Dal 2011, le organizzazioni dei lavoratori in Medio Oriente e i partiti della sinistra sono stati al centro dei movimenti per la democrazia e la giustizia sociale. Spesso denigrati dalla stampa occidentale, dall’Egitto alla Tunisia fino ad arrivare all’Algeria e Sudan, questi movimenti hanno portato avanti la loro lotta contro tremendi ostacoli. Proponiamo su questo tema un articolo di Joel Beinin, professore di storia alla Stanford University negli USA, diviso in tre parti.


Prima parte – Seconda parte – Terza parte

Le lotte in Marocco

Le manifestazioni in tutto il paese, con circa 200.000 persone partecipanti, sono state organizzate nel 2011 dal movimento 20 febbraio per la democrazia. Le differenze politiche e gli intrighi orditi dal regime hanno a lungo diviso il movimento operaio marocchino indebolendo di fatto il Movimento 20 febbraio.

La Confederazione Democratica del Lavoro (CDL) ha una forte base tra i colletti bianchi della pubblica amministrazione e degli impiegati di banca ed è politicamente affiliata con la Federazione della Sinistra Democratica, un’alleanza di tre piccoli partiti socialisti. Essa è confluita nel Movimento 20 Febbraio, insieme ad alcune sigle sindacali affiliate, a loro volta, con una più grande federazione, L’Unione del Lavoro Marocchina (ULM).

Di contro, l’Unione Nazionale del Lavoro del Marocco (UNLM), affiliata con il Partito islamista Giustizia e Sviluppo, non è confluita nel movimento. Non lo ha fatto neanche la monarchica Unione Generale dei Lavoratori Marocchini (UGLM) la quale base è formata soprattutto da lavoratori agricoli.

Il Re Mohammed VI ha accettato le richieste per una democrazia più inclusiva incrementando i salari dei lavoratori del settore pubblico, aumentando il salario minimo e proponendo emendamenti costituzionali di facciata che hanno di fatto lasciato i principali poteri nelle mani della monarchia.

La CDL e i suoi alleati, il Movimento 20 Febbraio e il Movimento Islamista di Giustizia e Carità hanno indetto un boicottaggio del referendum costituzionale del 1° luglio 2011. Tuttavia, la nuova costituzione è stata approvata.

Nel 2012, in cambio del prestito di 4,1 miliardi di dollari al Marocco, il Fondo Monetario Internazionale ha richiesto un nuovo pacchetto di misure di austerità, con tagli agli investimenti pubblici, alla spesa sociale e alle pensioni. Come per l’UGTT, i sindacati marocchini preferiscono di portare avanti un ‘dialogo sociale’ all’europea con il regime e i lavoratori. Quando le loro rivendicazioni non sono accettate, come spesso accade, essi ricorrono a limitate azioni di sciopero.

Il 29 ottobre 2014, la UML, la CDL, e una piccola parte di essa, la Federazione Democratica del Lavoro (FDL), hanno indetto 24 ore di sciopero generale poiché il governo aveva rifiutato di intavolare le trattative sulle misure di austerità incluse nel bilancio statale del 2015.

I sindacati hanno rivendicato una riduzione delle imposte sui salari e sui consumi, l’abrogazione della legislazione che criminalizza l’attività sindacale e la sospensione del licenziamento dei lavoratori che avevano esercitato il loro diritto alla libera associazione. Volevano migliori servizi pubblici, garanzie di un’occupazione sicura e stabile con la fine del lavoro precario, e misure per rispondere alle esigenze dei pensionati.

Il governo marocchino non ha soddisfatto queste richieste. Di conseguenza, l’UNLM si è unita all’ULM, alla CDL e alla FDL nel chiedere un altro sciopero generale di ventiquattro ore su questioni simili il 24 febbraio 2016. La CDL ha indetto un terzo sciopero generale da solo tre anni dopo.

 

Il movimento del Rif

Gli scioperi come questi non costruiscono l’unità e la forza dei lavoratori: infatti, essi li contengono all’interno degli stretti limiti polizieschi della monarchia. Tuttavia, qualora tali azioni di contestazione dei lavoratori avessero rotto tali limiti, esse sarebbero state oggetto della brutale repressione di Stato come avvenne nel caso del movimento popolare di protesta avvenuta nella zona settentrionale della regione del Rif (campagna in arabo, ndr) nell’ottobre del 2016 la quale durò circa 10 mesi.

La morte di Mouhcin Fikri ha scatenato il Movimento Popolare del Rif, o Hirak Rif. Fikri era un pescivendolo che fu picchiato dietro un cassonetto della spazzatura dove si era messo per evitare che la polizia gli confiscasse il suo carretto che, secondo i poliziotti, era stato istallato in un periodo non consono alla legge.

