L’inarrestabile Onda Pride, marcia dell’orgoglio LGBT+, dopo aver aperto la stagione dei Gay Pride in varie città italiane tra cui Modena al primo posto, il 15 giugno ha visto protagonista anche la città di Torino.
Un evento però che non ha tardato a suscitare accese polemiche, in particolare dall’esponente leghista Fabrizio Ricca che minaccia la revoca del patrocinio della Regione e dall’esponente di +Europa Elena Leowenthal, contro la decisione del Coordinamento Torino Pride di invitare l’Associazione Transfemminista Queer Palestinese Aswat.

Il progetto con questa associazione è partito con un convegno, presentato da due sue attiviste omosessuali, alla vigilia del Pride dal titolo “In Palestina: vivere e lottare tra eterosessismo, apartheid e pinkwashing”. L’associazione Aswat, infatti, è una di quelle associazioni sostenitrici della campagna globale BDS (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) contro lo stato di Israele. Campagna dichiarata illegale in molte nazioni, soprattutto in quelle appartenenti all’UE e all’ONU (di cui Israele ne è uno stato membro), alle quali un’azione diffamatoria nei confronti di un loro alleato non gioverebbe certo ai rapporti politici ed economici con esso.

Chi ha esposto pareri contrari all’evento, tra cui anche il noto giornalista Angelo Pezzana, ha preferito difendere Israele arroccandosi ovviamente sulla miope visione borghese dei paesi capitalisti che fa di Israele stesso una “democrazia progressista”, che ha tutto il diritto di esistere come patria per gli ebrei e di difendersi dagli attacchi delle confinanti dittature arabe, nella visione in cui, per usare le parole di Pezzana, “l’antisemitismo e l’antisionismo sono la stessa cosa, voler la distruzione di Israele, l’unica democrazia circondata da un mare di stati dittatoriali”.

Ritenuta progressista, inoltre, perché Israele è considerato anche uno dei pochi stati mediorientali a non perseguire l’omosessualità e anzi a difenderla con leggi antidiscriminazione, oltre a permettere lo svolgimento dei Gay Pride. Nel 2005 la Corte Suprema israeliana ha consentito ad una coppia lesbica di poter adottare e, addirittura, nel 2011 la città di Tel Aviv è stata considerata come una delle città più gay friendly nel mondo e ribattezzata “la miglior città gay”.
Ma la mossa ancora più sorprendente è avvenuta dopo l’aprile di quest’anno, ovvero dopo che il presidente Netanyahu ha nominato come Ministro della Giustizia, Amir Ohana, il primo ministro gay di Israele ad essere omosessuale dichiarato.

Una linea politica insolita per un governo formato da un partito conservatore (il Likud quello di Netanyahu) e dai partiti di destra, che fa di Israele un paese “rainbow capitalism” con posizioni addirittura più avanzate di alcuni paesi occidentali, come l’Italia, per quanto riguarda le tematiche LGBT+.

Nelle ultime elezioni presidenziali (aprile 2019) il partito di Netanyahu ha ottenuto il 26% dei voti riqualificandosi come il primo partito, ma a causa di una crisi di maggioranza, riguardo alla questione palestinese, con il partito di estrema destra (Yisrael Beitenu) con cui ha governato dal 2009, non è riuscito a formare un governo con una maggioranza stabile.

Sulla base di ciò le associazioni palestinesi ritengono che proprio questa improvvisa svolta progressista da parte di Netanyahu sia in realtà una mossa di pinkwashing, per raccogliere, in vista di imminenti elezioni, un maggiore consenso sia interno che esterno al paese e l’elezione di un ministro omosessuale, tra l’altro anche avvocato, serva direttamente al presidente proprio per assicurarsi l’assoluzione verso i tre reati di cui è accusato.

Ma ciò che più indigna le associazioni arabo – palestinesi è l’ipocrisia con cui il governo tenta di coprire i crimini coloniali e terroristici commessi e che continua a commettere nei confronti delle popolazioni arabo-palestinesi e in particolare contro gli abitanti della Striscia di Gaza.

