Lo sblocco dei licenziamenti approvato dal governo Draghi ha inevitabilmente dato il via a numerose procedure di licenziamento collettivo nell’industria e non solo. Le risposte dei lavoratori, a partire da quella degli operai della GKN Driveline di Campi Bisenzio, mettono in luce nuovi limiti e possibilità da cui partire per pensare allo sviluppo della lotta di classe e di una politica anticapitalista della classe lavoratrice nel nostro paese.


Lo sblocco dei licenziamenti segna una nuova fase della lotta di classe in Italia

La revoca del blocco dei licenziamenti, lo scorso luglio, è stato il segnale del governo Draghi a Confindustria e a tutti i padroni nel nostro paese: l’emergenza è ormai passata, o meglio, ora possiamo permetterci di far pagare la doppia crisi (economica e pandemica) interamente ai lavoratori.

Si sono così accumulati tavoli di crisi, con oltre 50.000 posti di lavoro in bilico già solo nei primi giorni, con una prospettiva di chiusure o rimpicciolimento di molti stabilimenti industriali. Questo, senza contare la scadenza di innumerevoli contratti precari, a tempo determinato, non più rinnovati, che non figurano come “licenziamenti”.

Ciò non di meno, Draghi ha potuto verificare che c’è ancora una certa stabilità politica nel paese, puntellata da una campagna mediatica che lo presenta come un “deus ex machina”, ma anche dagli atteggiamenti finto-ribelli di Lega e Fratelli d’Italia. Questi ultimi pregustano già la possibilità di ritornare al governo nazionale come “centrodestra” nel 2023 mentre giocano il ruolo di “opposizione del re” (più Fratelli d’Italia che la Lega, a tutti gli effetti parte del governo). Intanto, la lotta attorno al Green Pass tra i partiti in parlamento è evidentemente poco più di “un gioco di marionette, di pupazzi” (Lenin), utile però a comprovare per l’ennesima volta la subalternità a Confindustria e al governo della grande burocrazia sindacale, incapace di prendere una posizione autonoma da Draghi e Bonomi, nonostante i chiari criteri discriminatori e classista di tale misura.

Le risposte di mobilitazione e lotta operaia, successive allo sblocco dei licenziamenti, sembrano però aver aperto una nuova fase della lotta di classe in Italia, mettendo in luce aspetti interessanti da cui partire per pensare allo sviluppo del conflitto sociale e di una politica anticapitalista con al centro la classe lavoratrice nel nostro paese.

Cerchiamo allora di fare una serie di considerazioni su quello che dovrebbe essere il principale terreno di dibattito ed elaborazione di un piano e un programma di lotta da parte della sinistra di classe. È infatti necessario contrapporre un’alternativa praticabile alla continua subalternità al centro-sinistra, o all’elettoralismo, di fatto strategico, che affligge anche quei settori più in grado di mantenere la propria autonomia dal PD.

 

La GKN e la possibile riscossa operaia

Pure in un quadro variegato di lotte e mobilitazioni, anche piuttosto combattive, che hanno caratterizzato la seconda metà dell’estate, partiamo e ci concentriamo sulla vertenza degli operai e delle operaie della GKN Driveline di Campi Bisenzio (FI), dove circa 500 persone hanno appreso dalla sera alla mattina che la loro fabbrica avrebbe chiuso e che il loro datore di lavoro, il fondo finanziario britannico Melrose, intendeva spostare la produzione altrove. La battaglia di questi lavoratori per tenere aperta la fabbrica e revocare i licenziamenti presenta una serie di aspetti fondamentali per pensare lo sviluppo della lotta di classe in senso stretto – cioè nella sua forma coordinata ed estesa in altri termini: politica e non solo economico-sindacale.

L’importanza della lotta dei lavoratori GKN – iscritti in blocco alla FIOM e in gran parte sostenitori della sinistra CGIL “Riconquistiamo tutto!” – è evidente sotto vari punti di vista. Essa, infatti, fornisce un esempio pratico a tutti gli sfruttati di come l’organizzazione capillare di un sindacato combattivo sul luogo di lavoro, basato sull’assemblea democratica degli operai (il Collettivo di Fabbrica) e sull’indisponibilità ad assumere i criteri padronali (es. la produttività) come norma, possa portare sul piano della lotta dura uno strato largo di lavoratori. In questo modo, inoltre, la fabbrica torna un centro di elaborazione politica non solo per quanto riguarda gli operai, ma tutto il complesso della società: ogni organizzazione, ogni persona in Italia che vede nel capitalismo un sistema marcio e da superare, si è interessata alla GKN.

