“L’antisemitismo e l’antisionismo sono la stessa cosa, voler la distruzione di Israele, l’unica democrazia circondata da un mare di stati dittatoriali”

Queste le parole di Angelo Pezzana, reduce del F.U.O.R.I.!, tra i suoi fondatori e fautore della sua stessa fine, nel 1974, col confluire nel Partito Radicale dell’organizzazione, successivamente alla fine dell’ analisi politica rivoluzionaria, diventata mera teoria liberale.

Da questa frase riprendiamo il filo del discorso sul “Rainbow Capitalism” e sul posizionamento della politica pinkwashing nel contesto di quella sionista in Israele.
E proprio sul sionismo israeliano vogliamo costruire questo articolo, col fine di sbugiardare chi sfrutta l’olocausto per far avanzare la politica reazionaria sionista in Israele e Medio Oriente.


Quando si parla di sionismo, la maggior parte delle volte si fa l’errore, così come in questo caso ha fatto Pezzana, di accompagnarlo all’ebraismo, ma in realtà parliamo di due fenomeni ben diversi.

Mentre l’ebraismo è una religione di origini antichissime con seguaci appartenenti a varie nazioni, il sionismo (amanti di Sion) è un movimento politico laico fondato su idee liberali che nasce ufficialmente nel 1897 da Theodor Herzl al primo congresso del sionismo a Basilea, in Svizzera.
Questo movimento, sfruttando i sentimenti religiosi biblici dell’ebraismo e le persecuzioni antisemite perpetuate in vari stati europei, in particolare i pogrom in Russia, rivendicava principalmente l’obiettivo di dare una terra agli ebrei, che secondo la tradizione biblica era la Palestina, in quel periodo facente parte dell’Impero Ottomano.

La migrazione degli ebrei in Palestina non era un fattore del tutto nuovo, agli inizi del Novecento difatti vi era già una piccola presenza di coloni agricoli ebraici in quella terra che avevano comprato degli appezzamenti dagli arabi grazie ai finanziamenti dei sionisti statunitensi, i Rothschild. Ma questa nuova ondata migratoria aveva la pretesa di strappare quelle terre all’Impero Ottomano per farne un nuovo stato nazionale tramite l’appoggio di diversi governi occidentali.

Un piano assai ambizioso che ha trovato il suo appoggio e le sue concrete radici con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nel momento in cui i movimenti sionisti, costituitisi ormai nei vari stati europei e anche negli USA, avevano ottenuto prestigiose simpatie politiche. Sull’onda dell’idea nazionalista del principio di autodeterminazione dei popoli, così come le popolazioni dell’Europa centrale, dei Balcani e dell’Europa dell’Est, anche i sionisti si ritenevano a titolo di ebrei, un popolo senza terra. E ovviamente ne approfittarono per far pressione sui governi delle potenze dell’Intesa per ottenere un appoggio giuridico e militare nell’impresa.

La Palestina era abitata, a quel tempo, da popolazioni a maggioranza araba e già aveva chi rivendicava la sua indipendenza dai Turchi dell’Impero Ottomano: gli arabi-palestinesi guidati dallo sceicco Hussein e da suo figlio Faysal che da anni aspettavano l’occasione perfetta per rivendicare l’indipendenza dai vari stati arabi.
E questi risentimenti non passarono certo inosservati agli occhi del governo inglese che, mosso da interessi geopolitici, e molto abile nei doppiogiochismi, senza scrupoli decise di negoziare con gli arabi.

Gli Inglesi, infatti, promisero allo sceicco Hussein la liberazione delle terre arabe dal dominio ottomano e la riassegnazione di queste allo sceicco in cambio di una rivolta araba contro l’Impero Ottomano. Ma il vero interesse del governo inglese era difendere il Canale di Suez e conquistare una zona di interesse in Medio Oriente, che avrebbe dovuto spartire con la sua rivale secolare, la Francia.

I due governi si spartirono così in segreto il Medio Oriente (il famoso accordo Sykes – Picot del 1916) assegnando la zona del Libano e della Siria sotto il diretto controllo francese, parte dell’Iraq sotto il diretto controllo inglese e la Palestina come territorio internazionale (sotto controllo dei Palestinesi) con l’eccezione del porto di Haifa che sarebbe rimasto sotto il diretto controllo inglese.
Gli altri territori arabi rimanevano pur sempre sotto il loro controllo ma in maniera indiretta.

