Estirpare qualsiasi pensiero critico è sempre stato l’obiettivo di tutti i regimi e governi reazionari. Le ultime esternazioni di Bolsonaro e del ministro dell’Istruzione brasiliano vanno in questa direzione. Sono gli insegnamenti in campo sociologico e filosofico a entrare nel mirino dell’ex-capitano che li considera discipline inutili, un costo per la collettività e non in grado di apportare miglioramenti alla società.

Le “linee guida” del presidente in campo educativo mettono l’accento sulla decentralizzazione degli investimenti per le facoltà di filosofia e sociologia e investire sulle materie che hanno un ritorno immediato per il contribuente, come veterinaria, medicina e ingegneria.

Il pensiero bolsonariano assume forma compiuta con l’affermazione che «il ruolo del governo è rispettare il denaro del contribuente, insegnando ai giovani la lettura, scrittura e fare di conto, favorendo attività che generano reddito per la persona, benessere per la famiglia e miglioramento per la società». Le indicazioni di Bolsonaro nel campo dell’istruzione sono espressione di ignoranza, pregiudizio culturale, fanatismo ideologico. Si mette in discussione, per motivazioni politiche-ideologiche, l’importanza storica delle scienze sociali. Secondo i dati del Censimento dell’educazione superiore, nelle università brasiliane si tengono 72 corsi di scienze sociali con 10.035 studenti e 38 di filosofia con 4.094 studenti. Gli ambienti conservatori hanno sempre considerato queste aree di insegnamento come «centri di indottrinamento marxista».

La richiesta di ridurre gli investimenti allo studio delle scienze sociali e della filosofia non è nuova. Sotto il governo Temer alcuni deputati avevano cercato di presentare una proposta di legge, che però non raggiunse un numero sufficiente di firme, in cui si affidava il loro insegnamento a non ben definite «istituzioni particolari».

Ora la crociata dell’estrema destra riparte sostenuta da ampi settori delle chiese evangeliche, contro il sistema educativo e contro la «scuola marxista». Il movimento conosciuto come Escola sem partido (Scuola senza partito), fondato nel 2004, con il suo progetto che mira a introdurre nelle aule un programma culturale conservatore, ha ricevuto un nuovo impulso in seguito all’elezione di Bolsonaro.

Durante la campagna elettorale il presidente aveva promesso di «entrare col lanciafiamme al ministero dell’istruzione per liberare gli studenti dall’influenza di Paulo Freire». I movimenti conservatori e reazionari brasiliani hanno sempre vissuto come una ossessione il ruolo di questo educatore che, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, ha sviluppato una visione educativa partendo dalle condizioni di vita della popolazione. Il suo metodo educativo pone il dialogo al centro dell’attività di insegnamento e assegna all’educazione un ruolo fondamentale nella lotta alle ingiustizie sociali. L’educazione come pratica di libertà e la pedagogia degli oppressi appaiono intollerabili all’attuale governo. Ora sono le idee dello scrittore conservatore Olavo de Carvalho, ideologo della destra brasiliana che si è più volte espresso contro il «marxismo culturale» nelle scuole, a ispirare Bolsonaro. Nel Brasile di Bolsonaro, il pensiero critico che, in quanto marxisti è la nostra arma più affilata per smuovere le coscienze ed è linfa di una società migliore, viene considerato «baldoria». In Parlamento le forze più retrive si stanno coagulando per introdurre norme e contenuti pedagogici in sintonia col programma di Escola sem partido. Si vuole proibire qualunque contenuto pedagogico che tratti di «educazione sessuale» e «diversità religiosa». Si afferma che questi temi «possono ferire e distruggere i valori delle famiglie e stimolare un determinato comportamento sessuale». Inoltre, in un paese in cui si raggiungono livelli insopportabili di violenza sessuale, con un episodio ogni dieci minuti, si vuole cancellare anche quel faticoso percorso, seppur ancora tutto in divenire di educazione alla sessualità che era stato intrapreso durante i precedenti governi. L’attuale presidente e i suoi sostenitori si sono spinti ad affermare, senza alcun ritegno, che «la sinistra promuove nelle scuole omosessualità e pedofilia», col chiaro scopo di far identificare l’omosessualità con la pedofilia per criminalizzarla meglio. Negli attuali progetti di legge sono previste norme che proibiscono ai docenti di esprimere le loro opinioni ideologiche, religiose, politiche, morali, sostenendo che l’insegnamento debba essere in linea con la formazione culturale e religiosa delle famiglie. Gli studenti vengono autorizzati a controllare i contenuti divulgati dai docenti, per «combattere la contaminazione ideologica che un esercito organizzato di militanti travestiti da insegnanti porta avanti nelle aule», mettendo in pratica così, un vero ricatto giornaliero per i docenti.
A tal proposito il presidente Bolsonaro attraverso un Tweet prende posizione così: “l’educazione superiore dovrebbe concentrarsi su lettura, scrittura e aritmetica. Invece che sugli studi umanistici, lo Stato federale dovrebbe investire nelle aree che hanno un immediato ritorno economico per il contribuente, come veterinaria, medicina e ingegneria.”

