A seguito di un crescendo di prese di posizioni ostili alle scelte del governo Conte, Matteo Renzi e il suo partito Italia Viva sono usciti dal governo, con le dimissioni delle ministre Bellanova e Bonetti e del vicesegretario Scalfarotto. Conte è già salito al Quirinale e ora deve cercare una nuova maggioranza in Parlamento. Quali possibili scenari per questa crisi?


La crisi di governo: quali sono i motivi per aprirla ora?

Il partito Italia Viva, guidato da Matteo Renzi e nato da una scissione del PD nel settembre 2019, ha aperto ieri una crisi di governo ritirando le ministre Teresa Bellanova (Agricoltura) e Elena Bonetti (Famiglia), e il vicesegretario Ivan Scalfarotto (Esteri). Nel pieno della seconda ondata del Coronavirus nel nostro paese, questa mossa della piccola (data nei sondaggi al 3%) formazione liberale ha scatenato da subito uno scenario di instabilità, richiamando anche i vecchi fantasmi del rialzo dello spread dei titoli pubblici – il ministro dell’economia Gualteri si è già lamentato di un rialzo costato circa 8 milioni di euro in poche ore.

Italia Viva, però, è stata proprio una delle forze trainanti nella formazione del governo Conte bis, e dunque del passaggio della Lega all’opposizione e della dinamica che potrebbe portare su scala nazionale a un fronte “progressista” PD-M5S (più soci minori, come IV) contrapposto al rinato centrodestra. Perché, dunque, ritirarsi dal governo, accelerando e approfondendo il proprio scontro con Conte, M5S e PD, e rischiando un voto dove non c’è garanzia né di un buon risultato, né tanto meno di un ritorno al governo?

La decisione di Renzi è soci è senz’altro un colpo netto, a fronte dei negoziati ancora in corso con il governo circa le priorità, i ruoli e le voci di spesa in quella che è la singola materia politica più importante del resto della legislatura, ovvero la gestione dei fondi europei Next Generation EU, 209 miliardi utilizzabili nei prossimi anni come salvagente per la crisi pandemica mondiale, dove quella italiana è una delle economie più severamente colpite, specie tenendo conto della situazione sanitaria che è finora fra le più gravi del pianeta.

In sostanza, Renzi e i suoi (30 deputati e 18 senatori) rompono col governo perché lamentano una politica, da parte del governo e di Conte in particolare, per loro inaccettabile sulla gestione dei fondi, e in generale una politica “immobile” rispetto ad alcune misure prioritarie e urgenti.

La luna di miele del presidente Conte “padre” e salvatore della patria era finita già da tempo anche per quanto riguarda i rapporti tra i partiti di governo e, anche solo guardando alle ultime settimane, sono in realtà parecchi i temi su cui Renzi e i suoi hanno preso posizioni via via più apertamente ostili al governo, e in particolare a Conte e al M5S: è innegabile che, fintantoché rimane al suo posto, la figura di Conte, per quanto in parte logorata rispetto ad un anno fa, mantiene più ristretti dei margini di manovra politica che sono indispensabili a Renzi per ribaltare gli anni di declino che l’hanno portato dalla scalata al PD al 41% alle europee del 2014, a essere il capo di un partitino liberale quasi inesistente al di fuori del parlamento. Insomma Renzi e i suoi sanno che, senza un cambiamento dello scenario di governo ed elettorale, questa legislatura potrebbe segnare la loro rovina politica. Ma in quali modi?

Da una parte, trovando il PD non disposto a difendere Conte attraverso una qualche politica di rimpasto e di allargamento della maggioranza a settori del gruppo misto e del centrodestra, specie al Senato dove ora di fatto il governo ha bisogno di altri 20 senatori “sicuri” per mantenere la maggioranza, che virtualmente è ancora in piedi alla Camera.

In alternativa, andando alle elezioni anticipate (ma c’è poco tempo, fino a luglio, perché poi si entra nel semestre finale di mandato del presidente Mattarella che non potrà più sciogliere le Camere), possibilmente con una nuova legge elettorale maggioritaria, e non pseudo-proporzionale come quella attuale, con una soglia di sbarramento che mette seriamente in dubbio la sopravvivenza di Italia Viva.