Solo due anni prima, agli inizi dell’estate del 2017, mentre a Tel Aviv si issavano le bandiere arcobaleno per festeggiare uno dei Gay Pride più famosi nel mondo, il neo-presidente degli USA, Donald Trump si era recato a Gerusalemme come gesto formale per avviare quel processo che avrebbe dovuto trasferire la capitale di Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.

Mentre Tel Aviv sullo slogan radical chic “Gay di tutto il mondo unitevi!” si apprestava a rimodellarsi sotto la nuova narrativa liberal-sionista del XX secolo, che dagli anni 90 ha intrapreso una linea ancora più laica sullo stile “gay friendly”, unendo alla bandiera di Israele quella arcobaleno dei movimenti LGBT+, dall’altra le potenze occidentali si apprestavano a discutere sul riconoscere o meno Gerusalemme, la città santa per ebrei, cristiani e musulmani, come legittima capitale di Israele, il quale essendo negli ultimi decenni apertosi anche alle tematiche LGBT+, agli occhi delle democrazie capitaliste ne ha ancora più diritto a rivendicarla come tale.

Ai loro occhi, la libertà che i sionisti di Israele han concesso alla comunità LGBT+ legittima o perlomeno copre anche i soprusi economici e i massacri compiuti dalle truppe israeliane nei restanti territori palestinesi. Come si evince anche dalle parole di Elena Loewenthal contro il Torino Pride: “si ignora la persecuzione delle persone LGBT nei paesi arabi, a partire dai territori controllati dalle autorità palestinesi a da Hamas”.

Una guerra tollerata e addirittura finanziata dagli USA e dalle altre nazioni dell’ONU proprio perché, oltre ovviamente alla forte pressione dell’élite sionista in America, è l’unico stato occidentale nell’area mediorientale, punto di attrito per le varie popolazioni arabe e soprattutto per quelle dell’Iraq e dell’Arabia, dove vi sono i giacimenti di petrolio.

E il “rainbow capitalism” in tutto ciò gioca un ruolo rafforzativo e velatorio, che ha la funzione di distogliere l’attenzione da tutta la Questione Palestinese e che pone i protagonisti di questa vicenda sui due estremi, fiabeschi e semplificatori, del buono e del cattivo.
Il buono, ovviamente, Israele, visto come il paradiso dei diritti e della democrazia occidentale che abbatte il nemico arabo; poi i cattivi, gli stati arabo-palestinesi, demonizzati dalla comunità internazionale perché assediati dalle bombe, da un regime di impoverimento materiale -perpetrato da Israele negli anni- e anche dalla dittatura di Hamas.

L’obiettivo è, dunque, quello di favorire Israele quanto basta, senza inimicarsi gli stati arabi, ecco perché il Presidente Trump in visita a Gerusalemme l’ha voluta riconoscere come capitale dello Stato di Israele, mentre sia ONU che UE continuano ad avere una posizione ambigua: Condannano Israele -nella maniera parolaia di chi dice al bambino di non fare qualcosa, sapendo però che il pargolo lo farà ugualmente- per gli atti intimidatori contro la popolazione palestinese residente a Gerusalemme Est; Condannano la risoluzione USA sullo spostamento dell’ambasciata nella Città Santa in una risoluzione ONU; Continuano a chiedere una città-patria di varie religioni, senza condannare apertamente la politica reazionaria del sionismo.

All’ennesimo atto di Pinkwashing che il capitalismo adopera per il proprio diletto dobbiamo opporre il nostro schieramento, come comunità frocia lgbt+, al fianco degli oppressi: siano essi Palestinesi, Africani o Curdi, le minoranze oppresse non devono farsi ammaliare dagli ignobili tentativi di chi reprime ed uccide, in ottica coloniale e pro-imperialista, le minoranze etniche, in nome di un falso dio e di una falsa coscienza, sempre oppioidi per chi è sfruttato.

E no, caro Pezzana, l’Antisionismo e l’Antisemitismo sono due cose ben differenti: ma di questo te ne diamo prova in questo articolo qui.

Lorenzo Montanari