Pubblichiamo la seconda di due parti (qui la prima) di una puntigliosa analisi, inviataci da un lettore, inerente la deriva xenofoba e sciovinista che coinvolge settori non marginali di Rifondazione Comunista. Le posizioni ufficiali di quel partito appaiono in effetti l’esatto contrario di quelle espresse dai vari dirigenti locali, ma anche nazionali, citati nell’articolo che qui vi presentiamo. Tuttavia, c’è un nesso evidente tra le escrescenze nazionaliste in questione e il riformismo – quindi l’elettoralismo e il filo-europeismo che arriva fino alla difesa isterica del macellaio Tsipras – praticato indefessamente dal PRC negli ultimi trent’anni. Un nesso che passa per la forte tradizione stalinista con cui Rifondazione non ha mai fatto i conti, oltre che per la liquidazione nel dibattito interno del partito e nella formazione dei militanti di qualsiasi analisi di classe e di categorie come quella di imperialismo. Tutto questo nel nome della partecipazione a governi anti-operai e guerrafondai come quello Prodi (2006) che ha segnato la meritata sparizione dell’organizzazione dallo scenario politico, alla quale non si è trovata risposta migliore delle imbarazzanti esperienze elettorali guidate da magistrati e dall’intellettualità borghese come la lista Ingroia e Tsipras (passando per la Sinistra Arcobaleno).  Ecco che su basi del genere, quelle dell’ignoranza e dell’opportunismo, non sorprende vedere gli elementi più rozzi e\o senza scrupoli reagire alla crisi terminale del loro partito – traghettata da astrazioni come “europa dei popoli” e “società civile”-  impugnando una retorica del ritorno “ai lavoratori” concepito però come difesa degli interessi corporativi del proletariato autoctono, contro i diritti degli immigrati. Corollario della “sbandata” in questione, il nazionalismo e l’esaltazione per la geopolitica che – lo si leggerà – giunge perfino a tradursi negli insulti alla famiglia Regeni in nome dei superiori interessi dell’imperialismo italiano contro quello francese.

Vi lasciamo alla lettura chiarendo prima un punto: il dibattito interno a Rifondazione non è in sé interessante né fruttuoso per sfruttati e oppressi; non è però indifferente come la tragicommedia che emerge da questo articolo vada aldilà del PRC, rappresentando il lato forse più odioso del triste epilogo di una pluridecennale impostazione politica riformista. La stessa con la quale anche altre forze che animano la sinistra “a sinistra del PD”, sforzandosi nel cercare soluzioni per uscire dalle secche, non sembrano voler fare i conti.


Fronti bifronti

Ed eccoci di nuovo a livelli molto alti, di dirigenza nazionale di Rifondazione. E di flirt con pagine comunitariste come Fronte dei Popoli, pagina che ha raggiunto una certa infame notorietà per la bufala su Samora Machel contro i migranti smascherata dagli Wu Ming e precedentemente nota come Fronte del Popolo, amministrata da un ex collaboratore di pagine del network di estrema destra fondato da Catto, come La Via Culturale, tale Dario Giovetti. È infatti da Fronte dei Popoli che l’allora segretario federale bolognese di Rifondazione, Simone Gimona, si fa pubbliccare, per mano del suo “Darione”, post critici delle manifestazioni per l’accoglienza dei migranti. A questa pagina è associato un gruppo di contributi e dibattito amministrato, oltre che da Giovetti, da Alessio Pizzichini, che figurava nella redazione de L’Intellettuale Dissidente, pagina che definire “rossobruna” è un complimento, e da Davide Ragnolini, che figura tra gli autori sulla Rivista Eurasia diretta da Claudio Mutti, ex militante della formazione di estrema destra dei Nuclei Armati Rivoluzionari, finito sotto inchiesta nell’ambito delle indagini sulla Strage di Bologna, di Ordine Nero e della Jeune Europe del “nazional-bolscevico” Jean Thiriart. Ed è proprio davanti alla platea di quello che chiama il think tank di questo gruppo di destra che Gimona pubblica un post dove critica una presunta “narrazione egemone” che nasconderebbe “fatti” sui migranti.

Non sappiamo in quale misura la dirigenza di Rifondazione sia in sintonia con il think tank reazionario di Fronte del Popolo, gente che Gimona chiama “compagni” e invita alla festa di Rifondazione a Bologna un giorno in cui parla proprio Ugo Boghetta insieme a Giuletto Chiesa, ma il segretario federale bolognese del PRC non fa mistero di essere d’accordo, a proposito de codice Minniti sulle ONG che soccorrono i naufraghi, con Fulvio Scaglione, il quale è d’accordo con Marco Minniti. Si potrebbe pensare a centrosinistri che si ritrovano, in modo alquanto sinistro e per nulla di sinistra, ma un articolo condiviso dall’allora segretario federale rifondarolo bolognese, in cui il PD di Minniti è attaccato sul tema dei migranti, ma da destra, attribuendogli fin troppo deregulation, forse dissipa il timore insinuandone uno peggiore: un superamento a destra?

