Il 21 gennaio 1921, proprio cento anni fa, nasceva il Partito Comunista d’Italia, sezione dell’Internazionale Comunista, come scissione del Partito Socialista Italiano, che aveva fallito la prova dell’ascesa rivoluzionaria della classe operaia durante il Biennio Rosso. Ricostruiamo brevemente le radici e le premesse della fondazione del PCd’I.


La Grande Guerra e il tradimento della socialdemocrazia: le radici della rottura tra riformisti e rivoluzionari

Il Partito Comunista d’Italia, riferimento da allora in poi per chiunque si dichiari comunista nel nostro paese, nacque il 21 gennaio 1921. Il fatto che nascesse in primo luogo per stabilire finalmente una sezione italiana della giovane Internazionale Comunista, ci ricorda che il grande processo politico che portò anche alla fondazione del PCd’I comincia quasi sette anni prima, il 4 agosto 1914, quando il più forte partito operaio del mondo, faro per i socialisti di tutto il globo, il Partito Socialdemocratico tedesco, vota i crediti di guerra e si schiera dunque con i capitalisti e l’imperatore tedesco nella Prima Guerra Mondiale, con la parola d’ordine della difesa della patria, rompendo ogni vincolo di politica comune e di solidarietà internazionale della classe lavoratrice.

Seppure una minoranza netta della vecchia Internazionale Socialista prese in breve tempo una posizione coerente di rigetto della guerra e di preparazione della rivoluzione per mettervi fine, il successo clamoroso dei bolscevichi russi nel guadagnare alle proprie posizioni la maggioranza degli operai e dei contadini del vecchio impero zarista diede un prestigio enorme alle ali rivoluzionarie che avevano iniziato, con limiti e tempi diversi, la loro lotta contro l’apparato riformista che aveva avuto la meglio nei partiti socialisti.

 

Prima del Pcd’I: la prova della guerra e del Biennio Rosso

Anche in Italia, la formazione di un’ala rivoluzionaria che cercava di fare sue le lezioni della rivoluzione russa non fu un processo immediato e lineare.

Il PSI stesso, nel suo complesso, è il risultato dello sbocco politico di decenni di lotte dei salariati, della loro auto-organizzazione e soggettività politica, che passa spesso per la formazione di gruppi e partiti locali che, nel 1892, si riuniscono perlopiù nel PSI, che trova a sinistra per decenni la forte competizione del movimento anarchico, sia in campo politico-partitico sia in campo sindacale. È molto meno il risultato di una diffusione ampia e profonda delle idee del marxismo: essa è già difficoltosa e limitata in paesi dove lo sforzo della sua diffusione è notevole, come la Russia, e nella stessa Germania sconta un radicamento delle idee riformiste di Ferdinand Lassalle, formidabile organizzatore e agitatore socialista, fondatore della Allgemeiner Deutscher Arbeiterverein (Associazione Generale dei Lavoratori Tedeschi), che fu insieme alla Sozialdemokratische Arbeiterpartei Deutschlands (Partito Socialdemocratico Operaio di Germania), partito che nasceva con un’influenza più diretta degli stessi Marx ed Engels, la matrice del grande partito socialdemocratico tedesco. È significativo che gli avvertimenti di Marx contro l’apertura al socialismo riformista, pubblicati come Critica del Programma di Gotha, rimasero inaccessibili ai militanti tedeschi dal 1875, quando furono scritti, al 1891!

In Italia, il pensatore che più aveva fatto proprie le idee marxiste, il filosofo Antonio Labriola, è una figura marginale nel partito e non riesce a creare una più vasta area convintamente marxista e rivoluzionaria. Hanno molta più influenza figure che provengono da esperienze anarchica, adattandosi però alla crescente moda filo-riformista, come il leggendario fondatore del PSI Andrea Costa.

Sono personaggi nati verso la fine dell’Ottocento, come Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci, a diffondere più organicamente il marxismo nel nostro paese. Non è un caso, dunque, che questi militanti, cresciuti dentro la militanza del movimento operaio e del PSI, diventino gli alleati di Lenin, Trotsky e di quei bolscevichi che lanciarono al mondo la sfida della costruzione di un partito internazionale della rivoluzione socialista, e non di una impraticabile via pacifica e riformista al socialismo.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, dunque, l’affermazione di posizioni rivoluzionarie più vicine al marxismo nel corpo del PSI è un processo ancora molto parziale, perlopiù confinato nelle federazioni giovanili di partito.

Il PSI, di fronte all’astensione dal conflitto per un anno da parte dell’Italia, e poi alla sua entrata dalla parte della Triplice Intesa, adotta una posizione passiva con lo slogan “né aderire, né sabotare”, che sul piano politico lascia campo libero al governo e ai partiti borghesi. La pressione a sostenere la guerra è forte, tanto che una figura allora di primo piano del partito come Benito Mussolini, direttore dell’Avanti!, giornale del partito, assume una posizione interventista che lo porterà ad essere espulso e a diventare in brevissimo tempo un’agente reazionario dei capitalisti, assumendo un ruolo dirigente in quello che nel Dopoguerra diventerà il movimento fascista. Lo stesso Gramsci, in un tentativo di fluidificare il dibattito sulla politica verso la guerra, assume una posizione che pone giustamente il compito di prepararsi praticamente ad assumere un ruolo dirigente in una prossima fase rivoluzionaria, ma che non reclama apertamente la pace immediata, come fanno Bordiga in Italia e Lenin in Russia.

