Il PSOE vince senza risolvere la crisi di governabilità della Spagna. Unidas Podemos continua a proporre un governo di coalizione e partecipare a una chiusura della crisi del regime post-’78 come parte del nuovo assetto istituzionale. La destra di Vox emerge e continuerà a pesare nell’agenda politica. La crisi catalana rimane aperta.


Il PSOE ha vinto le elezioni politiche spagnole con circa il 28% dei voti, ma la sua scommessa sul miglioramento del suo recente successo elettorale non è andata come si è aspettava: la sua vittoria non ha migliorato i risultati di aprile. Di fatto, Pedro Sanchez perde tre deputati. Né avrebbe raggiunto, o con molte difficoltà, l’altro grande obiettivo: una riconfigurazione del Parlamento che gli consentisse di raggiungere i 176 voti senza dover fare affidamento su alcuna forza catalana indipendentista. Ciò con cui si trova a fare i conti è l’enorme crescita dell’estrema destra, lanciata nelle politiche reazionarie e nei discorsi contro la Catalogna, rispetto ai quali Sánchez si è posto alla testa in questi mesi.

 

Una crisi di governabilità che è arrivata per restare

Sebbene la cosiddetta “sinistra del cambiamento” abbia ancora una volta peggiorato i suoi risultati, la sua disponibilità a raggiungere un accordo con il PSOE rimane invariata. Unidas Podemos perde 7 deputati, rimanendo a 35, e Más País entra con 3 seggi, avanzando rispetto all’unico scranno che aveva precedentemente come Compromís.

I loro 38 voti sono già stati offerti a Sánchez. Iglesias lo ha fatto alla sua prima apparizione pubblica post-voto, in cui ha insistito sulla sua proposta di un governo di coalizione. E forse ora questo governo, in assenza di qualsiasi altra opzione, sarà quello su cui la maggior parte dell’establishment punterà da domani.

Se il PSOE accetta l’offerta di Unidas Podemos, e riesce ad aggiungere a quelli di Más País 7 deputati del PNV, quello del RPC di Revilla, i 2 di Coalición Canaria – Nueva Canaria, quello di Teruel Existe, quello di Coalición por Melilla e quelli che hanno ottenuto le forze raggruppate in “Agora Repúblicas” – 5 di EH-Bildu e uno del BNG -, potrebbe raggiungere i 176.

Un risultato sul filo del rasoio che, se non riesce a unire tutti questi vari partner, lascerebbe la palla nel campo dell’ERC [partito di sinistra democratica catalana, ndt], che dovrebbe almeno astenersi. Qualcosa che, dato il corso del ritorno dei repubblicani catalani all’impostazione della gestione dell’autonomia, è possibile, ma non senza contraddizioni da parte della svolta ultra-spagnolista di Sanchez nelle ultime settimane.

Ci riusciranno? Può essere, o non essere. Ma anche se l’investitura questa volta avrà successo, il governo uscente, con il sostegno di una dozzina di formazioni, una nuova crisi economica all’orizzonte immediato e la crisi catalana spalancata, non sarà il governo “forte” che Sanchez e il CEOE hanno fantasticato quando si trattava di provocare una seconda elezione.

 

L’estrema destra entra pienamente nella lotta per l’egemonia della destra e continuerà a fissare l’agenda politica

La grande novità della notte elettorale è stata la grande ascesa di Vox che ha più che raddoppiato i suoi risultati, raggiungendo i 52 deputati, sorprendendo il PP in aree come l’Andalusia e diventando anche la prima forza in altri come Murcia.

L’estrema destra cavalca la radicalizzazione incoraggiata da Partido Popular e Ciudadanos, ma anche dal PSOE. Soprattutto nella questione catalana, ma anche in altre come la criminalizzazione dell’immigrazione. Non dimentichiamo che il modo in cui Sánchez ha risposto ad Abascal [leader di Vox, ndt] nel dibattito su quest’ultimo tema è stato quello di voler competere con lui nel vedere chi aveva espulso il maggior numero di immigrati.

Il PP si sta riprendendo dal peggior risultato storico di aprile, salendo a 87 deputati. Un miglioramento che, data l’ascesa del suo concorrente verde sulla destra, passa come un’amara vittoria. Nonostante il fatto che Cs abbia subito un collasso senza precedenti, fermandosi a 10 deputati, la guerra per l’egemonia della destra rimane aperta, anche se ora ridotta a due avversari. Questo rende estremamente difficile per Casado e Sánchez provare una qualche formula del vecchio patto bipartitico. Il PP non vuole rendere così facile per la Vox concludere il sorpasso già iniziato in molte province.