Questi sono i temi e i toni di Bolsonaro e degli ambienti che lo sostengono.

Siamo di fronte a un progetto che criminalizza l’attività docente, minaccia la libertà di insegnamento, sviluppa concetti pedagogici in contrasto con la Costituzione e che si inserisce in più ampio attacco alla scuola pubblica.

Del resto il neopresidente populista non ha mai fatto mistero di considerare le università pubbliche come un covo di pericolosi sinistrorsi da eliminare. Il suo modello di educazione si ritrova di più in quello delle scuole militari, dove si insegnano “disciplina e amore per la patria”, e che ha detto di voler potenziare aprendone di nuove in tutto il paese; a tale scopo ovviamente, le facoltà umanistiche come filosofia e sociologia non sono solo inutili, ma deleterie, se non pericolose.

Queste politiche hanno suscitato le proteste dei ricercatori delle principali università di tutto il mondo, tra cui Harvard, Yale, Cambridge, Oxford e la Sorbona, che hanno avviato una petizione e sottoscritto un manifesto contrario alla proposta del presidente brasiliano. Nel documento – sottoscritto da 800 istituzioni di tutto il mondo e 17.000 persone – si afferma che “nelle nostre società democratiche i politici non devono decidere cosa è buona o cattiva scienza. La valutazione della conoscenza e della sua utilità non deve essere fatta nel nome della conformità delle ideologie di governo. Le scienze sociali e umanistiche non sono un lusso e la profonda comprensione della società non può essere riservata ai ricchi”.

Proprio in ragione di queste riforme, il 15 maggio in Brasile si è assistito a una marea di manifestanti che si è abbattuto contro i tagli all’istruzione e la controriforma delle pensioni. Più di 1,5 milioni di persone hanno riempito le strade di oltre 200 città in tutto il paese durante lo sciopero nazionale dell’istruzione contro le ultime misure del governo, che includono un taglio del 30% ai bilanci delle università. Nonostante la sua spavalderia, il governo è debole e diviso. Lo slogan “Fora Bolsonaro” (“Via Bolsonaro”) ha risuonato ampiamente in tutte le piazze. Certamente, in Brasile il fascismo non è alle porte, la situazione è totalmente diversa, ma è giunto il momento di preparare uno sciopero generale per cacciare questo governo. Lo sciopero nazionale dell’istruzione, indetto dalla Confederazione nazionale dei sindacati dell’istruzione (CNTE), dall’Unione nazionale degli studenti (UNE) e da molte altre organizzazioni di insegnanti, personale non docente e studenti, è stato una risposta diretta alle azioni provocatorie del ministro dell’istruzione Abraham Weintraub, che ha annunciato oltre ai tagli al budget dell’università, anche un completo congelamento delle borse di ricerca post laurea. Non si tratta solo di un governo reazionario che porta avanti tagli all’istruzione, il che sarebbe già abbastanza grave. Weintraub appartiene all’ala “olavista” del governo di Bolsonaro, composta da coloro che sostengono l’ex astrologo caduto in disgrazia, Olavo de Carvalho che è diventato influencer su YouTube e consigliere del governo, che è stato nominato solo all’inizio di aprile e ha già presentato i suoi attacchi all’educazione statale come parte di una guerra contro il “marxismo culturale” nelle università con innumerevoli dichiarazioni provocatorie contro insegnanti, studenti e in generale contro il sistema educativo statale. Ha iniziato annunciando che avrebbe tagliato i bilanci di tre università del 30 percento, l’Università di Brasilia (UnB), l’Università Federale Fluminense (UFF) e l’Università Federale di Bahia (UFBA), accusandole di “non essere all’altezza degli standard” e di utilizzare i fondi per organizzare “eventi sciocchi e caotici”. Pochi giorni dopo, è diventato chiaro che il taglio del 30 percento colpiva l’intero settore dell’istruzione.