La lobby gay

Se le posizioni sui migranti che stanno prendendo piede in Rifondazione sono a dir poco agghiaccianti, quelle sui diritti LGBT lasciano spazio alla teorizzazione, sempre da parte di Gimona e Boghetta, sul sito ufficiale della federazione bolognese del partito, dell’esistenza della lobby gay, che darebbe indicazioni di voto per il PD alle elezioni comunali bolognesi. Sarebbe quindi la fantomatica lobby gay a dare indicazioni di voto per il PD. Non una delle tante associazioni, ma proprio la lobby gay. I compagni omosessuali che credono di poter trovare spazio nel PRC giudichino da sé. E la federazione locale della sezione giovanile del partito giunge ad attaccare non solo l’idea del matrimonio omosessuale, in quanto il matrimonio sarebbe “un’istituzione oppressiva e arcaica” (e noi oppressori arcaici che invece vogliamo gli stessi diritti per tutte e tutti, tzeh!), ed “il registro delle “nozze” gay celebrate all’estero” voluto dal sindaco piddino di Bologna (“nozze” gay virgolettato è loro), Virginio Merola del PD. Due delle poche cose su cui il PD non ci si aspetta che venga contestato da chi dice di porsi alla sua sinistra.

Preve e Marine Le Pen

Questa emulsione di parti immiscibili di retorica marxista e temi cari, anzi, cavalli di battaglia della destra radicale, tipica dei peggiori trasformismi della destra reazionaria, in Italia ha trovato il proprio revival postbellico sostanzialmente con Costanzo Preve. Su tale filosofo ispiratore dei “né di destra, né di sinistra, ma mai di sinistra” non è questa la sede in cui discutere. Vale tuttavia la pena di notare che suo figlio Roberto, dirigente locale torinese di Rifondazione, è passato ormai, dal rappresentare la componente trockista del partito nel comitato politico nazionale, al condividere post di Diego Fusaro contro la divisione tra “rossi e neri, destri e sinistri”, scrivere post contro la libera circolazione dei proletari e mettere like a commenti secondo cui “chi scappa da una guerra non se ne va abbandonando anziani, donne e bambini”. Evidentemente non hanno mai dialogato con un richiedente asilo, i radical chic (radical non a sinistra) come il dott. avv. Roberto Preve, avvocato che assistette anche Renato Pallavidini in tribunale, quello stesso prof. Pallavidini dichiaratosi fascista che vorrebbe applicare le teorie di Mengele e – citandolo testualmente – non “pagare l’ICI per l’assitenza a negri, zingari nonché handicappati e mongoloidi”, ma con Fidel Castro come immagine di profilo su Facebook. Se infatti avessero mai dialogato con un richiedente asilo, questi radical (non di sinistra) chic si renderebbero conto di quanto è particolarmente proibitiva per una donna la traversata su un barcone. Anche se non possiamo sapere se il figlio del prof. Costanzo Preve, con la sua cittadinanza assicurate, potrebbe smettere di considerare la questione dello ius soli un “finto problema”.

Costanzo Preve suscitò un certo scalpore, non privo di ragion d’essere date le posizioni cui ormai era approdato, quando dichiarò che alle presidenziali francesi del 2010 avrebbe votato il Front National.

Data l’ormai chiara situazione in cui versa Rifondazione, non deve suscitare quindi meraviglia che un dirigente locale milanese di quel partito, Leonardo Cribio, condivida su Facebook un video dove proprio Marine Le Pen se la prende con i migranti, giudicandola più a sinistra di un “noi” su cui, se è riferito al suo partito, data la deriva descritta, forse non si può neanche dargli tutti i torti. Né suscita meraviglia che pubblichi un post di etnicizzazione gitanofoba della cronaca, condiviso da Davide Boni, allora segretario provinciale milanese della Lega, o che si unisca alla campagna contro i soccorritori del mare di Zuccaro, che polemizzi sui presidi per l’apertura dei porti ai migranti, come si evince dai suoi post e dai mi piace ai commenti sotto di essi, né che pubblichi un post dove si condanna la ricerca della verità sulla morte di Giulio Regeni per non fare “sbattere fuori dalla sponda sud del Mediterraneo” l’Italia – dopo i “comunisti” contro gli immigrati, i “comunisti” a favore dell’imperialismo possono forse essere oggetto di stupore? -, né che non perda occasione per esternare continuamente posizioni reazionarie, spesso condividendo post da un tizio che scrive per la pagina filobombacciana Oltre la Linea il quale, al pari di Fronte dei Popoli, guadagnò il suo momento di celebrità con la bufala su Machel contro i migranti, smascherata dagli Wu Ming.

Potere a quale popolo?

