È ufficiale: dopo averlo anticipato per via informale, Luigi Di Maio ha confermato in via ufficiale le sue dimissioni dalla leadership del Movimento Cinque Stelle. L’annuncio è avvenuto al tempio di Adriano a Roma durante la presentazione dei facilitatori regionali, nuova figura che si inserisce in un generale tentativo di riassetto del M5S. Come da regolamento la reggenza sarà affidata a Vito Crimi, in quanto membro più anziano del comitato di garanzia esterno, che porterà il congresso agli Stati Generali previsti tra il 13 e il 15 marzo.


Sono dimissioni che non giungono del tutto inattese, visti i rapporti burrascosi dell’uscente leader con una parte consistente del Movimento. Durante gli ultimi mesi in effetti abbiamo visto un’escalation di contestazioni durante incontri interni e accuse rilasciate ai giornalisti da parte di personaggi di spicco del Movimento quali Luigi Gallo, Giorgio Trizzino e Mario Giarrusso.

Le decisioni sono prese sempre dall’alto. Sei persone dell’organizzazione e della comunicazione le sceglierà direttamente Di Maio. I dodici facilitatori saranno eletti, ma i loro nomi devono passare dal suo vaglio preventivo. I referenti regionali saranno votati su Rousseau, ma poi sarà Di Maio a scegliere tra i più votati. E chi le ha proposte queste regole? Di Maio.

Così Luigi Gallo, deputato Cinque Stelle vicino a Roberto Fico, criticava lo strapotere di Di Maio. Un altro deputato, Giorgio Trizzino, presentava questo 30 ottobre un documento di riassetto organizzativo, firmato da 70 senatori su 107, che munisse il Movimento di una segreteria politica, espressione di un congresso da tenersi quanto prima, che limitasse lo strapotere della figura di leadership e garantisse una maggiore trasparenza nella scelta di ministri. In tutto questo bisogna sottolineare che lo stesso Grillo non si spese molto in difesa del leader pentastellato, salvo un video a novembre in cui ne rilanciava il ruolo.

Lo scontro, d’altra parte, non riguardava solo questioni interne. Il nutrito fronte dei critici premeva anche per una ricollocazione del Movimento Cinque Stelle nell’area del centro sinistra laddove Di Maio, ai tempi della caduta del precedente governo, aveva avversato l’idea di un’alleanza con l’odiato PD. Proprio su questo punto si può dire che il leader di Pomigliano d’Arco perse una battaglia politica, dal momento che lo stesso Grillo intervenne a favore di una coalizione.

Nonostante una votazione del 30/5/2019 sulla piattaforma Rousseau lo avesse confermato alla leadership con grandi affluenze e un 80% di consensi, è evidente che Di Maio stesse perdendo sempre più terreno sul fronte interno. Del resto proprio dalla piattaforma Rousseau giunse una nuova sconfitta in occasione delle scorse elezioni regionali. Se da un lato Di Maio mostrasse di essersi ammorbidito, arrivando a dire che col PD si lavorava meglio che con la Lega, dall’altro lato la sonora disfatta del 7,4% alle regionali in Umbria lo confermò nella sua intenzione di smarcarsi dal PD per le elezioni sui territori. Trovatosi in leggera minoranza tra i deputati a seguito di un sondaggio informale, il leader indisse una consultazione dell’ultimo momento sulla piattaforma Rousseau, in cui addirittura propose “una pausa elettorale” dalle Regionali del 26 gennaio in Calabria ed Emilia-Romagna “per la preparazione degli Stati Generali del M5S”. Il risultato fu una posizione di minoranza ancora più accentuata, con il 70,6% dei votanti contro.

In ogni caso, a prescindere dalla disfatta umbra il Movimento vive una fase di forte calo dei consensi. Se nelle ultime politiche si era arrivati oltre il 32%, crescita rilevante anche rispetto al pur solido 25,6% delle Politiche del 2013, ora secondo i recentissimi sondaggi dell’istituto di ricerca SWG i Cinque Stelle sono scesi fino al 15,6%. È abbastanza naturale collegare queste enormi oscillazioni alla stessa natura politica di un partito che da un lato ha contribuito a sconquassare l’assetto di bipolarismo della politica italiana, attraendo una moltitudine di voti di delusi da destra e da sinistra quando non di ex astenuti, ma dall’altro, esaurita la sua carica aggressiva, fatica a trovare una collocazione sia ideologica che di alleanze. A Di Maio è spettato in effetti il compito ingrato di gestire questa fase. Sotto la sua leadership è avvenuta in primo luogo l’alleanza con la Lega, che ha esplicitato e amplificato quella natura reazionaria del Movimento che l’elettorato più di sinistra tende a rimuovere. L’appoggio ai decreti Sicurezza ai tempi del governo con Salvini e il braccio di ferro con Conte e col PD per evitarne l’abrogazione o almeno la modifica non lasciano più dubbi: Di Maio incarna l’anima più esplicitamente autoritaria e sovranista dei Cinque Stelle. In effetti è proprio l’alleanza col PD ad avergli dato il colpo di grazia. Nonostante egli avesse avversato questa prospettiva, l’alleanza si è dovuta fare ed ha coinciso con un drastico calo dei consensi.

Finalmente, insomma, alla parte più liquida dell’elettorato pentastellato si è reso evidente che “né di destra né di sinistra” può facilmente tradursi nelle politiche più opportuniste. Come non ricordare il no dei Cinque Stelle all’autorizzazione a procedere contro Salvini per il caso Diciotti? Un passo eclatante per una forza politica che ha fatto della lotta all’immunità uno dei suoi pochi elementi identitari. In quel caso persino quel serbatoio di consensi plebiscitari che è la piattaforma Rousseau ha scricchiolato, con un risicato 59% che non è servito a Di Maio per schermarsi dalle feroci critiche di parte della sua base di consenso.

C’è da chiedersi cosa succederà ora. Premesso che da più parti ci si è affrettati a rassicurare sulla tenuta del governo, bisogna sottolineare che queste dimissioni arrivano a un passo dalle Regionali in Emilia, in cui probabilmente Di Maio si attendeva un’altra disfatta. Sarebbe comunque ingenuo pensare ad un’uscita di scena; certamente il suo peso all’interno del Movimento rimarrà comunque costante, tanto più che permane comunque ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Egli stesso, in un tono di generale accusa verso alcuni “traditori” all’interno del Movimento che l’avrebbero pugnalato alle spalle, ha ribadito nel suo discorso che rimarrà in prima fila nella “nuova era” che si apre con le sue dimissioni ed ha auspicato non solo una maggiore chiarezza di posizioni, ma anche la liquidazioni di prospettive che, a suo dire, vorrebbero cancellare “mercato e logica del profitto”. In generale la prospettiva è quella di un processo rifondativo, in cui il Movimento abbandoni la paura di dotarsi di vere strutture decisionali. In questo senso egli ha lanciato non solo la nuova figura dei facilitatori regionali ma anche la sua candidatura per gli Stati Generali del Movimento, previsti tra il 13 al 15 marzo. Può colpire che anche Di Maio, come parte dei suoi oppositori interni, sembra auspicare un assetto basato un una maggior collegialità e su “infrastrutture”, che vadano oltre il modello plebiscitario mascherato da democrazia diretta che finora il Movimento ha seguito. La battaglia che potremmo aspettarci agli Stati Generali, se una vera battaglia ci sarà, consisterà nella precisa definizione di questo assetto e sul tentativo di conquista, da parte di Di Maio e di Casaleggio junior, di una rinnovata egemonia.

 

Bauschan