Da ciò s’innesca un’ondata di indignazione tra studenti, docenti, ricercatori e di tutta la base sociale che hanno permesso la nascita di diverse assemblee di massa e ,già dall’8 maggio, massicce manifestazioni nelle università più colpite con 15.000 docenti e studenti in corteo all’UFF di Rio de Janeiro. Ciò ha posto le basi per l’enorme risposta del 15 maggio.

Secondo la União Nacional dos Estudantes (UNE), hanno partecipato alle dimostrazioni 1,5 milioni di persone. Ci sono state grandi manifestazioni a Brasilia (50.000), Fortaleza nel Nord Est (100.000), Belo Horizonte nello stato sud-orientale del Minas Gerais (dove i media borghesi hanno fornito la cifra di 250.000) così come a San Paolo (250.000) e Rio de Janeiro (oltre 200.000).
Il movimento ha avuto una vera diffusione nazionale, coprendo i 26 stati del Brasile; a dimostrazione dei problemi che il governo Bolsonaro deve affrontare per far passare le sue politiche. Weintraub è stato costretto a comparire davanti a una sessione di controllo in parlamento, che si è svolta il giorno dello sciopero, dove ha tentato di minimizzare la portata dei tagli, spiegando che in realtà ammontavano a privarsi di “solo 3,5 cioccolatini su 100”. In effetti stava parlando del budget complessivo, piuttosto che del budget discrezionale su cui ha il controllo diretto, che viene infatti ridotto del 30%. Nel frattempo, il vicepresidente Mourao, che è il presidente in carica mentre Bolsonaro è in visita ufficiale negli Stati Uniti, ha detto che il governo ha “fallito” nello spiegare i tagli all’istruzione, rivelando ancora una volta le spaccature profonde che attraversano il governo, principalmente tra gli “olavisti” e i generali, incluso Mourao. Nel suo solito stile, Bolsonaro dagli Stati Uniti ha aggiunto benzina sul fuoco descrivendo i manifestanti come “utili idioti”:

È naturale [che ci siano proteste], la maggior parte di loro sono attivisti. Non c’è niente nella loro testa. Se chiedi loro quanto fa sette per otto, non lo sanno. Se gli chiedi la formula dell’acqua, non la sanno, non sanno nulla. Sono utili idioti, imbecilli, che vengono usati come massa di manovra da una piccola minoranza intelligente che costituisce il nucleo attivo di molte università federali in Brasile”.

Il quotidiano Folha de Sao Paulo, uno dei principali portavoce della classe capitalista,pubblicava un articolo dove si citavano fonti interne al settore militare, che spiegavano che le tattiche di Bolsonaro sono imprudenti:“Invece di spiegare i tagli in termini di esigenze di bilancio Bolsonaro preferisce usare i tagli come un’arma contro il dominio ideologico del mondo accademico”; in un altro articolo del Folha si sottolineava che la mobilitazione era andata ben oltre i settori tradizionalmente mobilitati dai sindacati e dalla sinistra, ma aveva visto la partecipazione di “molti studenti della classe media, i cui genitori in molti casi hanno certamente votato Bolsonaro”.

