Le misure restrittive del periodo autunnale e festivo non hanno neutralizzato la seconda ondata: con il Coronavirus ancora potenzialmente fuori controllo, il governo corre ai ripari con nuovi decreti e sperando che il vaccino migliori la situazione sanitaria già durante il 2021.


La seconda ondata non è finita: le misure del governo non potevano sconfiggere il virus

Il report del monitoraggio Covid-19 di ieri, a cura della cabina di regia statale, non ha portato i risultati sperati dal governo: il tasso di trasmissione Rt è ancora a 1,09 (cioè ogni persona che contrae il virus lo trasmette a più di una persona), si registra una soglia di 369 nuovi casi ogni 100.000 abitanti (l’attuale soglia “fuori pericolo” è fissata a 50) e i posti occupati nelle terapie intensive rimangono, anche se di poco, sopra la soglia critica. Il dato uscito un paio oggi pomeriggio conferma un calo della percentuale dei contagiati rilevati dai tamponi, a fronte della ripresa del numero dei tamponi stessi dopo un calo significativo nel periodo di natale e capodanno – 16.310 contagiati a fronte di 260.704 tamponi effettuati, con una concentrazione attuale di casi in numeri assoluti in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Sicilia. Il dato dei nuovi morti è di 465, in calo se teniamo conto che la media dal 1 dicembre a oggi è di circa 565 morti – analoga a quella del periodo peggiore (e più breve) della prima ondata, dove è del tutto verosimile che semplicemente non fosse tracciata una parte significativa non solo dei contagiati ma anche di morti che avevano contratto la Covid-19.

Dunque, possiamo dire che la seconda ondata non solo non si è esaurita come fece la prima, ma rischia seriamente di riprendere vigore, come segnalato dall’Istituto Superiore di Sanità stesso.

Insomma, le misure che aveva adottato il governo, passando a restrizioni modulate regione per regione diversamente “colorate”, non sono state efficaci come sperato, e d’altronde questo risultato era tutto fuorché improbabile, data l’assenza di provvedimenti strutturali (e non improvvisati e a piccola scala) verso settori strategici per il contenimento e la prevenzione del contagio, come i trasporti, la scuola pubblica (dove è continuato il caos ed è montato il malcontento degli studenti confinati a casa con la dad) e la sanità – il ministro della Salute Speranza ultimamente, a proposito dei fondi del Recovery Fund, ha dichiarato: “Per la sanità si passa da 9 a 18 miliardi. É un primo passo molto importante nella direzione giusta. Si ricomincia ad investire sul serio sulla cosa più preziosa che abbiamo: il nostro Servizio Sanitario Nazionale”. Incredibile, verrebbe da dire, dei soldi investiti invece che tagliati e basta nella sanità! È solo servita una pandemia con quasi 82.000 morti (ufficiali) per spendere alcuni miliardi (9 su 209!) in una sanità che viene da decenni di privatizazzioni e chiusure di strutture!

Altra lacuna, ormai strutturale grazie allo sfondamento di Confindustria, Amazon e compari, è il discorso sulla sicurezza nei posti di lavoro, dove si è prodotta una situazione di indifferenza quasi totale verso la facilità con cui nella seconda ondata sono ripresi i focolai sui posti di lavoro, a fronte della chiusura totale di altri molto più gestibili e molto più significativi nel mantenimento di livelli minimi di vita sociale, vedi musei, teatri e cinema. Siamo così al paradosso per cui, sotto la scure dei prossimi sicuri licenziamenti di massa che seguiranno allo sblocco di marzo – argomento di cui abbiamo parlato a inizio anno e su cui ritorneremo in uno dei nostri prossimi articoli – i ritmi e gli orari di lavoro stanno mediamente aumentando, con punte anche di 12 ore al giorno (come denuncia il Si Cobas, avendo lanciato uno sciopero, alla Tintoria Fada a Prato, dove è prassi comune il turno di 12 ore per 7 giorni la settimana!), il tutto alla faccia degli annunciati controlli e del bene del popolino che il presidente Conte ci ha sempre assicurato di garantire.

 

Un nuovo decreto e un Dpcm: come il governo corre ai ripari

Di fronte alla situazione quasi ancora una volta fuori controllo, il governo ha emanato giovedì un nuovo decreto-legge volto ad aggiornare le misure generali contro la pandemia. Vediamone in sintesi i contenuti:

1. La situazione di emergenza, che permette misure speciali rispetto a quelle permesse ordinariamente al governo, è prorogata fino al 30 aprile 2021;

2. Dal 16 gennaio 2021 al 15 febbraio 2021, sull’intero territorio nazionale è vietato ogni spostamento in entrata e in uscita tra i territori di diverse regioni, con le eccezioni già in vigore. Insomma, per un mese ancora rimane questa restrizione che “rinforza” anche le zone gialle;

3. Sono estesi a tutto il territorio nazionale, come nel periodo natalizio, i restringimenti riguardanti le visite ad abitazioni private;

4. È prevista l’istituzione di “regioni bianche” “ove nel relativo territorio si manifesti una incidenza settimanale dei contagi, per tre settimane consecutive, inferiore a 50 casi ogni 100.000 abitanti”: in queste regioni, verranno a cadere le altre restrizioni, salvo quelle relative alla distanza sociale e all’uso della mascherina nei luoghi pubblici

5. Sono previste diverse disposizioni pratiche al fine di dare corpo al piano strategico vaccinale già formulato dal Ministero della Salute;

6. Sono rinviati i termini relativi alle elezioni già previste per il 2021, così come (di 4 mesi) quelli relativi a permessi e titoli di soggiorno.