Le circostanze della confisca furono molto simili a quelle di Mohammed Bou Azizi che avevano scatenato le proteste popolari in Tunisia. Il Movimento fu organizzato attorno alle politiche di identità della componente Amazigh (berbera) marocchina.

Il Rif è storicamente, economicamente e culturalmente una regione al margine, simile alle regioni occidentali e meridionali della Tunisia. Le rivendicazioni del movimento erano centrate attorno al rispetto e alla protezione della cultura e della lingua berbera, tuttavia le loro rivendicazioni erano anche in riferimento alla costruzione nella regione di un ospedale per la cura del cancro, un’università, una biblioteca, teatri, strade e strutture per il trattamento per prodotti ittici.

La brutale repressione ha di fatto oppresso il Movimento del Rif nell’agosto del 2017. Nel luglio del 2019, per celebrare il ventesimo anniversario dalla sua salita al trono, il re Mohammed VI ha concesso la grazia a 4.764 prigionieri tra cui molti di coloro che avevano partecipato al Movimento del Rif che erano rimasti in prigione.

 

La cacciata di Mubarak

I lavoratori egiziani sono stati la componente più visibile dei fiorenti movimenti egiziani che hanno minato il governo dell’ex presidente Hosni Mubarak durante il decennio prima della sua caduta del 2011.

Dal 2004 al 2010 ci furono 2.176 scioperi e azioni collettive che hanno coinvolto 2,2 milioni di lavoratori. Un sostanziale incremento della già alta partecipazione dal ’98.

Molte di quelle azioni derivavano dall’opposizione agli effetti delle politiche di privatizzazione e dal timore che il governo avrebbe portato avanti ulteriori vendite delle imprese statali. Tale movimento dei lavoratori era completamente auto-organizzato dal basso e contro la volontà della Federazione di Unità Sindacale dei Lavoratori (ETUF), la quale è parte integrante del regime. L’agenda del movimento emerse sotto lo slogan, poi ripetuto durante le proteste del 2011: Pane, Libertà e Giustizia Sociale!”.

La caduta di Mubarak soddisfò la maggior parte dei manifestanti: essi non capirono che la sua dipartita non avrebbe coinciso con la richiesta della ‘caduta del regime’. Da momento in cui la richiesta di democrazia e di cambio di regime non erano le principali rivendicazioni del movimento dei lavoratori; quel movimento persistette e si intensificò nel periodo successivo ove vi regnò un’atmosfera più permissiva.

Gli scioperi e le proteste dei lavoratori aumentarono in modo rilevante a 1.377 nel 2011 e a 1.969 nel 2012: il doppio e il triplo rispetto agli anni di maggior mobilitazione come i 614 del 2007 e i 609 del 2008.

I membri della sinistra e i populisti del movimento dei lavoratori costituirono la Federazione Egiziana dei Sindacati Indipendenti (EFITU) durante il corso delle proteste che chiedevano la caduta di Mubarak. Essi annunciarono la formazione di tale organizzazione il 30 gennaio 2011 durante una conferenza stampa a Piazza Tahrir al Cairo, l’epicentro delle manifestazioni.

All’EFITU parteciparono i membri del Centro per l’Unione Sindacale e per i Servizi dei Lavoratori, un’ONG a difesa dei lavoratori, l’organizzazione indipendente (in altre parole, non affiliata all’ETUF) dell’Unione Generale dei Ragionieri delle proprietà immobiliari, che si costituì nel 2009 dopo uno spettacolare sciopero selvaggio nel 2007, la piccola Unione Indipendente degli operatori dei servizi sanitari e degli insegnanti, gli 8,5 milioni di membri delle associazioni dei pensionati e le rappresentanze dei lavoratori di alcuni settori della produzione industriale.

 

Il diritto al voto, il diritto al pane

Dopo la caduta di Mubarak, quaranta leader dell’EFITU e attivisti appartenenti ai socialisti si incontrarono il 19 febbraio al Cairo per annunciare la dichiarazione delle ‘Rivendicazione dei lavoratori nella Rivoluzione’, che includeva il diritto di costituire sindacati indipendenti, il diritto allo sciopero e la dissoluzione dell’ETUF.

Nella risoluzione si può leggere:

Se questa rivoluzione non porterà ad una giusta redistribuzione della ricchezza non varrà nulla.

Non vi sarà libertà senza libertà sociale.

Il diritto al voto è direttamente dipendente al diritto alla pagnotta di pane.