Ciò che i settori più perspicaci della classe capitalista brasiliana avvertono è che l’atteggiamento spudorato di Bolsonaro minaccia di creare una “proliferazione di manifestazioni” e questo “proprio nel momento in cui l’attenzione dovrebbe essere posta sulla riforma delle pensioni”, si lamentavano “fonti interne al Ministro della Difesa” nell’articolo del Folha. Un altro commentatore borghese, Helio Gurovitz, ha descritto gli attacchi di Bolsonaro come un grosso errore e sul sito web del gruppo Globomedia, di destra, ha messo in guardia: “Trattare il problema come uno scontro ideologico, come ha fatto fin dall’inizio il governo, mostra solo ignoranza. Aggiunto alla inettitudine di Bolsonaro per la politica, potrebbe rappresentare una sentenza fatale per l’operato del governo”.

Il governo Bolsonaro scricchiola molto di più di quanto non si fosse previsto: lo sciopero generale del 14 luglio può metterlo in crisi

Le dimensioni della mobilitazione del 15 maggio hanno sorpreso tutti i commentatori borghesi ma Il Folha ha sottolineato che: “Ancora una volta le piazze sorprendono il mondo politico”. ugualmente sbalorditi erano tutti quelli a sinistra che avevano descritto la vittoria elettorale di Bolsonaro in ottobre come l’arrivo del fascismo interpretando erroneamente il voto per Bolsonaro come uno spostamento verso destra di un settore maggioritario della società, come se decine di milioni di persone fossero state conquistate saldamente dalla sua demagogia reazionaria. Hanno completamente sbagliato a comprendere il significato di quella elezione. Sì, non c’è dubbio, Bolsonaro è un disgustoso demagogo reazionario e le sue dichiarazioni sono aberranti, il fatto che sia stato eletto significa che le bande fasciste e l’apparato statale ora sentono di poter agire con ancora più impunità di prima, ma la sua elezione non significa che la stragrande maggioranza della società brasiliana appoggi tutte le sue opinioni e certamente non è stato in grado di costruire un movimento di massa organizzato che possa essere utilizzato contro la classe operaia e la sinistra.

Prima di tutto, gran parte del voto per Bolsonaro era sulla base di un sentimento anti-establishment: un voto contro la corruzione, contro l’insicurezza e il crimine, contro il sistema “democratico”, che offre pochissimo a milioni di brasiliani. Certo, questo voto anti-establishment è stato raccolto da un demagogo reazionario e questo è principalmente responsabilità dei precedenti governi del PT, che hanno portato avanti per lo più le politiche richieste dalla classe dominante, in coalizione con uno dei principali partiti capitalisti. Di fronte a un’ascesa del sentimento anti-establishment, il PT ha deciso di contrattaccare con vuoti appelli “all’unità di tutti i democratici” (cioè ai partiti capitalisti) e di “difendere la democrazia” (cioè lo status quo che la popolazione aveva già rifiutato).

In secondo luogo, Bolsonaro ha ricevuto 57 milioni di voti nel secondo turno, il 39% di tutti gli elettori registrati. Il candidato del PT, Haddad, ha ricevuto 47 milioni di voti, il 31% dell’elettorato. Ma a questo dobbiamo aggiungere 43 milioni di persone che si sono astenute, hanno votato in bianco o hanno annullato la scheda, un 29 percento significativo in un paese in cui il voto è obbligatorio. La principale tendenza delle elezioni è stata il rifiuto dell’intero sistema politico. La classe operaia brasiliana non è stata sconfitta, le sue forze sono intatte e appena il governo ha iniziato ad attuare il suo programma economico, rappresentato da Paulo Guedes, il Ministro delle finanze educato alla scuola di Chicago, si è trovato ad affrontare una resistenza massiccia. Questo è ciò che stiamo iniziando a vedere ora. Condizione, che nella sostanza, sta facendo riemerge un attivismo che non vede la sua base politica nella destra reazionaria, ma in esperienze di lotta e mobilitazioni massive.