Nel 1917, i venti rivoluzionari della Russia zarista che portarono inizialmente al governo provvisorio di Kerensky e poi alla conquista del potere da parte dei bolscevichi, rimisero in allarme la Gran Bretagna e le potenze dell’intesa, le quali temevano un’uscita della Russia dal conflitto e di conseguenza anche la loro sconfitta. Così il 2 novembre 1917 fecero una terza promessa, questa volta con i sionisti inglesi i quali da tempo facevano pressione sul Governo di Lloyd George.
Per l’appunto, l’allora ministro degli esteri inglese Arthur Balfour scrisse a Lord Rothschild -il principale referente del movimento sionista- una lettera dove il governo inglese riconosceva agli ebrei il diritto ad avere una terra in cui risiedere (dichiarazione Balfour).

L’obiettivo inglese era quello di ingraziarsi il favore dei sionisti, senza però rinunciare alla colonia palestinese, sperando di ottenere dagli “ebrei” bolscevichi il continuo della guerra da parte anche della Russia.

Ma gli “ebrei” russi non erano sionisti e al contrario di ciò che sperarono i britannici, i bolscevichi non solo optarono per una pace separata con la Germania, ma resero noto su un articolo della Pravda anche il famoso accordo segreto Sykes – Picot rendendo praticamente conosciuto anche agli arabi lo sporco piano anglo – francese di spartizione del Medio Oriente e smontando il tanto osannato principio di autodeterminazione dei popoli, cavallo di troia delle democrazie capitaliste.

Nonostante ciò, lo sceicco Hussein, rinfrancato anche dalle smentite inglesi, decise comunque di portare avanti la sua causa e di poter portare le sue rivendicazioni al tavolo della pace a conflitto terminato. Alla fine della guerra e al momento della stipula del Trattato di Versailles, difatti tutta la zona mediorientale che prima apparteneva all’Impero Ottomano venne spartita in mandati secondo l’accordo Sykes – Picot con Libano e Siria alla Francia, Transgiordania, Palestina e Iraq alla Gran Bretagna in modo da assicurarsi dei territori sui giacimenti petroliferi. Così in Palestina, grazie alla presenza militare inglese e alla Dichiarazione Balfour, venne autorizzata una massiccia immigrazione ebraica e sionista.

A nulla servirono le proteste dei leader arabi alla conferenza di pace per far rispettare le promesse fattegli precedentemente. L’unica consolazione che gli Inglesi offrirono agli arabi fu quella di far eleggere Faysal figlio dello sceicco Hussein, come re dell’Iraq nel 1921 per placare le rivolte locali. Gli arabi però sentendosi ugualmente traditi dalle promesse fattegli all’inizio della guerra, decisero di riappropriarsi della Palestina e dei territori strappatigli dai britannici conducendo una lunga e sanguinosa guerriglia locale contro gli ebrei e contro l’esercito inglese a difesa di quei territori.

Con l’elezione di Hitler nel 1933 in Germania, il Congresso sionista di Praga fece leva affinché la Germania favorisse l’invio di ebrei tedeschi in Palestina alimentando così ancora di più le tensioni tra arabo-palestinesi ed ebrei (Grande Rivolta arabo – palestinese del 1936) e costringendo così gli inglesi a nominare una commissione reale dove per la prima volta si stipulò la divisione della Palestina tra arabi ed ebrei.

Ma questa richiesta molto ambigua non venne mai esaudita in quanto non era nei veri interessi inglesi rinunciare alla Palestina e non era nemmeno in quelli degli arabi.

Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, poi, tutto cambiò.

Gli ebrei, nonostante le ultime restrizioni inglesi sulle immigrazioni in Palestina e l’intenzione inglese sempre più chiara di trattare gli ebrei palestinesi come gli altri popoli colonizzati, decisero comunque di formare una brigata ebraica che combatté assieme all’esercito britannico e di continuare al tempo stesso in maniera illegale la loro migrazione dall’Europa alla Palestina.

Il 1942 fu poi l’anno decisivo. Si convocò a New York un congresso sionista, capeggiato da Ben Gurion, dove si condannarono gli atteggiamenti inglesi tenuti in Palestina e che chiese la liberalizzazione dell’emigrazione ebraica in questa (Programma Biltmore).

Tuttavia, anche dinanzi al genocidio nazista degli ebrei in Europa, per i sionisti l’obiettivo principale fu quello di ottenere la Palestina.

Per i sionisti, del resto, la religione è solo il mezzo per giustificare l’attuazione dei loro principi politici.

A ben poco comunque servirono quelle pressioni sul governo inglese. Alla fine della guerra, infatti, l’Inghilterra continuò a mantenere un mandato sulla Palestina e a limitare enormemente gli sbarchi per mantenere al tempo stesso buoni rapporti anche con le nazioni arabe.

A quel punto i sionisti della Palestina, sentitisi presi in giro, decidono di prepararsi ad una risposta armata.

La complicata situazione palestinese si vide risolta solo nel 1947, su intervento dell’ONU che previde un piano di spartizione del territorio palestinese, che però non riconosceva la Palestina come stato (in maggioranza agli ebrei) e la nascita dello stato di Israele ufficializzata il 14 maggio 1948 con a capo Ben Gurion.