Iglesias, Errejón, Colau e Baldoví [dirigenti di Podemos, ndt] hanno convenuto che l’unico modo per fermare l’ascesa dell’estrema destra è un governo di coalizione con il PSOE. Si dimentica, ancora una volta, che ciò che ha maggiormente incoraggiato Vox sono state le politiche e i discorsi orientati verso destra, di cui Sánchez nelle ultime settimane ha dato sfoggio senza problemi, soprattutto sulla questione catalana. Un governo con il partito dell’articolo 155, dell’IBEX35 [borsa spagnola, ndt] e delle politiche di aggiustamento quando la crisi lo richiederà – come ha fatto Zapatero – non potrà che continuare a spianare la strada al rafforzamento della destra populista.

 

La crisi di regime rimarrà aperta, di cosa abbiamo bisogno?

La principale falla nella crisi del regime del ’78 è ancora aperta. Nonostante il calo di 5 punti di partecipazione, l’indipendentismo catalano ha mantenuto complessivamente i suoi voti – più di 1,6 milioni – e un membro del parlamento in più. ERC perde 2 deputati, ma JxCat ne guadagna 1 e la CUP riesce ad entrare in Parlamento con 2 seggi. Una conferma che, nonostante la brutale repressione, e come abbiamo visto in queste settimane nelle strade, le aspirazioni democratiche catalane sono ancora vive.

Inoltre, i 240.000 voti della CUP sono andati a una lista che si è presentata criticando il governo catalano e i suoi partiti per il loro ritorno alla strategia dell’autonomia e per il ruolo che hanno giocato nella repressione; una lista che si è opposta apertamente alla logica del “male minore” dell’appoggio al PSOE a cui è ancorata l’intera sinistra riformista spagnola.

Anche nei Paesi Baschi avanzano le forze nazionaliste, sia il PNV che l’EH-Bildu aggiungono un altro deputato, e in Galizia il BNG riesce ad entrare con 1 deputato. L’offensiva centralizzatrice che è stata applicata dal blocco monarchico, in tempi recenti con il PSOE in testa, trova in questi fenomeni un grosso ostacolo per imporsi senza continuare a incoraggiare nuovi episodi di crisi e sfide allo Stato.

Oltre a questa agenda centralizzatrice e autoritaria, il PSOE si è impegnato nell’agenda di tagli lasciata in sospeso, cioè le controriforme che sia i datori di lavoro che l’Unione Europea ritengono debbano ancora essere applicate in Spagna e che le prospettive di una nuova crisi rendono ancora più urgente. Stiamo parlando di nuovi tagli alle pensioni, di riforme del lavoro o di attacchi come lo “zaino austriaco” [misura analoga al TFR ma che rende più facile accedere immediatamente a questa somma nel momento del licenziamento, che prende il nome da una riforma avviata per la prima volta in Austria nel 2003, ndt]..

Se qualcuno pensa che l’accordo con Unidas Podemose Más Madrid possa modificare questo ordine del giorno, deve solo guardare i suoi referenti internazionali, da Tsipras in Grecia a Lenín Moreno in Ecuador. Quando si trovano in difficoltà, il neoriformismo o i populismi di sinistra non hanno esitato ad applicare le stesse ricette della Troika o del FMI dei governi di destra o di quelli di “estremo centro”.

Quello che abbiamo davanti a noi sarà quindi un governo che continuerà con il percorso autoritario, centralizzatore e di austerità. Un governo che non esiterà a continuare ad essere l’avvocato delle multinazionali spagnole all’estero e sosterrà governi reazionari come quello di Piñeira in Cile o colpi di Sato come quello di Guaidó o ora quello in corso in Bolivia, attivamente o passivamente.

Ciò di cui abbiamo bisogno è proprio una sinistra che sia pronta ad affrontarli e non ad essere loro partner . Segnare come linea rossa l’indipendenza politica dei partiti del regime, a partire da quello che ora si propone di governare, e sollevare un programma anticapitalista e di lotta contro il regime del 1978 [anno di passaggio dal regime franchista alla monarchia parlamentare in Spagna, ndt].

La CUP, con le sue nuove posizioni nelle Cortes, sarà in una posizione favorevole per poter avviare un lavoro verso un raggruppamento di questo tipo e per escludere qualsiasi ritorno ai patti con il procesismo [riformismo istituzionale, ndt]. Gruppi come Anticapitalistas dovranno definire se vogliono continuare all’interno di un partito [Podemos] che si prepara ad entrare nel Consiglio dei Ministri dei social-liberali del PSOE, o se decidono di rompere e iniziare a costruire questa alternativa. Come CRT [Corriente Revolucionaria de los Trabajadores, sezione spagnola della Frazione Trotskista, ndt] continueremo a lavorare in questa direzione, l’unico modo possibile per affrontare il prossimo governo e i tentativi di imporre una crisi oltre alla crisi del regime.

 

Santiago Lupe

Traduzione da izquierdadiario.es