Questo governo è in carica da appena cinque mesi e oltre allo sviluppo di conflitti interni aperti e contraddizioni tra le sue componenti (Bolsonaro e gli olavisti, i generali e Guedes), ed essere stato segnato da scandali per corruzione, ha già scatenato un movimento di massa senza precedenti contro di esso. Proprio un successo.

Sondaggi recenti mostrano che questo è il governo che ha subito il più grande calo di popolarità a pochi mesi dall’inizio del suo mandato, da quando il governo di Collor negli anni ’90 è stato defenestrato da un movimento di massa. A gennaio, proprio nel momento in cui è entrato in carica, il 40% della popolazione aveva un opinione del governo “buona o eccellente”, mentre solo il 20% pensava fosse “cattivo o terribile”. Il sondaggio più recente, effettuato all’inizio di maggio, prima dell’inizio dell’attuale movimento, ha mostrato che l’approvazione per il governo era scesa al 35% mentre la disapprovazione era salita al 31%.

Ancora più interessante è il fatto che una maggioranza (51 a 44) respinga la controriforma delle pensioni, politica di particolare interesse per la classe dominante, che comporterebbe che i lavoratori debbano versare contributi più elevati e debbano lavorare più a lungo per ottenere le stesse pensioni di prima, in particolare sui lavoratori del settore pubblico la politica. classe dominante vuole che questo governo porti avanti e che, ovviamente, non è stata al centro della propaganda durante la campagna elettorale.

Lo sciopero dell’istruzione del 15 maggio ha anche incluso tra le sue rivendicazioni l’opposizione alla controriforma delle pensioni facendo sì che la controriforma non passasse. Per il governo questa controriforma è un passaggio chiave ma non è chiaro se sarà in grado di farla passare.

Il problema di coloro che hanno tratto conclusioni molto pessimistiche dall’elezione di Bolsonaro è che le loro analisi sbagliate hanno impedito loro di comprendere il reale stato d’animo che stava montando tra le masse. Nella conferenza nazionale di Esquerda Marxista (la sezione brasiliana della TMI – in Italia, Sinistra Classe Rivoluzione) alla fine di aprile, uno dei principali dibattiti era proprio sulla questione dello slogan “Fora Bolsonaro!” (Via Bolsonaro!). Come hanno sottolineato i compagni: “I marxisti vedono un cambiamento qualitativo nella situazione politica, dove imperversa la lotta di classe e le esplosioni sociali sono all’orizzonte. La base di appoggio a questo governo si è dissolta dal 1 gennaio e sempre più lavoratori stanno diventando consapevoli del suo carattere reazionario”. Sicuramente questa situazione permette un maggiore fermento della lotta di classe e sotto lo slogan di “Fora Bolsonaro!” (Via Bolsonaro!) si sta muovendo una situazione sempre più dinamica e di maggiore presa di coscienza su tutta la popolazione del carattere reazionario, e quindi contro i lavoratori, di questo governo. Nonostante ciò, tutte le principali tendenze socialdemocratiche nel movimento operaio e nella sinistra sono state contrarie a sollevare questo slogan; per esempio il PT sosteneva che, poiché “Bolsonaro era stato eletto democraticamente”, doveva essere autorizzato a portare a termine il suo mandato!”.
Dall’altro lato, l’estrema sinistra, quella che durante l’impeachment di Dilma sollevarono lo slogan “Fora Todos Eles” (“Cacciamoli Tutti”) schierandosi fattivamente con l’ala destra, e “Fora Maduro” per il Venezuela davanti agli attacchi più beceri dell’imperialismo americano, oggi rifiuta di sollevare questo slogan con la motivazione che è “prematura” e dato che Bolsonaro ha ottenuto il voto a maggioranza da milioni di persone, siamo “di fronte ad un’offensiva del neo-fascismo” e così via. D’altra parte i sindacati come il CUT, che si vantavano che non avrebbero mai accettato il governo Bolsonaro, ora fanno appello ai parlamentari contro la riforma delle pensioni.
L’unica vera alternativa è quella di rigettare la visione di un potere che riforma se stesso, e costruire un movimento di massa che obblighi Bolsonaro alle dimissioni, rivendicando che il Brasile si rifiuti di pagare il suo debito pubblico, così da non dover essere più soggiogati alle regole del mercato internazionale, del Fondo Monetario Internazionale e dei colossi finanziari, che vogliono gli studenti ignoranti e ammaestrati, i lavoratori zitti e le donne macchine riproduttive.
Oggi la fase sociale in Brasile è calda ed è per questo che ora più che mai i lavoratori, le donne, e gli studenti prendano coscienza che è possibile prendere in mano le redini del paese e mettano al centro le vere necessità sociali, come quella di fermare la strage dei femminicidi, di dare più soldi alle scuole e università permettendo così un libero accesso a tutti/e, ed uno stato sciale dignitoso per tutti i lavoratori e pensionati. Scandalosamente, alcuni di questi gruppi sono gli stessi che,

