nazionale. Questi tassi di disoccupazione e povertà sono degni di nota data l’abbondanza di idrocarburi e risorse idriche nella provincia, la quale contribuisce per più del 40 percento al budget iraniano. Nonostante l’abbondanza di risorse idriche – sono cinque i fiumi nella regione – questa provincia ha dovuto fronteggiare gravi carenze  d’acqua e una crescente desertificazione a causa delle deleterie politiche economiche e climatiche della repubblica islamica, che riflettono meramente gli interessi della borghesia locale.   

In questo contesto, la provincia del Khuzestan è stata al centro del movimento consiliare nel corso degli ultimi 4 anni. Dal 2018 ad oggi, ci sono state svariate sollevazioni di massa contro le politiche del governo e la crisi economica, tra le quali il trasferimento forzoso di acqua, la costruzione di una diga, il blocco all’erogazione dell’acqua per l’agricoltura e le aree paludose, e l’opposizione alla migrazione forzata della popolazione araba a causa del peggioramento delle condizioni ambientali. Queste sollevazioni di massa sono inizialmente emerse a partire dalle lotte operaie del 2017–18 alla Haft-Tappeh e alla INSIG, ma sono poi evolute in qualcosa di più di ‘mere’ proteste regionali diffondendosi in tutto il paese. Nel giugno del 2021, le sollevazioni sono iniziate nella città di Khuzestan a maggioranza araba in risposta alla crisi idrica e, in un paio di giorni, hanno assunto carattere nazionale. Più recentemente, nel maggio del 2022, una serie di proteste sono scoppiate contro il crescente aumento dei prezzi. In risposta a queste sollevazioni, il governo ha fatto affidamento sulle proprie consolidate tattiche repressive, bloccando l’accesso a internet e all’elettricità a Khuzestan e nelle altre città in lotta per coprire la violenta repressione e riprendere il controllo della situazione. Il governo può reprimere temporaneamente queste sollevazioni, ma le cause profonde delle proteste continuano ad aumentare e non potranno essere soppresse a lungo.

I consigli sono emersi da questo contesto di accresciuta diseguaglianza, povertà, disoccupazione e degradazione ambientale. Nonostante un sostanziale declino del potere strutturale da parte dei lavoratori, questi si sono organizzati attraverso i consigli e così facendo hanno favorito sollevazioni di massa di disoccupati e contadini.

Sciopero INSIG 2018.

La capacità dei lavoratori di assumere il controllo dei luoghi di lavoro non è qualcosa di nuovo in Iran. All’indomani della caduta dello Shah nel 1979, erano sorti quasi ovunque centinaia di consigli operai, nelle fabbriche e non solo. Ci puoi dire qualcosa di più su queste esperienze e come la controrivoluzione islamista è riuscita a sconfiggere il movimento?

Certamente. Il movimento consiliare odierno è in gran parte un’eredità storica della rivoluzione del 1979. In questa, le Showras giocarono un ruolo importante così come il movimento dei lavoratori più in generale. Nel corso della rivoluzione, consigli operai e dei contadini, e in alcuni casi consigli locali o di quartiere, esercitarono un significativo controllo politico ed economico di aree e industrie dell’Iran.

Questo era, in particolare, il caso nell’industria del petrolio. Per quanto i lavoratori di questo settore non avessero partecipato alle prime fasi della rivoluzione, il loro sciopero di massa era stato un fattore decisivo nel condannare lo Shah e nello spingere altri lavoratori ad unirsi al movimento rivoluzionario. Dopo la caduta della monarchia, comitati clandestini, con l’aiuto di molti militanti comunisti, trasformarono le industrie espropriate alla borghesia che era scappata in consigli di fabbrica che controllavano la produzione.

Questa espropriazione è stata massiccia. Nel corso del periodo rivoluzionario 1978–80, la maggior parte delle più grandi industrie iraniane erano sotto il controllo operaio. Tra queste, Iran Khodro (produzione di auto), Melli Shoe (scarpe), Drug Production, Darupakhsh (industria farmaceutica), Abadan Refinery (idrocarburi), Isfahan Steel (acciaio), e tutte le fabbriche legate all’Industrial Development Organization (Bayat 1987). 

Striscione allo sciopero INSIG: “Noi lavoratori INSIS non riceviamo il salario da mesi”.