Si prolunga di un mese, dunque, la situazione di restrizioni aumentate che ha caratterizzato il “decreto Natale”, nella speranza che la seconda metà di febbraio possa vedere un passaggio della maggior parte delle regioni a un rischio basso e allo status “giallo” o “bianco” – risultato che evidentemente non può essere garantito da questo tipo di misure, visto il “successo” del decreto Natale stesso.

Ciò che cambia col nuovo Dpcm, in sintesi, è la riapertura (con limiti) di musei e mostre, la soglia minima del 50% (e massima del 75%) di studenti che seguano lezioni fisiche a scuola, mentre si conferma la chiusura di bar e ristoranti al pubblico dopo le 18. A sua integrazione, il Ministro Speranza ha emenato quattro ordinanze che prevedono aggiornamenti della regolazione dei viaggi da e per l’estero (con il blocco, ad esempio, dei viaggi da e per il Brasile) e che aggiornano in questo modo l’insieme dei “colori” delle regioni, a partire da domani:
area
gialla: Campania, Basilicata, Molise, Provincia autonoma di Trento, Sardegna, Toscana;

area arancione: Abruzzo, Calabria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Veneto, Piemonte, Puglia,Umbria, Valle d’Aosta;

area rossa: Lombardia, Provincia Autonoma di Bolzano, Sicilia.

 

Il piano vaccinale: l”’arma segreta”… spuntata

Effettivamente, in base alle sole misure dei recenti decreti, non è assolutamente garantito che la seconda ondata di esaurisca in tempi brevi. Ciò che ha permesso al governo di prospettare scenari ottimistici è l’approvazione anche dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), dopo quella europea (EMA), dei vaccini Astra Zeneca, Comirnaty di BioNtech e Pfizer, e Moderna. A fronte di alcune differenze nelle norme di conservazione e somministrazione (il Moderna indica l’età minima dei vaccinandi a 18 anni, mentre il Comirnaty 16), il sistema sanitario italiano è passato da uno scenario di penuria che poteva potenzialmente bloccare il piano vaccinale, nella corsa mondiale all’accaparramento delle prime dosi, a disporre di milioni di dosi… con prezzi che si alzano per via dell’aumento della domanda dei vaccini, attualmente perlopiù brevettati da grandi aziende farmaceutiche private che non hanno dimenticato neanche sotto pandemia che il loro primo scopo è quello di fare profitti e garantire dividendi ai loro azionisti. La gratuità del vaccino non significa, dunque, che tramite tasse ed imposte i lavoratori e la popolazione povera non stiano pagando anche stavolta un piano salato.

Lo scenario di somministrazione del vaccino, nonostante ci sia stato un anno di tempo per prepararsi a questa fase di gestione della pandemia, è risultato da subito più disorganizzato del previsto e lento rispetto alle possibilità tecniche e alle dosi in dotazione e, nonostante ciò, l’Italia è tra i primissimi paesi europei per numero di vaccinati! Questo dice molto sulle capacità dell’Unione Europea di affrontare con un certo grado di efficienza e di coordinamento una campagna che ormai non è più imprevista ed emergenziale. Si verificano, infatti, casi di gestione grossolana delle dosi, come quello delle 800 dosi di vaccino Moderna conservate per una notte in una cella frigorifera guasta nell’ospedale di Forlì – dunque da buttare – a fronte delle poche migliaia che erano disponibili in tutta l’Emilia-Romagna.

È da tenere in conto, inoltre, che il vaccino non è immediatamente efficace: quello Pfizer, ad esempio, richiede una iniezione di richiamo a 21 giorni dalla prima, più qualche altre giorno perché sia pienamente attivo. Ciò significa che i primissimi effetti saranno riscontrabili a febbraio, e non prima: se teniamo conto che, appunto, la campagna non procede alla massima velocità (attualmente le regioni che hanno inoculato almeno l’80% delle dosi ricevute sono solo Campania ed Emilia-Romagna), che il dato di oggi è fermo a 1 milione ed 85mila vaccinati (quasi tutti ancora da richiamare), la famosa “immunità di gregge” (stimata dal governo come raggiunta col 70% della popolazione vaccinata) è questione di mesi, e non di settimane. La stessa scansione del piano vaccinale italiano in 4 fasi dà l’idea che il 2021 non potrà essere in nessun caso l’anno in cui il virus sarà già un ricordo lontano, tenendo conto della sua diffusione massiccia a livello mondiale, e dell’arretratezza della risposta sanitaria e vaccinale, profondamente distorta e depotenziata dallo strapotere di poche grandi aziende sanitario-farmaceutiche private, specie per quanto riguarda la produzione e la distribuzione del vaccino.

C’è da tenere conto che, specie a fronte della rapidità eccezionale, senza precedenti nella storia della medicina moderna (che d’altronde non aveva mai avuto un tale apparato logistico e tecnologico mondiale a disposizione), della produzione dei vaccini anti Covid-19, le valutazioni, anche nel governo italiano, per cui la stragrande maggioranza della popolazione vorrà vaccinarsi, sono appunto stime che ancora non si sono verificate sul campo: quale prezzo politico si pagherà quest’anno per via della polarizzazione tra difensori fanatici della “Scienza” idealizzata, separata da ogni considerazione e legame sociale, e alfieri di una linea dura no mask/no vax?

Un problema speculare a quello dei paesi più poveri, dove invece la questione rimane quella della probabile penuria di dosi vaccinali per un periodo pericolosamente lungo, dato che il virus non si fa certo influenzare dalla propaganda sovranista e non si fa fermare dalle barriere nazionali.

Giacomo Turci