Due settimane fa, l’uscita di Italia Viva dal governo ha provocato una crisi apparentemente risolta da un voto di fiducia in parlamento, ma oggi Conte si è dimesso e il presidente Mattarella ha aperto le consultazioni per formare un nuovo governo.


La crisi di governo aperta da Italia Viva, il partitino liberale di Matteo Renzi, sembrava rientrata da giorni grazie a un voto di fiducia che, seppur con un margine ristretto al Senato, permetteva al governo di continuare la sua opera. Pur senza un successivo momento formale di sfiducia o di bocciatura di una singola proposta del governo in parlamento, la situazione instabile lo è evidentemente troppo, e i partiti di governo, come Conte stesso, non se la sono sentita di continuare con il Conte bis, che gode ancora di un ampio consenso popolare – l’80% dell’elettorato, dicono i sondaggi, preferirebbe non andare alle urne ora -, ma che risulta estremamente fragile nel gioco dei partiti e delle pressioni che la classe dominante e le sue diverse frazioni esercitano sullo Stato. Si conferma ciò che scrivevamo due settimane fa:

la gestione dei fondi europei mette in concorrenza diversi settori della classe dominante e della società intera – dai banchieri giù giù fino alla burocrazia sindacale e ai bottegai – e potenzialmente apre uno scenario di “guerra di movimento” tra le varie fazioni di capitalisti e dunque fra i loro partiti.

Insomma, c’è una contraddizione ancora tutta da risolvere fra la retorica del governo attuale, e certe sue politiche di contrappesi e misurette omeopatiche di fronte alla grave situazione socio-economica di una fascia crescente della popolazione, e un’alternativa ancora più apertamente filo-Confindustria, filo-UE e contro i lavoratori. Quest’ultima, reclamata a gran voce da Italia Viva, è appunto una direzione verso la quale molti capitalisti spingono apertamente, senza usare mezzi termini, e dunque non può essere ignorata semplicemente perché il loro partito più deciso è oggi irrilevante.

 

Consultazioni in corso: quali scenari possibili?

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è ora tenuto a consultare le forze parlamentari e a verificare la fattibilità di un nuovo governo, mancando il quale, sarebbe costretto a sciogliere le Camere e a indire nuove elezioni. Una scelta, quest’ultima, che non sarà più possibile fra pochi mesi, quando entreremo nell’ultimo semestre della presidenza di Mattarella (detto “semestre bianco”) nel quale non è permesso anticipare le elezioni rispetto al termine naturale della legislatura.

Gli attuali partiti di governo vedono il pericolo di entrare in tale semestre bianco senza una minima stabilità della loro fiducia in Parlamento: quest’ultimo sarebbe in ogni caso costretto a mantenere un governo, anche formandone uno nuovo “di scopo”, ma non potrebbe più minacciare la sfiducia per andare alle elezioni. Una situazione che potrebbe generare scenari di stallo fra i partiti e di “ingovernabilità” dal punto di vista degli affari del grande capitale. È per questo che si preferisce tentare un rilancio dove o la va o la spacca, rischiando anche le elezioni immediate. In questo senso, viste le dichiarazioni finora emanate dai partiti, che riportiamo di seguito, non cambiano gli scenari che avevamo ipotizzato:

un centrodestra tornato al “buon senso istituzionale”, un rinnovato asse PD+M5S ancora più neoliberale nonostante i richiami a un inesistente “progressismo” anti-destra… o soluzioni intermedie, di transizione, con interventi più diretti, “tecnici”, di esponenti del grande capitale e delle banche.

Ciò che si è chiarito ulteriormente, in queste due settimane, è che né il PD né il M5S hanno intenzione di proporre loro dirigenti come nuovo presidente del consiglio: o Conte, o nessuno dei nostri.

In questo senso, il segretario del PD Zingaretti, nella sua relazione al partito approvata all’unanimità dal gruppo dirigente, ha affermato:

Non abbiamo mai voluto o auspicato elezioni politiche anticipate e non le vogliamo ora. Non esiste partito politico che da agosto 2019 si è caricato sulle proprie spalle l’onere di portare a compimento la legislatura garantendo un adeguato livello di governo. Per questo hanno fatto bene coloro che in questi giorni, dopo l’apertura della crisi al buio, hanno segnalato questo pericolo, perché esso è reale. Segnalare per la strada il pericolo di una buca è l’esatto opposto della volontà di volerci finire dentro. Il danno si compie se si nega l’esistenza di un pericolo e visto che la destra chiede e punta alle elezioni, se non si trova una soluzione su un compromesso accettabile e autorevole il rischio si concretizza. Per questo motivo anche in queste ore siamo impegnati nel tentativo di dare vita a un governo nuovo, autorevole e riformista dove pesi il ruolo del PD.

Zingaretti aveva già espresso su Twitter il suo appoggio a Conte come unico possibile asse per dare continuità alle politiche “riformiste” e “progressiste” dell’attuale governo senza, peraltro, porre veti a una ricomposizione con Italia Viva.