 

Le reazioni alla crisi

Il premier Conte ha accettato immediatamente le dimissioni della pattuglia di IV, arrivategli via mail, commentando che i renziani col loro gesto fanno “un danno al paese”. Nell’atmosfera di assoluta incertezza che si è andata formando nell’arco di 24 ore, Conte ha tenuto al Quirinale un colloquio con Mattarella, assicurando al termine alle 17 che domani affronterà la crisi direttamente in parlamento, cercando una possibile ricomposizione politica per evitare il voto anticipato. In questo è stato subito sostenuto compattamente dal PD e dai suoi ministri, appoggiati dal segretario di partito Zingaretti, che vuole evitare un possibile nuovo governo troppo aperto verso destra, e che ha dichiarato:

Abbiamo chiarito e dobbiamo ribadire che per noi è impensabile qualsiasi collaborazione di governo con la destra italiana, sovranista e nazionalista. Sarebbe un segnale incomprensibile in Italia, ma anche per le cancellerie europee e per l’opinione pubblica democratica europea inaccettabile. Le immagini di Washington ci dicono quanto pericolosa sia quella deriva. Ha vinto Biden. L’Europa sta marciando su una linea di unità e di attivo intervento positivo. Noi non ci possiamo permettere di governare con chi si è identificato con Trump ed ha costantemente manifestato un sentimento anti europeo. Sbagliato dopo vittoria Biden favorire scenari che ridanno fiato come è accaduto con la scelta di Renzi, agli alleati di Trump.

Il ministro Franceschini, sposando la posizione di Zingaretti, ha tenuto un intervento che in realtà coglie una situazione ben più ampia di quella dell’attuale crisi di governo, e cioè di una necessaria maggiore flessibilità nel comporre maggioranze e governi in parlamento, in questa stagione post-bipolare che in parte ricorda quella della Prima Repubblica:

Le maggioranze in un sistema non più bipolare si cercano e si costruiscono in Parlamento, è già avvenuto due volte in questa legislatura, e non c’è niente di male nel dialogare apertamente e alla luce del sole con forze politiche disponibili a sostenere un governo europeista in grado di gestire l’emergenza sanitaria, il recovery e di approvare una legge elettorale su base proporzionale». Lo ha detto Dario Franceschini nel suo intervento all’ufficio politico del Pd in cui ha condiviso appieno la relazione di Zingaretti. E ancora: «In questa legislatura sono nati due governi tra avversari alle elezioni e, in un sistema elettorale come il nostro, avverrà spesso.

I partiti del centrodestra presentano ognuno una posizione oggettiva distinta di fronte alla crisi: Forza Italia ha una quota di democristiani ex-UDC “naturalmente” attirati a sostenere un governo meno nettamente contrapposto al centrodestra, e però è il partito che sposa più apertamente molte delle tesi che hanno caratterizzato l’evoluzione liberale “integralista” di Renzi; Fratelli d’Italia, forte del suo avanzamento elettorale negli ultimi due anni, non ha alcun interesse a interrompere la sua ascesa, basata su un profilo più marcatamente di estrema destra, lepen-trumpiano, che non è così omogeneo nell’insieme del gruppo dirigente e delle politiche della Lega; quest’ultima, infatti, rischia di non occupare nessuna stabile posizione politica e istituzionale a livello nazionale, presa tra un (seppur contraddittorio) consenso liberal-democratico che va dal M5S a Forza Italia, e una marea trumpiana capitalizzata perlopiù dal partito di Giorgia Meloni.

Ciò non toglie che, ad ora, il centrodestra abbia reclamato compatto il confronto di Conte col Parlamento: l’ironia della storia fa sì che gli storici paladini del parlamento debole, del governo forte e dei “pieni poteri”, i nostalgici aperti o dissimulati di Mussolini siano coloro che, ancora più degli altri, dai banchi della loro finora fiacca opposizione al presidenzialismo di Conte reclamano il ruolo principe del Parlamento.

Prevedendo un vertice tra i capi dei tre partiti della coalizione (mentre Berlusconi rimane a Monaco, ricoverato in ospedale per accertamenti), Matteo Salvini ha già dichiarato:

Ho appena parlato con il presidente Mattarella. Gli ho chiesto a nome non solo del centrodestra unito, ma anche di 60 milioni di italiani che non stanno capendo cosa succede, di fare in fretta. Se c’è un governo vorremmo saperlo. O Conte va a dimettersi al Quirinale o va in Parlamento e ci racconta se ha trovato per strada qualche senatore pronto a votargli la fiducia. Noi chiediamo che domani Conte venga in Parlamento a spiegare agli italiani cosa sta succedendo.

