Riportiamo in video e come testo l’intervento di Giacomo Turci, della redazione della Voce delle Lotte e dirigente della Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR), sezione simpatizzante italiana della Frazione Trotskista – Quarta Internazionale (FT), nello speciale #trotsky2020 dedicato all’attualità dell’idee del rivoluzionario russo Lev Trotsky, morto il 21 agosto 1940, 80 anni fa, ucciso dal sicario stalinista Ramon Mercader.

Giacomo ci parla in particolare dell’elaborazione di Trotsky sull’Italia, che insisteva sull’adozione di una politica ambiziosa e combattiva per il partito comunista di Gramsci e Bordiga, nel quadro tragico dell’ascesa del fascismo. Una battaglia continuata poi con i compagni del PCd’I che si opposero alla stalinizzazione del partito guidata da Togliatti, all’insegna del legame delle rivendicazioni democratiche con il resto del programma.


Il legame di Trotsky con l’Italia è un tutt’uno con l’esperienza tragica dell’ascesa del fascismo, con l’instaurazione del governo Mussolini su invito del re nel 1922, a seguito della sconfitta del moto rivoluzionario del Biennio Rosso, quando centinaia di migliaia di operai occuparono le fabbriche del nord Italia: un moto al quale seguì la repressione feroce e la messa al bando del movimento operaio italiano per molti anni.

Trotsky, nei suoi carteggi con i compagni italiani, incarnava al pari di Lenin l’ossessione per una politica ambiziosa di partito, e non per una politica chiusa e settaria. Era fondamentale, anche per i compagni italiani, fare propria la politica del fronte unico, per conquistare nuovi strati di lavoratori attraverso lotte comuni e non solo con la propaganda astratta.

Dunque era importante che il programma di un partito comunista sapesse formulare obiettivi precisi, transitori, che non si limitassero a rivendicare la dittatura del proletariato. Così Trotsky criticava il documento approvato al congresso del Partito Comunista d’Italia del 1922, noto come Tesi di Roma:

Un programma dovrebbe indicare non solo le tendenze dello sviluppo e le forme della realizzazioni dei nostri propri scopi finali: esso dovrebbe invece stabilire gli scopi transitori per i quali noi adesso chiamiamo le masse alla lotta, nella quale purtroppo non si tratta ancora della conquista della maggioranza della classe lavoratrice.

Diversi anni dopo, nel 1930, un piccolo, iniziale gruppo di fondatori e dirigenti del Partito Comunista d’Italia aderì all’Opposizione di Sinistra Internazionale, l’ala bolscevica che lottava contro la degenerazione dell’Internazionale Comunista: una grande occasione per applicare la politica rivoluzionaria nella tensione fra fascismo, questioni democratiche e rivoluzione socialista. Il partito comunista italiano, “con la sola eccezione di Gramsci”, ricorda Trotsky, non aveva ritenuto possibile l’ascesa al potere del fascismo, a partire da un’analisi superficiale di quel fenomeno politico. Al contrario, era compito dei rivoluzionari capire quali rivendicazioni e obiettivi, nel quadro della caduta del regime fascista, avrebbero permesso di far evolvere la lotta e l’insurrezione antifascista in una rivoluzione sociale, senza limitarsi alla dichiarazione della “democrazia” in una repubblica borghese… cioè proprio quello che fece il PCI di Togliatti. Così Trotsky affrontava la questione:

Noi, comunisti, respingiamo a priori ogni obiettivo democratico, ogni parola d’ordine di transizione o di preparazione, fermandoci rigorosamente alla sola dittatura proletaria? Sarebbe dar prova di un vano settarismo dottrinario. Non crediamo neanche per un istante che un semplice salto rivoluzionario sia sufficiente a saldare ciò che separa il regime della dittatura proletaria. Non neghiamo affatto la fase di transizione con le sue esigenze transitorie, ivi comprese le esigenze della democrazia. Ma è precisamente con l’aiuto di queste parole d’ordine di transizione dalle quali scaturisce sempre la via della dittatura del proletariato, che l’avanguardia comunista dovrà conquistare la classe operaia tutta intera e che questa ultima dovrà unificare attorno a sé la classe sfruttate della nazione.

Non si può imporre la dittatura del proletariato alle masse popolari. Non si può realizzarla che conducendo la battaglia -la battaglia a fondo – per tutte le rivendicazioni, le esigenze e i bisogni transitori delle masse, e alla testa di queste masse.

Oggi non ci troviamo in Italia in un regime di dittatura fascista, ma nel nostro paese, così come a livello internazionale, la difesa di un programma transitorio che includa e rilanci le parole d’ordine democratiche, senza lasciarle separate dalle altre, è pienamente valido, e lo è anche perché non rivendichiamo un socialismo burocratico e calato dall’alto, ma un socialismo basato sull’autorganizzazione delle masse, sulla democrazia dei lavoratori e della popolazione riuniti in consigli.