Questa nascita, dove tra l’altro proprio per comodo di Israele non vennero specificati nemmeno i confini, condusse fin da subito Israele ad una serie di numerose guerriglie contro gli arabi delle varie nazioni e anche contro quelli palestinesi, che conobbe una prima tregua solo nel 1949 con la vittoria di Israele, sostenuta militarmente dalle potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale.

Ma come in tutte le tregue precedenti e anche in quelle successive, le tensioni non si placarono e i palestinesi dovettero subire le conseguenze dell’occupazione sionista, venendo scacciati da molte loro zone della Palestina. In questo modo Israele poté intraprendere una politica di espansione territoriale e demografica sollecitando le immigrazioni di ebrei. E come ciliegina sulla torta, a conferma del sostegno occidentale, nel 1949 entrò anche a far parte dell’ONU.

Ma la sete di conquista di Israele non si fermò qui. Nel 1956 con la pretesa di occupare il Sinai, Israele entrò in tensione con il vicino Egitto. Ancora più famosa fu quella del 1967 chiamata anche “Guerra dei 6 giorni” dove Israele si prese la Striscia di Gaza, Il Sinai, la Cisgiordania, le Alture di Ergolan e tutta la città di Gerusalemme, che prima spartiva con la Cisgiordania, rinomandola come propria capitale.

La situazione si ristabilizzò solo nel 1978, quando l’Egitto decise di riconoscere Israele riottenendo in cambio il Sinai. Successivamente anche la Cisgiordania riconoscendo Israele riottenne una sorta di indipendenza. Ma fu solo con gli accordi Oslo del 1993 – 1995 che Israele riconobbe una controparte palestinese, ovvero l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Gaza e Cisgiordania) guidata da Yasser Arafat (del partito Fath), che a sua volta però dovette riconoscere Israele (l’80% dell’ex Palestina). Israele dal canto suo, sempre secondo gli accordi, poté continuare a mantenere un regime vessatorio su questi territori: spazio aereo, acque territoriali, accesso marittimo, anagrafe, ingresso stranieri, import/export, regime fiscale, posti di blocco sui confini.

Il regime vessatorio comportò la nascita di Hamas, un movimento islamico integralista, alleato con i Fratelli Musulmani, di resistenza che a differenza di Arafat perseguì, almeno sul piano ideologico, la totale distruzione di Israele e della sua popolazione. Il partito di Arafat rimase forte invece in Cisgiordania dove ne prese il potere con il suo leader Abumazen, che tentò nuovi accordi di pace con Israele (2007). Ma gli attacchi terroristici da parte di Hamas dalla Striscia di Gaza e le contro risposte da parte di Israele fecero riesplodere le forti tensioni tra quest’ultimo e la Palestina.

È una guerra che va avanti ancora oggi e che finora è consistita più che altro in un lancio di missili da ambo le parti, con la differenza però che Gaza ha avuto un numero di vittime molto più rilevante di quelle israeliane anche perché i suoi abitanti sono praticamente bloccati nella striscia avendo le frontiere chiuse sia da parte di Israele sia da parte dell’Egitto e anche per chi sopravvive, le conseguenze sulla qualità della vita sono disastrose: salari bassissimi, mancanza di servizi, mancanza di viveri etc.

Insomma, il Sionismo è null’altro che una politica reazionaria di colonialismo violento, sostenuto strategicamente dalle potenze imperialiste soltanto per mantenere un avamposto occidentale in Medioriente, laddove gli interessi economici dell’USA hanno rimpiazzato quelli Inglesi e dove la popolazione palestinese, vittima dell’ondata reazionaria imperialista, ne paga le conseguenze: messa al confino, ghettizzata, in condizioni di miseria e con pioggia di bombe e missili tecnologicamente avanzati rispetto alla piccola resistenza che può attuare, dalle pietre alle bombe artigianali.

Concepire che l’autodeterminazione dei popoli è un principio democratico e non una guerra nazionalista potrebbe, forse, mettere tregua alla guerra in Palestina, unico e solo Stato che esiste in quella regione di colonialismo e guerra imperialista, in una continua fase di resistenza partigiana contro la feccia sionista che oscura le menti di gran parte della popolazione ebraica cooptata per questo nuovo genocidio.

L’Antisemitismo non è l’Antisionismo: l’Antisemitismo è un movimento reazionario, basato sulla falsa teoria delle razze, causa di genocidi che l’umana specie non deve dimenticare; l’Antisionismo è, invece, un movimento di liberazione di un popolo perseguitato per ragioni di natura economica ed imperialista, ripudiato da molti ebrei sparsi per il mondo (ma anche in Palestina, pochi purtroppo).


Lorenzo Montanari