Qualcuno potrebbe muovere l’obiezione che la linea sulla questione dei migranti espressa sugli organi ufficiali del PRC, quale il sito nazionale, sembra molto diversa e, se si astrae da questioni come la pubblicazione di Contro il sinistrismo sul sito ufficiale della federazione di Biella, questo è vero. Tuttavia, se gente come questo Cribio, ex consigliere comunale per Pisapia e ricandidato per la lista Milano in Comune per il municipio 9 in occasione delle elezioni comunali del 2016, sostenuta tra gli altri da PRC, SEL, Possibile e L’Altra Europa con Tsipras, fosse riuscito a conquistare una poltroncina, avrebbe agito con coerenza rispetto alle proprie idee pubblicamente esternate o avrebbe seguito questa nebulosa “linea“?

Ai cedimenti a destra per restare al governo Rifondazione ci aveva già abituato con i vari sostegni al centro-“sinistra”. Cedimenti sui diritti dei lavoratori, come il voto al piano Treu, sull’imperialismo e chi più ne ha più ne metta. Non dovrebbe stupire quindi che per un pugno di voti, ammesso e non concesso che questa strategia paghi anche dal punto di vista dell’opportunismo elettorale, ci sia chi scenda a compromessi con i fondamentali inseguendo l’ultima moda del momento, non fosse che cedimenti del genere sono un avvallo al pensiero che costituisce le fondamenta di consenso sociale su cui si erge la montagna di cadaveri in fondo al mare causata dalle politiche di frontiere chiuse messe in atto dai governi gialloverdi e di centro-“sinistra” e promosse dall’Unione Europea, cadaveri di proletari che si spostano per il semplice fatto che le loro terre d’origine sono economicamente prosciugate dalle terre di destinazione – chiàmasi imperialismo -, cosa che non sembra sfuggire neppure a Boghetta, anche se preferisce liquidarla come irrilevante in un intervento, tenuto all’assemblea di Patria e Costituzione di Fassina, in cui si scaglia, tra i prevedibili like dei soliti come Radogna, Pilò ecc., contro il “politicamente corretto” – e perché poi tanto fastidio per il politicamente corretto che è attenzione nei confronti di categorie deboli? – e contro lo ius migrandi, ius usato, dice Boghetta, dai conquistadores per invadere le Americhe. Si badi bene che tali governi di centro-“sinistra”, come abbiamo visto, c’è chi, pur ritenendosi comunista, bolla come troppo permissivi, deregulated nella lingua di questi “patrioti”, con i migranti. E agli avvalli ad abomini del genere, ci si perdoni, nonostante Prodi e tutto il resto, non ci eravamo ancora abituati.

Interrogativi

Si potrebbe andare avanti a scrivere libri se si volesse analizzare nel dettaglio il pensiero jingoista espresso in seno a Rifondazione, che a questo punto capirete perché facciamo fatica a dire Comunista, ma terminiamo qui questo viaggio alla deriva tra i flutti dell’oceano del pensiero unico di destra che ha ormai penetrato la sinistra riformista italiana. Ci scusiamo altresì con il lettore che, a meno che abbia assunto preventivamente un antiemetico, possa aver cominciato a soffrire il viaggio.

Restano però interrogativi ai quali non abbiamo una risposta.

Se Rifondazione a vario livello organizza o partecipa a manifestazioni contro le politiche migratorie à la Minniti o à la Salvini, non è chiaro perché non faccia altrettanto contro quei suoi dirigenti che difendono o si trovano d’accordo con idee come quelle della professoressa leghista Anna Bono o dei collaboratori del network di estrema destra di Oltre la Linea.

Se la cosiddetta “linea ufficiale” di Rifondazione sui temi toccati appare diversa, rimane l’interrogativo del perché, sul tema dei proletari non italiani che si trovano in Italia, il PRC manifesti verso il dissenso interno una tolleranza mai avuta con le opposizioni di sinistra. Tutto questo facendo astrazione da temi riguardanti altre diversità, come i diritti LGBT, sui quali la federazione bolognese si esprime invece ufficialmente nei termini che abbiamo visto.

Neppure possiamo prevedere come reagirebbero i compagni delle molte realtà anche non strettamente marxiste, ma intransigenti almeno sul tema del genocidio dei migranti, che hanno costruito o supportato di volta in volta le varie liste cui contribuisce Rifondazione, come nel recente caso di Potere al Popolo, sapendo di aver stretto alleanza con un partito che dà spazio ed autorevolezza anche a “sinistra” a posizioni come quelle descritte, né possiamo prevedere come reagirebbero in particolare i compagni immigrati che vediamo nei cortei dove sventolano le bandiere di Rifondazione in occasione delle manifestazioni antirazziste di questi ultimi tempi.

A tali domande non sappiamo rispondere con certezza, nonostante si possano fare alcune ipotesi, ma quel che è certo è che la risposta ad ogni sciovinismo consiste nella lotta di classe, senza divisioni etniche per sua stessa definizione, sempre e comunque senza mai etichettare come quello “che faceva meglio a starsene a casa sua” nessun fratello di classe. Sempre e comunque con gli sfruttati di ogni provenienza e contro gli sfruttatori, di ogni provenienza.