La quarantena forzata su tutto il territorio nazionale, dopo due settimane, mostra tutti i limiti e le contraddizioni delle misure adottate dal governo anche per quanto riguarda la condizione delle donne lavoratrici, che siano rinchiuse in casa o meno.


Dopo due settimane di quarantena forzata, imposta a tutto il territorio nazionale dal DPCM di Conte dell’11 marzo, iniziamo a percepire e a scontrarci con tutti i limiti e le ripercussioni sulla nostra vita quotidiana di questa e delle altre misure adottate dal governo.
In particolare,
dalla prima manovra di chiusura delle scuole, è stato evidente il peso che questi avrebbero avuto sulle spalle delle donne: non solo si richiedeva loro di gestire la vita familiare e di andare contemporaneamente a lavoro, ma di sobbarcarsi anche il carico giornaliero dei figli o, per chi se lo può permettere, il costo di baby sitter che potessero occuparsi dei figli in loro assenza. Ancora oggi, con la chiusura delle attività economiche ben lontana dall’essere estesa a tutte le attività inessenziali, molte donne lavoratrici si trovano in questa situazione.


Stare chiuse in casa: una situazione non “pacifica” per molte

Laddove, con l’aggravarsi della situazione, sono stati chiusi posti di lavoro e indetta la quarantena, le donne si sono ritrovate rinchiuse nelle mura domestiche a badare ai figli, con l’eccezione di poter uscire o per fare la spesa, o nel caso in cui si hanno familiari anziani a carico. Ciò pone una grande contraddizione sanitaria: se è vero che i bambini sono uno dei veicoli più facili per la diffusione del virus, in quanto più probabilmente portatori asintomatici non irrigimentati alle norme di sicurezza come gli adulti, e che gli anziani sono quelli più esposti a tale infezione a causa dell’abbassamento delle difese immunitarie, come si può richiedere alle donne di fare da sponda tra i due!? Inoltre, sono proprio le donne a ritrovarsi spesso in quelle categorie lavorative più esposte al contagio, come le cassiere di supermercato, le infermiere, le operaie nelle fabbriche manufatturiere.
Situazione che aggrava, ripropone e palesa, in massimi sistemi, la violenza giornaliera che le donne vivono nel sistema capitalista e patriarcale: lo Stato scarica l’enorme sforzo del lavoro di cura per bambini ed anziani che ricade sul lavoro invisibile delle donne, costrette non solo allo sfruttamento sui posti di lavoro ma anche allo sfruttamento del proprio tempo nelle mura domestiche e, in questa situazione, anche all’esposizione al contagio.
Condizione che per molte donne rende un obbligo accettare lavori precarizzati, contratti par-time, lavoro a nero, in cooperative con basse tutele sindacali così che possano in qualche modo dedicarsi anche ai figli e alla famiglia. Donne che in questa situazione di emergenza sanitaria, e con la conseguente la chiusura di diversi posti i lavoro, si ritrovano senza un salario, un sussidio di disoccupazione o d’altro tipononostante le spese mediche, alimentari e di sussistenza a suo carico per la gestione familiare.
Altra condizione particolarmente gravosa, ma che già da anni si stava tentando di insinuare all’interno del lavoro femminile è quell
a dello “Smart Woorking” – sbandierato come ancora di salvezza dal governo Conte-, affermando che per le donne sarebbe una comodità potersi autogestire il lavoro, lavorando da casa, così da poter più facilmente combinarlo con il suo sfruttamento domestico – ovviamente senza tenere conto che in realtà con ciò ci si ritroverebbe a lavorare un quantitativo di ore non calcolato a parità di stipendio. Oggi che, purtroppo, le condizioni lo impongono indistintamente, le donne si troveranno non solo a dover compiere il carico di lavoro giornaliero formale-salariato, ma anche a doversi occupare h24 di marito, figli e anziani a carico senza l’aiuto né economico, né sociale dello stato, e tanto meno con quello del lavoro indipendente, spesso ipersfruttato, di donne delle pulizie o baby sitter.
Un largo settore di donne lavoratrici spesso provenienti dagli strati più poveri o migranti o semplicemente perché donne, che si occupano della “pulizia del mondo”. La nota intellettuale francese femminista, Françoise Vergès, riportando la storia dello sciopero di 45 giorni portato avanti dalle lavoratrici delle pulizie delle stazioni parigine subappaltate dalla società Onet, prova a farci comprendere come “senza le donne che puliscono il mondo, niente potrebbe funzionare”.
In questo momento in cui la scienza non è ancora in grado di fornirci migliori soluzioni, uno dei pochi metodi di prevenzione è un accurata pulizia personale e, soprattutto, dei luoghi comuni come i supermercati, i treni , gli ospedali. Così questa fetta di lavoratrici, di fronte alla crisi sanitaria, si divide in due fasce: la prima è quella delle lavoratrici di cooperative o statali che si ritrovano a dover affrontare un lavoro massacrante a parità di ore e di stipendio con mezzi ridotti: non potendo più lavorare coadiuvandosi l’un con l’altro in azioni più pesanti a causa delle norme di distanza, tutto il lavoro ricade sul singolo operatore; un’altra, che è quella delle donne delle pulizie “nel settore privato”, che spesso non sono tutelate da alcun contratto ma che puliscono le case di migliaia di famiglie, che si trovano di punto in bianco senza più un lavoro.

Per questo richiediamo che si aprano bandi di assunzione per l’occupazione in settori statali, ospedali, di lavoratrici delle pulizie, così da lavorare meno a parità di stipendio per gli operatori che già sono assunti, e lavorare tutti per tutte quelle donne che si sono ritrovate impossibilitate a lavorare.

Lo Stato deve quanto meno dare sussidi economici a tutte le donne senza reddito con figli e che queste siano tutelate nel loro posto di lavoro con pieno stipendio.

 

Scilla Di Pietro