Da parte dei dirigenti di quest’ultimo partito, con un certo successo nel creare scompiglio, si sono immediatamente fatte aperture a un premier proveniente dal M5S, nominando esplicitamente Luigi Di Maio, ora Ministro degli Esteri, che ha replicato:

Tirano in ballo il mio nome col chiaro intento di mettermi contro il presidente Conte. Sanno benissimo che sto lavorando al fianco con lui, con la massima lealtà, per trovare una soluzione a questa inspiegabile crisi.

Varie dichiarazioni forali e informali del M5S puntano tutte al loro compattamento, in effetti, dietro l’attuale premier, senza la volontà di sostituirlo rischiando il caos dentro il partito stesso. Lo ha confermato anche Vito Crimi, incaricato dal M5S di salire al Colle.

Tutte le dichiarazioni di oggi e dei giorni scorsi, da parte del centrodestra, puntano alle elezioni subito: se Italia Viva ha ribadito in giornata che ancora non ci sono numeri più favorevoli per sostenere un Conte ter, Meloni e Salvini spingono questo argomento fino a invocare le elezioni come unico possibile sblocco della crisi. Ciò che lascia dubbi nei due leader della destra è un possibile ribaltone di Forza Italia, che ha ancora un peso parlamentare non del tutto marginale ora come ora, il quale però rischia di incrinare seriamente un sistema di alleanze e di potere che ha portato i tre partiti di destra a governa la stragrande maggioranza delle regioni.

In direzione contraria lavorano intanto il PD e il M5S: un primo risultato è la creazione, con transfughi del M5S e altri del gruppo misto, di un nuovo gruppo di senatori “Europeisti Maie Centro democratico”, che possa fare da ritrovo per altri parlamentari di centrodestra che volessero tenere in piedi il governo. Il tentativo è stato replicato alla Camera, ma per ora senza accumulare i numeri sufficienti per dichiarare un nuovo gruppo “fedele”.

Ciò che rimane chiaro, in questa crisi per nulla risolta, è che i fondi del MES non aspettano, così come le multinazionali vincitrici nella crisi pandemica, con Confindustria al loro fianco, esigono il loro premio, consistente in una politica di precarizzazione del lavoro, privatizzazioni e aiuti alle imprese in grande stile, per rilanciare “l’economia”, cioè i loro profitti, ora che la tappa di crisi sanitaria più acuta e di quarantena sembra poter finalmente allontanarsi. La competizione tra giganti dell’economia e tra Stati nell’occupare i migliori posti possibili della lotta economica e politica post-emergenza richiede un esecutivo “responsabile” che assicuri “governabilità”, al di là delle chiacchiere di “progressismo”, se fosse centrato sul PD, o di “sovranità nazionale”, se si reggesse sull’asse Lega-Fratelli d’Italia.

È certo che i due governi Conte non sono stati assolutamente una anomalia o, nel caso del secondo, una svolta a sinistra: fasciarsi la testa per un prossimo governo “turbo-capitalista”, “fascista” (nel caso di vittoria del centrodestra) o comunque “molto peggiore di quello attuale”, ci fa chiedere in quale paese abbia vissuto, negli ultimi tre anni, chi a sinistra lascia anche solo mezzo spiraglio di appoggio all’attuale governo Conte rispetto ai suoi possibili sostituti. La situazione è grave, ma da tutt’altro punto di vista: a parte sussulti per ora molto limitati nei numeri e spesso nella qualità delle rivendicazioni, non c’è una risposta della classe lavoratrice alla gestione confindustriale della crisi. Questa mancata forza contrapposta fa sì che lo scenario politico sia spinto irresistibilmente verso una continuazione e un peggioramento delle politiche anti-operaie e, anzi, incapaci ormai di proteggere qualsiasi strato sociale che non sia l’1% più ricco della popolazione. Chi vuole andare al governo oggi non può sottrarsi a questa dinamica di portata mondiale, che in Italia ha incontrato una situazione precedente già fragile e con ancor meno margini di manovra nell’economia politica statale.

Lo sciopero chiamato su tutto il territorio nazionale da SI Cobas e Slai Cobas, rilanciato dall’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi per questo venerdì, sulla base di alcune rivendicazioni unificanti che toccano questioni centrali della crisi in corso, è un esempio di possibile controtendenza che purtroppo raccoglierà adesioni molto limitate. Abbiamo bisogno che nuovi settori di lavoratori e lavoratrici, a partire dai settori più strategici e “pesanti” dell’industria, riprendano la mobilitazione e la lotta contro i licenziamenti che riprenderanno alla grande da marzo, contro i CCNL bloccati, per la sicurezza al lavoro e nei luoghi pubblici, contro la precarizzazione selvaggia e in generale la cura confindustriale alla crisi pandemica che il governo Conte non ha osteggiato, ma favorito.

 

Giacomo Turci