Presentata da Conte come una vittoria sul caporalato e celebrata dalla ministra dell’Agricoltura Bellanova con accenti commossi, la nuova proposta di regolarizzazione della manodopera straniera impegnata stagionalmente nell’agricoltura parrebbe quasi mostrare un carattere progressivo. Ciò sembrerebbe confermato dal malcontento mostrato da Salvini e parte della destra, nonché dagli stessi datori di lavoro, ma le cose stanno veramente così?

Il provvedimento, in effetti prevede la possibilità di regolarizzare lavoratori impegnati in agricoltura, allevamento, pesca e acquacultura, ma anche colf e badanti, tramite due modalità.

La prima prevede un’autodenuncia del datore di lavoro che impegna manodopera irregolare; il datore di lavoro dovrà versare in questo caso 400 euro per le procedure oltre ad un contributo forfettario. Come nel caso di altre sanatorie, inoltre, ciò comporterà una sospensione dei procedimenti sia penali che amministrativi riguardanti l’impiego di lavoratori al nero.

Una seconda modalità prevede che coloro che hanno un permesso di soggiorno scaduto non prima de 31 ottobre 2019 possano richiedere un permesso di soggiorno temporaneo di 6 mesi, tramutabile in un permesso di lavoro nel caso in cui si trovi un impiego regolare nell’arco dei 6 mesi. In quest’ultimo caso la spesa è di 160 euro più 30 per l’invio della domanda.

A sottolineare il carattere assolutamente insufficiente del provvedimento ci pensano in primis gli stessi Conte e Bellanova, che rispondono alle critiche da destra specificando che si tratta di permessi in gran parte temporanei e che riguardano solo una piccola parte dei 600 mila immigrati privi di permesso di soggiorno presenti oggi in Italia.

Le voci di dissenso, ovviamente, non vengono solo dalla destra e dai padroni. Oltre 400 associazioni antirazziste e a sostegno dei migranti, tra cui l’Associazione Diritti per Tutti, sottolineano non solo il carattere limitato e insufficiente, ma anche i suoi possibili effetti negativi. Il fatto che i diritti civili di una persona possano dipendere da un datore di lavoro vuol dire che molti lavoratori si troveranno in una condizione di ricattabilità. In altre parole, se ad un lavoratore venisse in mente si alzare la testa contro il brutale sfruttamento a cui sono sottoposti gli stagionali stranieri che lavorano nei campi, il padrone potrà usare come arma il rifiuto di regolarizzarlo, con tutto ciò che ne consegue.

Per fare un esempio delle numerose limitazioni a cui va incontro chi oggi è sprovvisto di un permesso basterebbe, probabilmente, menzionare il diritto ad un medico di famiglia. In piena crisi sanitaria un lavoratore al nero sprovvisto di permesso si ritrova limitato nell’accesso al servizio sanitario laddove, in molti casi, è un soggetto particolarmente a rischio in quanto è costretto a lavorare con meno tutele in termini di sicurezza e a vivere in luoghi spesso sovraffollati oltre che fatiscenti. Questi fattori di rischio potrebbero avere effetti preoccupanti sul controllo della pandemia dal momento che parliamo ad oggi di circa 600 mila persone.

Non è poi da sottovalutare il fatto che, in questi mesi di restrizioni, chi non ha un permesso di soggiorno si trova particolarmente esposto alla repressione nel momento in cui decide di unirsi ad un qualche tipo di manifestazione o iniziativa sul posto di lavoro.

Altri dubbi, infine, si possono avanzare sulle stesse spese a carico del datore di lavoro, che potrebbero essere estorte ai lavoratori tramite ricatti privati.

La rivendicazione di una sanatoria universale, avanzata da numerose associazioni antirazziste e comunità di migranti tramite la campagna nazionale “Siamo qui – sanatoria subito”, è un passo necessario per liberare le persone prive di permesso di soggiorno dalla discriminazione e dal ricatto padronale.

Il ricorso a manodopera straniera e senza diritti è infatti, evidentemente, uno strumento nelle mani dei padroni del settore agricolo per abbattere i costi con manodopera a basso costo. Come abbiamo sottolineato in precedenti articoli il settore agricolo si trova oggi, a causa dela pandemia, di fronte a un’enorme difficoltà nel reperire manodopera, poiché le condizioni di lavoro infami necessarie ai padroni per tagliare i costi e massimizzare i profitti richiedono il ricorso a lavoratori di paesi più poveri. Questo meccanismo, assieme al ricatto del permesso di soggiorno, fa sì che la grande domanda di forza-lavoro nel settore agricolo non si traduca in un maggiore potere contrattuale dei lavoratori. In questo senso la lotta per i permessi di soggiorno può costituire un passaggio fondamentale per l’emancipazione di una delle categorie più sfruttate in Italia e non solo.

 

Alessandro Ventura