È in ogni caso probabile che l’intervento di Conte in Parlamento non si verifichi prima di lunedì prossimo, potendo così sfruttare il fine settimana per la caccia di una nuova maggioranza per un governo Conte ter senza Italia Viva.

 

Perché questa non è solo una “crisi di palazzo”

La crisi di governo, dunque, potrà evolvere in diversi modi nelle prossime ore. Rimane un punto, come quello dello scenario politico-parlamentare fluido sottolineato da Franceschini, che non passerà in secondo piano neanche un po’ anche se Conte ottenesse il migliore risultato per sé: la gestione dei fondi europei mette in concorrenza diversi settori della classe dominante e della società intera – dai banchieri giù giù fino alla burocrazia sindacale e ai bottegai – e potenzialmente apre uno scenario di “guerra di movimento” tra le varie fazioni di capitalisti e dunque fra i loro partiti, al di là anche della fluidità strutturale data dalla fine del bipolarismo italiano. E le singole voci di spesa di questi fondi ci parlano delle alternative politiche su tutti i capitoli di spesa che hanno toccato il dibattito pubblico (prima e) durante la crisi del Coronavirus: non solo quelli legati allo stato sociale e ai settori pubblici strettamente legati alla lotta al virus, con la sanità in testa; ma tutti quei rami economici che anche prima rappresentavano formidabili occasioni di profitto per le aziende tramite fondi pubblici, appalti, concessioni o privatizzazioni vere e proprie. E nelle proposte di Italia Viva si può leggere un’alternativa ancora più apertamente filo-Confindustria, filo-UE e contro i lavoratori di quella rappresentata dal corso del governo Conte.

Renzi e il suo partito non hanno dietro di sé una larga base di consenso, non hanno un partito radicato nella società, ma possono vantare la forza ideologica di posizioni molto più in sintonia con lo sfondamento di Confindustria e di alcuni colossi multinazionali – Amazon su tutti – che rivendicano politiche “renziane” e che non possono che applaudire alle politiche di governo dell’ex-segretario del PD (Jobs Act e lavoro gratuito della Buona Scuola su tutte) e alle sue ricette odierne.

Ciò, in sé, non si riflette immediatamente in un tappeto rosso istituzionale steso di fronte alla mossa audace dei renziani, ma lascia aperta la questione: Confindustria e le aziende vincitrici della crisi pandemica reclamano il proseguimento dell’offensiva contro la classe lavoratrice e contro qualsiasi limite all’accumulazione del loro profitto, a partire dalla piena libertà di licenziare. Chiedono che la crisi sia pagata ancora di più… da chiunque altro, ma non da loro. Se Italia Viva, sfruttando questa “crisi di palazzo”, non potrà incanalare concretamente almeno in parte questa richiesta e questo programma tramite una qualche soluzione elettorale e di governo, può farlo qualcun altro: un centrodestra tornato al “buon senso istituzionale”, un rinnovato asse PD+M5S ancora più neoliberale nonostante i richiami a un inesistente “progressismo” anti-destra… o soluzioni intermedie, di transizione, con interventi più diretti, “tecnici”, di esponenti del grande capitale e delle banche.

Ciò che è certo è che, senza un contrappeso dato dalla lotta della classe lavoratrice, degli sfruttati, tutti questi piani non incontreranno resistenze significative, ed è proprio su questo che contano: che gli effetti della pandemia e delle sconfitte che si stanno accumulando prevalgano ancora per molto tempo. Ma la scena mondiale è piena di esempi, anche nel pieno della pandemia, di lotte di grandi proporzioni che hanno rotto la paura e la passività che pure si erano diffuse nell’ultimo periodo.

È per questo che, nonostante le difficoltà e le dolorose perdite che la seconda ondata di Covid-19 ci sta portando, abbiamo un estremo bisogno di una lotta unitaria di lavoratori e lavoratrici, delle loro organizzazioni, con un programma comune di rivendicazioni perché siano i capitalisti a pagare la crisi.