Appena terminato questo piccolo incontro, ce ne fu un altro molto più ampio il 12 marzo al Cairo. Il giornalista trotskista, Mostafa Bassiouni, moderò un panel che includeva il neo ministro del lavoro, Ahmad Hassan al-Bura‘i, un professore di diritto del lavoro e un promotore di lungo corso del sindacalismo indipendente, e il presidente dell’EFITU, Kamal Abu Eita e Kamal Abbas, il coordinatore generale del Centro per il Sindacato e i Servizi dei Lavoratori.

Abu Eita si costruì la propria reputazione guidando lo sciopero nel 2007 dei consulenti delle imposte. Abbas costituì il Centro con lo storico avvocato sindacale comunista, Youssef Darwish, dopo che fu licenziato per aver organizzato due scioperi nella compagnia egiziana Acciaio e Ferro nel 1989. Il ministro Bura‘I promise che i lavoratori avrebbero avuto immediatamente il diritto di costituire qualsiasi associazione dei sindacati come avrebbero voluto. Promise, tra le altre cose, che il governo non avrebbe messo il naso negli affari delle unioni sindacali.

Tali eventi hanno segnato il punto più alto dell’unità e della morale del movimento e sindacalismo indipendente. Tuttavia, mostrarono presto le loro debolezze. Solo tre organizzazioni indipendenti emersero attraverso azioni locali nel decennio precedente. Nessuno degli scioperi selvaggi nell’ultimo periodo dell’era Mubarak fu coordinato oltre al livello della singola impresa. Pochi furono i rappresentanti dalle province che parteciparono a tali incontri al Cairo.

Fatta eccezione per Kamal Abu Eita, che era stato presidente dell’Unione dei consulenti delle imposte, gli altri leader dell’ETIFU non avevano né esperienza né nuove risorse per guidare un’organizzazione nazionale. La piccola ONG di Kamal Abbas aveva appena una dozzina di membri all’interno del suo staff. Inoltre, dopo un anno, l’EFITU si divise a causa di differenze politico-ideologiche. Abu Eita rimase presidente dell’ETIFU, mentre Abbas and i suoi fedeli costituirono il Congresso Egiziano Democratico del Lavoro, rivale dell’ETIFU.

 

Il trionfo di al-Sisi

Tali divisioni non influenzarono direttamente il movimento dei lavoratori: esso raggiunse il picco di 2.239 azioni collettive nel 2013, l’83% delle quali si tenne nella prima metà dell’anno. Tuttavia, il movimento fu disperso dal colpo di Stato reazionario del 3 luglio 2013 contro il presidente Mohammed Morsi – membro dei Fratelli Musulmani che vinse, per il rotto della cuffia e appena un anno prima, le prime elezioni presidenziali libere dell’Egitto.

Nel maggio del 2014 l’autore del colpo di Stato, Abd al-Fattah al-Sisi, vinse, manomettendole ad arte, le elezioni presidenziali con il 97% dei voti. Il candidato “operaio”, Khaled Ali, un avvocato del lavoro ed ex direttore esecutivo del Centro Egiziano per i Diritti Economici e Sociali, fu espulso dalla corsa elettorale dopo aver protestato contro l’ingiusta legge elettorale. Tutti i candidati, tranne uno, furono successivamente costretti, sotto pressioni, ad abbandonare la campagna elettorale.

Al-Sisi, gradualmente, riuscì a sopprimere tutte le forme di opposizione sociale e politica, consolidando una dittatura pretoriana molto più violenta di quella dell’era di Mubarak. Inizialmente il governo si scatenò contro il movimento dei Fratelli Musulmani, successivamente attaccò il movimento dei lavoratori indipendente.

Infine, scoraggiò ogni forma di opposizione e pensiero indipendente.

Il numero degli scioperi e altre forme di azione collettiva organizzata dai lavoratori colò a picco nel periodo successivo al golpe. Tuttavia, una nuova ondata di scioperi ebbe luogo nell’estate del 2015 fino al gennaio del 2016 coinvolgendo più di 20.000 lavoratori tessili del Delta del Nilo, 6.000 lavoratori della Compagnia Aluminum Co. E 10.000 lavoratori del settore energetico, delle acciaierie e del cemento insieme ai lavoratori della Coca Cola e delle società subappaltatrici del Canale di Suez e dei macchinisti dell’azienda ferroviaria nazionale.

Con una mossa, tipica dell’azione repressiva di al-Sisi, le pagine web del portale di Mada Masr, la quale raccontava degli scioperi, fu chiusa. Da quel momento, i media egiziani hanno riportato pochissime azioni collettive dei lavoratori per paura di essere chiuse.

 

Joel Beinin

Traduzione da Jacobin