I metalmeccanici sono tornati a incrociare le braccia dopo tre anni senza sciopero di categoria: otto ore durante le quali si sono svolte manifestazioni in contemporanea a Milano, Firenze e Napoli.
Circa quindicimila persone hanno sfilato per il centro del capoluogo lombardo “guidati” da Marco Bentivogli segretario generale della Fim e in rappresentanza della Fiom lo storico ex Landini, da qualche mese segretario Cgil. Come prevedibile gli interventi dal palco non hanno offerto spunti significativi eccetto i soliti appelli per gli investimenti e per una politica industriale maggiormente incisiva: il governo viene bacchettato in maniera nemmeno tanto convinta.
In realtà i due dirigenti sindacali sono l’emblema della capitolazione: il primo è stato più volte chiamato in causa da Calenda che lo vorrebbe in un eventuale squadra di governo mentre il secondo ha portato a casa il peggior CCNL metalmeccanici di sempre e lo sciopero generale da lui evocato in questi giorni ricorda tanto l’occupazione delle fabbriche minacciata cinque anni fa proprio a Milano.

Lo sciopero in generale ha registrato adesioni maggioritarie al nord, dando la possibilità alle direzioni padane  di inviare truppe di rinforzo al corteo di Firenze, che ha visto alcune migliaia di presenze, con dimensioni simili a quello di Napoli, il quale ha scontato appunto pochissime migliaia di aderenti nonostante la crisi profonda della manifattura nel centro-sud e molte vertenze pesanti in corso, come quella della Whirlpool, che non hanno però trainato i lavoratori del meridione verso forti adesioni allo sciopero; in particolare, nel gruppo FCA si è registrato un autentico flop, a fronte della situazione ancora molto grave di tagli e licenziamenti già in corso da tempo in tutta Italia, e che potrebbero moltiplicarsi nel breve termine.

Un dato comune alle mobilitazioni di ieri è stata la scarsa percentuale di lavoratori comuni, a fronte dello stuolo di funzionari e distaccati presenti, in un quadro complessivo dove le pochissime decine di migliaia di persone mobilitate rappresentano comunque una minoranza quasi marginale rispetto all’insieme degli occupati del settore: la forza che dovrebbe permettere alle direzioni sindacali di costringere il governo a farle sedere a tavoli concertativi “seri” esiste quasi solo sulla carta anche sul piano della collaborazione tra movimento operaio e capitalisti, figuriamoci su quello della lotta di classe.

Una debolezza materiale sul fronte della mobilitazione per lottare – e non di quella amministrativa, burocratica dei super-apparati, degli uffici e degli enti bilaterali – di cui i burocrati stessi sono perfettamente consci, con loro massimo terrore, e che si è riflessa, ad esempio, nella vergognosa misura repressiva e oggettivamente filo-padronale dell’isolamento dello spezzone del SI Cobas che si era organizzato per partecipare al corteo napoletano e che è stato isolato dalla polizia su indicazione dei dirigenti metalmeccanici confederali, a dimostrazione che la rivendicazione di Landini e soci dell’unità dei lavoratori, quando c’è da farla sul serio e nella pratica, è solo un modo per dar fiato alla bocca, quando invece è l’unica via possibile, se presa sul serio, per mettere effettivamente in campo la nostra forza. 

Napoli: la polizia isola lo spezzone del Si Cobas su mandato dei dirigenti FIOM FILM UILM.

Questa “unità sindacale” burocratica è impotente di fronte ai problemi reali della classe lavoratrice

L’unitarietà sindacale a partire dai presupposti rivendicati dai Bentivogli e dai Landini ha prodotto solo ulteriori gravi arretramenti, licenziamenti di massa con risposte di lotta scarsa o nulla, ed oltre agli infortuni e alle morti sul lavoro si deve tenere in forte considerazione un fattore poco conosciuto ai più, i tumori correlati all’attività lavorativa nel settore metalmeccanico.
Nello scorso anno, ben 9 province si sono distinte per l’incidenza di tumori sul totale delle malattie professionali; Taranto vanta il triste primato seguita da Torino, Napoli, Milano, Genova e Venezia.
Analizzando i settori correlati alle cause tumorali, il 71% dei lavoratori del settore metalmeccanico sono più esposti al rischio di contrarre un tumore durante l’attività lavorativa. A Taranto, ad esempio, il 70% dei tumori denunciati è correlato al settore metalmeccanico, quota che supera l’80% per le province di Genova (83%), Venezia (87%), Brescia (85%) e Gorizia (93%).
Nelle zone più produttive del Paese persiste ancora un modello produttivo inumano che non tiene affatto conto degli enormi progressi in campo scientifico e tecnologico: la logica del profitto rallenta deliberatamente quell’evoluzione, e in questo senso le rivendicazioni dei capi confederali fanno soltanto il solletico agli industriali.
Inoltre, c’è un dato tutto politico con cui fare i conti: se dalle casse risuonano “in loop” le note di Bella Ciao, nelle recenti tornate elettorali il voto operaio, specie al nord, ha premiato la Lega rispedendo al mittente i maldestri tentativi della Triplice nell’indirizzare il consenso verso i rassicuranti lidi riformisti del PD (amico degli operai solo nel momento della raccolta dei loro voti) e delle varie frattaglie del vecchio centrosinistra, collegate quando non provenienti direttamente dai ranghi della peggiore burocrazia sindacale.

Uno scenario politicamente devastante per la classe lavoratrice che non potrà che consolidarsi e peggiorare finché la prospettiva sarà quella indicata da Landini e compagnia verso un modello produttivo più “tedesco”, con la compartecipazione massima possibile nella gestione delle imprese non tanto dei lavoratori quanto delle burocrazie sindacali, così da rendere ancora più difficile la possibilità dello sciopero, rimpinguare le tasche della burocrazia sindacale stessa e indebolire il peso economico e politico delle piccole e medie imprese coccolate da M5S e Lega, imprese dove il lavoro sporco della burocrazia sindacale è ben più difficile da attuare grazie all’assenza di garanzie e diritti per i lavoratori di queste aziende, assenza per cui la “ragionevolezza” passata dei leader sindacati è la principale responsabile, e per cui la burocrazia sindacale stessa oggi paga in parte il conto, con un governo dietro l’altro, specie da Monti in poi, sempre orientati a tagliare fuori i sindacati dalle proprie manovre politiche e a lanciare una dietro l’altra nuove offensive contro le conquiste passate del movimento operaio.

Ai lavoratori e alle lavoratrici, per uscire da questo pantano, serve un piano di rivendicazioni e mobilitazioni unificanti per loro stessi, non per le burocrazie e i capitalisti, e che li mettano in grado di marciare insieme agli altri movimenti degli sfruttati e degli oppressi: da quelli contro la distruzione dell’ambiente che vedono protagonisti gli studenti, al movimento femminista di Non Una Di Meno, a quelli degli immigrati trattati come carne da macello.

Servono scioperi generali veri, combattivi e partecipati dai lavoratori prima di tutto, che siano un momento di sintesi e unità di tutte le lotte dirette contro le politiche del governo e dei capitalisti, per metterli in questione con una politica alternativa alla loro, anticapitalista e dalla parte degli sfruttati, senza compromessi: l’unico modo perché ci sia un futuro per lavoratori e lavoratrici, e non un futuro per l’industria, cioè per i profitti degli industriali.

 

Roger Savadogo, Giacomo Turci