Tuttavia, per il nuovo governo post-rivoluzionario (sia quello provvisorio che per il Partito della Repubblica Islamica, PRI), il controllo operaio equivaleva alla perdita di potere sulle fabbriche. Per questa ragione, durante la consolidazione violenta dello stato guidata dal PRI, il governo  etichettò i consigli operai come pericolosi, dando vita ai consigli islamici in un tentativo di cooptare i consigli stessi ed epurando i comunisti da tutti gli ambiti del sistema economico e politico. Ad esempio, la Casa dei Lavoratori, un polo di coordinamento creato dai consigli operai nel corso della rivoluzione, venne occupato dal governo per poi passare al Consiglio Islamico, mentre tutti i lavoratori marxisti e di sinistra vennero espulsi dalle fabbriche. Nel corso di questo periodo, oltre 500 lavoratori e migliaia di marxisti sono stati giustiziati. Molti attivisti tra i lavoratori sono riusciti a sopravvivere solamente perché abbandonarono il paese prima di essere catturati. Nel corso di pochi anni, il governo debellò tutti i consigli operai indipendenti.

Sopra: famiglie della Haft-tappeh manifestano in solidarietà (il cartello in primo piano dice “sono figlia di un lavoratore Haft-tappeh, abbiamo fame, abbiamo fame”; sul palmo della mano mano destra della bambina si legge “governatore” e su quello della sinistra “stipendio”.

Tornando all’Iran di oggi, com’è la situazione economica e sociale nel paese?       

Non buona. Una combinazione di fattori interni ed esterni ha creato una delle più grandi crisi economiche dell’Iran moderno.

A livello interno, uno studio recente del Centro di Statistica Iraniano ha evidenziato come il tasso di inflazione abbia raggiunto il 41 percento nel marzo 2022, mentre il prezzo dei generi alimentari è aumentato di circa il 52 percento nel corso dell’ultimo anno. Solamente otto nazioni hanno un’inflazione più alta, molte di queste sono ugualmente sotto sanzioni statunitensi. L’aumento dei prezzi è stato più alto nelle aree rurali rispetto a quelle urbane. In maniera simile, nel corso degli ultimi anni, la moneta (il Rial iraniano) ha perso oltre l’80 percento del suo valore, con il cambio con la moneta statunitense che ha superato 300 mila Rial per un dollaro. Nel 2021, il salario minimo nominale in Iran (sulla base del cambio non-ufficiale della moneta) era 55 centesimi per ora, la metà di quanto guadagnato dai lavoratori messicani (tra i più sfruttati al mondo con il loro dollaro e 5 centesimi all’ora). Come sappiamo, alti tassi di inflazione, quando non corrisposti da aumenti dei salari nominali, determinano la caduta dei salari reali. A partire dal 1980, i salari reali in Iran sono scesi dello 0,16 percento, mentre la spesa delle famiglie è, in media, triplicata (Kheirollahi 2018). La ricchezza continua ad accumularsi nelle mani dei capitalisti, i quali sfruttano un’inflazione massiccia e la svalutazione della moneta e dei salari. Il volume del petrolio esportato e il suo valore è quasi raddoppiato nell’ultimo anno, mentre le esportazioni non legate agli idrocarburi sono cresciute del 40 percento nello stesso periodo.

Oltre a queste politiche monetarie, fattori esterni come le sanzioni hanno esacerbato la crisi. Le sanzioni economiche globali poste sull’Iran in maniera crescente a partire dagli anni ottanta hanno pesantemente compromesso l’economia e soprattutto il settore manifatturiero che utilizza oltre l’80 percento di prodotti importati, rendendo difficile per l’Iran produrre le proprie merci (Nomani e Behdad 2016). L’interruzione delle catene del valore globale ha reso incerto l’arrivo di alcuni manufatti importati, compromettendo sia la produzione domestica che quella rivolta all’esportazione. Colpite da queste problematicità e da alti costi di operazione, le industrie non legate al petrolio sono state costrette a chiusure parziali o totali, con licenziamenti di massa tra i lavoratori. Il conseguente rallentamento dell’economia non petrolifera, come quella dell’auto, dei macchinari e delle costruzioni, ha contribuito alla crisi occupazionale. A sua volta questo ha determinato un violento calo del prodotto interno lordo pro-capite, dell’occupazione nel settore manifatturiero, e l’emergere di un’inflazione con tassi a doppia cifra: tutti fattori che hanno pesato sul mercato del lavoro e il tasso di povertà, con l’ulteriore esacerbazione provocata dalle privatizzazioni volute dal governo.        

In mezzo a queste crisi ricorrenti, il governo ha continuato con le sue politiche neoliberiste. Senza tener conto delle condizioni di vita della popolazione, questo ha lanciato un vasto processo di eliminazione dei sussidi negli anni recenti. Con l’incoraggiamento del piano proposto dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) per terminare il programma di trasferimento monetario universale introdotto nel 2011 con l’intento di compensare i lavoratori per l’eliminazione del combustibile a prezzi calmierati, il governo ha cancellato il programma nel 2019. Più recentemente, sono stati rimossi i sussidi sul grano, determinando un aumento di 13 volte dei prezzi del pane e di altri prodotti legati al grano. Questo aumento folle e improvviso dei generi alimentari è stato seguito dalla cancellazione di tutte le sovvenzioni sui medicinali. Di fronte alle minacce esterne, la borghesia iraniana ha tentato di riguadagnare margini di profitto sottoponendo la classe lavoratrice a dure misure di austerità e alla repressione politica.