Il 1917 è l’anno della disfatta di Caporetto: due anni di durissima guerra di trincea e l’influenza crescente delle idee rivoluzionarie (la rivoluzione russa è già un fenomeno noto in tutta Europa, e la battaglia termina pochi giorni dopo la presa del Palazzo d’Inverno a Pietrogrado, in Russia) portano al rigetto in massa della fanteria italiana di mantenere la linea e farsi massacrare per una causa che non è la loro. È soltanto in questo anno, ad agosto, che si forma la prima componente organizzata apertamente rivoluzionaria e contrapposta all’apparato burocratico riformista che domina il PSI e la CGL (senza la i, che verrà aggiunta nel Dopoguerra): è la Frazione Intransigente Rivoluzionaria (FIR) di Amadeo Bordiga, forte di un vasto consenso tra i giovani e nella federazione di Napoli, dove vive. In quello stesso anno, una mozione congressuale contro la formula “né aderire né sabotare”, promossa dalla FIR, guadagna 14.000 voti contro i 17.000 della maggioranza. La frazione prenderà poi il nome di Frazione Comunista Astensionista – caratterizzandosi per un’enfasi estrema sulla necessità di prepararsi alla rivoluzione lasciando da parte terreni come quello elettorale – e, su spinta dei primi due Congressi dell’Internazionale, si fonderà con altre componenti di sinistra di partito pochissimo tempo prima del Congresso del PSI del 1921. Una di queste componenti è proprio quella dei socialisti torinesi, riuniti dal 1° maggio 1919 attorno alla rivista L’Ordine nuovo, di cui la figura eminente è quella di Antonio Gramsci, giovane emigrato sardo di origini albanesi.

Il gruppo torinese è quello che più di tutti si lega all’esperienza degli imponenti scioperi, e delle occupazioni delle fabbriche nel settembre 1920, che caratterizzarono la ripresa del movimento operaio nel Dopoguerra, nota come Biennio Rosso. Un periodo in cui le promesse non mantenute alla massa di soldati-contadini e l’immediata ripresa della politica imperialista italiana con l’occupazione dell’Albania scatenano cicli di lotta politica radicale e di larga portata, rompendo la pace sociale che l’apparato riformista del PSI e della CGL contribuivano a mantenere con la loro larga influenza. I dirigenti dell’ala destra del PSI, forti del 32.4% dei voti con le prime elezioni proporzionali a suffragio maschile universale nel 1919, sono convinti che i tentativi di abbattere la dittatura dei capitalisti con metodi rivoluzionari siano solo vanità, e si rifiutano sistematicamente di assumere un ruolo dirigente nei processi di auto-organizzazione della classe operaia che vanno in quella direzione. È così che i consigli di fabbrica, organismi analoghi ai soviet operai russi, sono appoggiati apertamente, e resi campo di lotta politica per un’evoluzione in senso rivoluzionario, solo dal gruppo torinese dell’Ordine nuovo: sono isolati e sconfitti così prima il poderoso sciopero delle lancette nato a Torino (per via dell’introduzione dell’ora legale) e poi l’occupazione di svariate fabbriche nel nord Italia a seguito di una serrata generalizzata da parte degli industriali, messa in campo per stroncare l’ondata di scioperi concentrata tra i metalmeccanici. Proprio nel momento storico in cui la classe operaia italiana era più disposta non solo a scioperare ma a condurre fino in fondo la proprio lotta contro i capitalisti, il partito che ne costituiva la direzione politica la lasciò a sé stessa.

Più tardi, sul fallimento di quell’ascesa rivoluzionaria, Gramsci scrisse:

Come classe, gli operai italiani che occuparono le fabbriche si dimostrarono all’altezza dei loro compiti e delle loro funzioni. Tutti i problemi che le necessità del movimento posero loro da risolvere furono brillantemente risolti. Non poterono risolvere i problemi dei rifornimenti e delle comunicazioni perché non furono occupate le ferrovie e la flotta. Non poterono risolvere i problemi finanziari perché non furono occupati gli istituti di credito e le aziende commerciali. Non poterono risolvere i grandi problemi nazionali e internazionali, perché non conquistarono il potere di Stato. Questi problemi avrebbero dovuto essere affrontati dal Partito socialista e dai sindacati che invece capitolarono vergognosamente, pretestando l’immaturità delle masse; in realtà i dirigenti erano immaturi e incapaci, non la classe. Perciò avvenne la rottura di Livorno e si creò un nuovo partito, il Partito comunista [in L’Unità, Ancora delle capacità organiche della classe operaia (articolo non firmato), 1º ottobre 1926].