durante l’impeachment di Dilma, sollevarono lo slogan “Fora Todos Eles” (Cacciamoli tutti), di fatto schierandosi con l’ala destra e non vedono problema nel sollevare lo slogan “Fora Maduro” per il Venezuela, nel bel mezzo di un colpo di Stato imperialista.

Fora Bolsonaro!

Il problema è che, invece di portare avanti una seria campagna di discussione nei luoghi di lavoro e di mobilitazione, i dirigenti sindacali la stanno tirando per le lunghe. Al momento delle elezioni, i leader della CUT si vantavano che non avrebbero mai riconosciuto il governo di Bolsonaro, poiché illegittimo. Dopo poco hanno cambiato rotta. Ora la loro strategia per combattere la riforma delle pensioni sembra essere quella di fare appello ai parlamentari per riconoscere le loro ragioni!

La legge sulla riforma delle pensioni ha iniziato il suo iter parlamentare il 14 aprile. I sindacati hanno quindi usato il Primo Maggio per annunciare uno sciopero generale unitario per… il 14 giugno. La data non potrebbe essere peggiore. Sono trascorsi esattamente 45 giorni lavorativi, e l’iter parlamentare è già pienamente in corso. I leader sindacali non vedono lo sciopero generale come parte di un piano per sconfiggere il governo e farlo eventualmente cadere, attraverso la mobilitazione di massa, una cosa completamente possibile dato l’equilibrio delle forze, ma piuttosto come un modo per fare pressione sui membri del parlamento.

L’ascesa del movimento contro i tagli all’istruzione, che molti hanno paragonato alle mobilitazioni di massa del 2013, dimostra che il terreno è favorevole a una lotta di massa per abbattere il governo. Le esigenze concrete di ogni settore (contro le privatizzazioni, contro gli attacchi ai diritti delle donne, contro i tagli all’istruzione, contro la polizia e la repressione dell’esercito, ecc.) devono essere unificate in una lotta comune. “Fora Bolsonaro” è lo slogan che cristallizza quella strategia, ed è per questo che è stato così popolare il 15 maggio ovunque i compagni delle organizzazioni giovanili di Esquerda Marxista e Liberdade e Luta lo hanno sollevato, tramite volantini, cartelloni e nei comizi ufficiali.

Tutto è pronto per ulteriori esplosioni della lotta di classe e della polarizzazione politica. Se i leader sindacali fossero dotati di una strategia chiara, sarebbe possibile sconfiggere il governo reazionario di Bolsonaro attraverso azioni di massa nelle piazze, ponendo la domanda: chi governa il paese? Una questione chiave che deve entrare nel contenuto politico dello sciopero generale convocato per il 14 luglio, che deve essere finalmente attivo e combattivo, con cortei e picchetti, rinvigorito dalla gioventù in lotta, già entrata in azione in massa durante gli scioperi scolastici del 15 e del 30 maggio.

Scilla Di Pietro, Ylenia G.