In risposta a questa situazione, i lavoratori hanno protestato? In quali settori? E attraverso quali modalità di mobilitazione?

Le riforme neoliberiste del governo hanno scatenato resistenza e sollevazioni popolari già a partire dagli anni novanta, con il primo tentativo del governo di implementare piani di aggiustamento strutturale (Bayat 1994). Le ondate di rivolte urbane, cominciate nel 1991, hanno costretto le autorità a sospendere tali politiche fino al 2010, quando il governo ha improvvisamente aumentato il prezzo della benzina di 4 volte. Anche se l’aumento del gas non ha causato nessuna resistenza popolare, è stato il trampolino di lancio per le proteste operaie ad inizio decennio. A partire dal 2010, con l’intensificazione delle politiche neoliberiste del governo, la precarizzazione del mondo del lavoro e la crescita delle diseguaglianze sociali, proteste di massa organizzate dalla classe lavoratrice sono scoppiate nelle aree urbane. I lavoratori di ogni settore hanno reagito al peggioramento delle condizioni strutturali: lavoratori petroliferi, metalmeccanici, autisti degli autobus, ferrovieri, impiegati comunali, insegnanti ed infine anche quelli presenti nella gig economy. I lavoratori di Snapp! (l’equivalente di Uber) hanno lanciato molteplici scioperi negli ultimi anni. In maniera interessante, i pensionati sono stati una parte attiva nelle proteste e fornito consigli ai nuovi attivisti. Non è un’esagerazione dire che mai nella storia moderna dell’Iran la classe lavoratrice è stata così organizzata e militante.

Sciopero Haft-tappeh 2018, al centro Esmaeel Bakhshi, esponente dell’ala radicale del movimento.

Quanto detto non deve portare a ritenere che le azioni dei lavoratori abbiano riguardato solamente i luoghi di lavoro. A partire al più tardi dal 2017, le rivolte urbane sono aumentate. Come detto precedentemente, la prima di queste sollevazioni è scoppiata nella regione sud-occidentale, in modo particolare nella provincia di Khuzestan, a causa di una serie di crisi economiche, sociali e ambientali. A partire da allora, l’Iran ha visto un numero crescente di rivolte. Nel 2019, l’improvviso aumento dei prezzi del carburante ha determinato una delle più ampie e violente sollevazioni, con almeno 1500 manifestanti uccisi e migliaia arrestati. Come nel 2019 e nel 2021, le più recenti ondate di proteste cominciate nel maggio 2022 sono scoppiate a Khuzestan, sulla scia dello sciopero nazionale degli insegnanti, e poi si sono diffuse a tutto il paese. Rapidamente, queste hanno cominciato a contestare l’alto prezzo dei generi alimentari, soprattutto il pane. Le principali richieste sono state la reintroduzione dei sussidi e il miglioramento delle condizioni ambientali e lavorative. Come nelle precedenti sollevazioni, non appena la solidarietà si è diffusa in altre città e province, lo stato ha mobilitato l’intera macchina repressiva per prevenire la comunicazione tra le città e reprimere, anche mortalmente, i manifestanti nelle strade.    

Un aspetto importante rispetto a queste sollevazioni urbane è stata la loro capacità di ottenere l’appoggio del movimento dei lavoratori. Insegnanti, pensionati e altri attori hanno espresso il proprio sostegno alle insurrezioni urbane. È degno di nota come gli insegnanti siano stati uno dei settori di maggior successo all’interno del movimento dei lavoratori e siano al momento la componente organizzata maggioritaria al suo interno. Nonostante una forte repressione, il movimento degli insegnanti ha raggiunto un livello di organizzazione nazionale senza precedenti e ha costretto il governo a riconoscere le proprie organizzazioni indipendenti. Da questo punto di vista, il movimento degli insegnanti dimostra come né una feroce repressione né sindacati gialli determinino automaticamente la cooptazione o il rifluire dei lavoratori. 