È in questo contesto che si tiene il XVI Congresso del PSI, il 5-8 ottobre 1919 a Bologna, dove si formalizzano le correnti esistenti: un’ala destra riformista, capeggiata dal segretario Lazzari e da Filippo Turati; una maggioranza “massimalista” favorevole all’adesione alla neonata Internazionale Comunista; l’ala sinistra capeggiata da Bordiga. Le ultime due mozioni si differenziavano principalmente per l’adesione o meno alla politica elettorale e per l’atteggiamento – passivo quello dei massimalisti di Serrati, attivo quello dei bordighiani – verso i compiti della direzione della rivoluzione in Italia, su esempio di quella russa.

 

La nascita del PCd’I

La distanza sostanziale fra i massimalisti e coloro che costituiranno poi la frazione comunista al XVII Congresso del PSI è riassumibile in una commento di Angelo Tasca, tra i fondatori del partito comunista, poi passato a posizioni socialdemocratiche, tra i più lucidi commentatori del periodo fascista:

Il partito continua a ubriacarsi di parole, a redigere sulla carta dei progetti di Soviet, abbandonando a se stesse le commissioni di fabbrica nel Nord e i contadini affamati di terra nel Mezzogiorno [Nascita e avvento del fascismo. L’Italia dal 1918 al 1922, volume I, Laterza, Bari 1967, p. 96].

È la maggioranza massimalista serratiana che, nel 1920, pur avendo una salda maggioranza e l’appoggio della sinistra in caso di un tentativo rivoluzionario sull’esempio della Russia, si ostina a mantenere intatto l’apparato di funzionari di partito e capi sindacali su cui l’ala destra può contare e che ne costituiscono la vera forza, a fronte della scarsissima influenza ideologica che ha in quel momento fra i ranghi del partito e dell’avanguardia della classe lavoratrice in generale. Quando il segretario della CGL Ludovico D’Aragona pone provocatoriamente l’alternativa tra presa del potere o riflusso ai capi del PSI, la loro declamata sintonia con i bolscevichi evapora. È proprio per questo che l’Internazionale Comunista si orienta ad appoggiare l’unificazione delle correnti di sinistra perché spingano per la formazione di una vera sezione italiana, coerente con l’obiettivo di estendere la rivoluzione socialista nel nostro paese in solidarietà con gli operai e i contadini sovietici.

È così che varie componenti di sinistra del PSI tengono un convegno il 28-29 novembre a Imola per fondersi in un’unica frazione comunista. Il contesto è tragico: ha già iniziato a imperversare lo squadrismo, sempre più concentrato in un’unica organizzazione fascista con a capo Mussolini, e la stessa “fortezza” di Bologna non è sicura per tenere riunioni di quel tipo, che già necessitano di un apparato di autodifesa né piccolo né improvvisato.

Il XVII Congresso, tenutosi a Livorno al Teatro Goldoni fra il 15 e il 21 gennaio 1921, vede però una seconda vittoria dei massimalisti (o “comunisti unitari” – mozione “di Firenze”), che ottengono circa 100.000 voti, a fronte dei 58.000 dei “comunisti puri” (mozione “di Imola”) e dei 15.000 dei riformisti (o “concentrazionisti” – mozione “di Reggio Emilia). Avendo chiesto conferma all’Internazionale, non disponendo della maggioranza, i delegati della sinistra abbandonano il congresso socialista spostandosi in massa, al canto de L’internazionale, nel teatro San Marco, dove dichiarano la fondazione del Partito Comunista d’Italia, sezione dell’Internazionale Comunista, riservando la presidenza congressuale all’inviato dell’Internazionale Christo Kabakčiev. I socialisti votano una mozione unitaria, convincendo l’ala destra a “lasciar correre”, in cui si confermava l’adesione del PSI all’Internazionale Comunista «accettandone senza riserva i principî ed il metodo», e si protestava contro la dichiarazione di esclusione emessa dal rappresentante del Comitato Esecutivo «sulla base di un dissenso di valutazione ambientale e contingente che poteva e doveva essere eliminato con opera di amichevole chiarimento e di fraterna intesa», concentrando la responsabilità della scissione tutta nella figura di Kabakčiev. I comunisti, nel frattempo, il 27 gennaio incassavano, con il congresso di Firenze, l’adesione del 90% della giovanile socialista al partito, col nuovo nome di Federazione Giovanile Comunista Italiana. Rispetto ai voti congressuali, però, registrano una flessione degli iscritti non trascurabile.

La lotta per la conquista diretta della maggioranza nel PSI era persa, il Biennio Rosso era passato e lo squadrismo fascista era in piena ascesa: il PCd’I partiva da delle premesse molto difficili non solo per vincere, ma anche soltanto per costruirsi e resistere nel tempo. Per approfondire ciò che successe nei due anni successivi alla sua fondazione, invitiamo tutti e tutte a contattarci presso i nostri social o la mail redazione@lavocedellelotte.it per partecipare al seminario che terremo domenica 7 febbraio dalle 14.30 su zoom.

 

Giacomo Turci