Oltre al sostegno degli insegnanti, noti militanti sindacali, tra i quali i lavoratori della Haft-Tappeh, gli autisti degli autobus di Teheran e i pensionati hanno pubblicato un comunicato comune di sostegno alle proteste urbane. Anche quella parte della classe lavoratrice non organizzata in precedenza sta mostrando una solidarietà che va oltre le industrie, le divisioni etniche, religiose e, in misura minore, quelle di genere. Questo slancio ad unificare, organizzare e coordinare le proteste ha posto il proletariato in una posizione più forte per condurre lo scontro di classe

Per concludere, qual è la situazione attuale della sinistra in Iran?

A partire dal 2018, sono emerse molte organizzazioni marxiste clandestine, la cui creatività nell’organizzare e fare formazione ha portato ad importanti avanzamenti del movimento dei lavoratori e, più recentemente, un simile processo può essere apprezzato nei circoli studenteschi. L’attenzione del governo verso questo spostamento a sinistra è andata di pari passo con l’emersione di una repressione sia morbida che dura. La prima consiste nella promozione di una farsesca sinistra nella forma del Movimento di Giustizia Islamico e nel discorso promosso dai Consigli Islamici degli Studenti e del Lavoro che tentano di ridurre la crisi economica all’inettitudine individuale di gestione e a qualche mela marcia. In maniera simile, il discorso copta argomentazioni anti-imperialiste per allontanare ogni forma di critica dal governo. Nonostante gli elaborati tentativi da parte del regime di eliminare la sinistra attraverso il suo potere egemonico, i circoli marxisti si stanno moltiplicando in tutto il paese.  

Molti marxisti clandestini continuano a pubblicare articoli teorici e politici, prendendo parte ad attività di agitazione e organizzazione, così come rendendo popolare una forma di politica radicale nel movimento dei lavoratori. Riviste come Naghd (Critica) e Critica della Politica Economica lanciano contributi originali in termini teorici ed analitici, così come analisi comparative e traduzioni per i lavoratori iraniani in modo che possano imparare dai successi e dagli errori del movimento internazionale dei lavoratori e da quello marxista. Allo stesso tempo, circoli marxisti e gruppi di lavoro come il Comitato di Azione Organizzata dei Lavoratori (Komite Sazmandehi e Amal e Kargari) e il Collettivo Slingers (la sezione inglese del collettivo Majanigh) connettono i lavoratori di varie industrie, affrontando direttamente il problema dell’organizzazione e dell’educazione. Questi due gruppi di lavoro pubblicano report ed analisi sia in persiano che in inglese, descrivendo le esperienze e le condizioni presenti. A causa delle tattiche repressive dello stato, nel tentativo di migliorare le condizioni del proletariato, i componenti di tutti i gruppi rischiano sequestri, torture e perfino la morte per mano della repubblica islamica di impronta fascista. Per dirla in maniera semplice, i lavoratori, gli studenti, gli accademici e gli attivisti di sinistra in Iran hanno costruito un movimento di fronte popolare. In un contesto di crisi sociale ed economica, oltre alla già menzionata repressione governativa, questo ha permesso di evitare infinite schermaglie interne e divisioni settarie. Certamente, ci sono dibattiti teorici e politici tra chi sostiene i consigli operai e quanti invece ritengono prioritario costruire sindacati e confederazioni sindacali. In ogni caso, sembra che in larga misura la coscienza di classe sia cresciuta a tal punto che la classe lavoratrice comprenda come sia necessario unirsi per resistere con successo contro l’aggressione di classe sempre più violenta da parte della borghesia. Penso e spero che anche la sinistra internazionalista lo comprenda e si unisca al movimento iraniano per combattere il capitalismo una volta per tutte.           

Sciopero Haft-tappeh, il cartello sulla sinistra dice “vogliamo rimuovere i manager inefficienti e incompetente”, quello sulla destra dice “noi lavoratori di Haft-tappeh ci siamo svegliati e ripudiamo la privatizzazione”.

Riferimenti bibliografici

Bayat A (1987) Workers and Revolution in Iran: A Third World Experience of Workers’ Control. London: Zed. 

Bayat A (1994) Squatters and the State: Back Street Politics in the Islamic Republic. Middle East Research and Information Project (MERIP) 191: 10–14.

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Nomani F & S Behdad S (2012) Labor Rights and the Democracy Movement in Iran: Building a Social Democracy. Northwestern Journal of International Human Rights 10(4): 212–230.

Salour N & S Salour (2020) Council Power in the Iranian Labor Movement. Disponibile a: https://www.tempestmag.org/2020/11/council-power-in-the-iranian-labor-movement.

Questo articolo fa parte del numero 3, autunno 2021, della rivista Egemonia.

 

Gianni Del Panta, studioso di scienze politiche, vive a Firenze ed è autore di "L'Egitto tra rivoluzione e controrivoluzione: da Piazza Tahrir al colpo di stato di una borghesia in armi" (Il Mulino, 2019).