L’immagine della lotta degli operai GKN si riflette nello specchio degli attuali rapporti di forza in Italia, delle modalità con cui la sinistra di classe si organizza ed opera nel sindacato di di massa, di quanto incidono le organizzazioni rivoluzionarie in Italia. La lotta in GKN assume ulteriore rilevanza proprio per la sua esemplarità, rendendo ancora più evidenti i limiti della realtà in cui si sta sviluppando: limiti che, inevitabilmente, sono anche i suoi.

Proprio alcuni di tali limiti generali sono ciò che interessa brevemente analizzare qui, proprio a partire da come essi hanno agito concretamente nella lotta. Per queste ragioni non si tratterà tanto della vertenza GKN in particolare, di cui molto si è già detto, ma dei problemi generali che tale vertenza pone innanzitutto ai rivoluzionari, sia per quanto riguarda l’intervento sindacale, sia sul versante dell’approccio che le organizzazioni politiche devono assumere davanti a questo genere di lotte.

 

Il sindacato: per una forza materiale contro passività e burocratismo

Il collettivo degli operai GKN è sempre stato chiaro sin dal principio della vertenza: il 12 luglio scorso esce un comunicato in cui si rifiuta la catalogazione dell’affaire GKN come caso specifico – come vorrebbe Bonomi – e dove si legge che chi tratta della GKN come situazione isolata «mette in pericolo tutti i lavoratori di questo paese». Bisogna infatti collocare i licenziamenti in GKN nel quadro della ristrutturazione dell’automotive in Italia, col passaggio da Fiat-Chrysler a Stellantis, fenomeno inerente all’ormai annoso e generale riassetto del capitalismo attraverso l’internazionalizzazione dell’industria e l’implementazione delle catene del valore a tutto vantaggio dei paesi imperialisti più solidi. Non è questo il luogo in cui discutere di questa enorme serie di cause e concause che toccano tutte più o meno indirettamente il fatto dei 500 licenziamenti in GKN, ma una cosa è certa: proprio in virtù del legame della lotta di Campi Bisenzio con l’evoluzione del capitalismo italiano ed internazionale, il collettivo GKN ha ragione nell’asserire che la lotta e l’occupazione della fabbrica è tutta politica. In un comunicato del collettivo di fabbrica dell’11 agosto si legge che

alla Gkn non sono solo in gioco 500 posti di lavoro. Si gioca il nostro futuro. Perché se sfondano lì, in una fabbrica grande, sindacalmente consapevole e organizzata, sfondano dappertutto. Perché quanto accaduto in Gkn è il risultato di decenni di attacchi al mondo del lavoro: in Gkn licenziamenti in tronco, per altri sono stati i contratti precari, lo staff leasing, finte partite Iva e perfino il lavoro in nero. E l’esito della lotta Gkn può aprire la possibilità di rimettere in discussione tutto questo.

Proprio in virtù di questa consapevolezza i lavoratori della GKN hanno articolato la propria lotta in maniera anomala rispetto alle tante ma parcellizzate vertenze contro i licenziamenti ed i riassetti industriali avvenuti in Italia negli ultimi anni: sin dall’inizio gli operai hanno espresso la necessità non solo (e non tanto) di consolidare l’organizzazione dell’occupazione o della solidarietà materiale al loro presidio, tutti elementi ben presenti almeno all’inizio ma che durano tutt’ora, bensì hanno evidenziato il bisogno di allargare la lotta ad altre fabbriche, con tutte le peculiarità del caso e ponendo obiettivi che non prescindessero dai reali rapporti di forza nel paese, ma improntati piuttosto a farli crescere. In un comunicato del collettivo di fabbrica (1/09) si legge che «la solidarietà verso la vertenza Gkn si compone di due piani. C’è una solidarietà “centrale” fatta di risorse che affluiscono al presidio e lo rafforzano. E ce n’è una “periferica”, fatta di realtà politiche, sociali, sindacali che contribuiscono a estendere questa mobilitazione, a “insorgere”».

Il problema sta proprio nelle organizzazioni che dovrebbero contribuire ad estendere la mobilitazione: non si può chiedere infatti agli operai GKN di fare più di quello che stanno facendo, né sarebbe o potrebbe essere loro compito. Dal presidio si pone la necessità dell’estensione della lotta, cosa che per concretizzarsi deve poggiare sulle gambe di una qualche organizzazione che connetta assieme ad esempio i lavoratori combattivi dell’automotive in Italia e del suo indotto, o almeno una parte di essi che possa contribuire ad iniziare un lavoro nelle fabbriche. L’occupazione della GKN è del resto resa possibile dal lungo lavoro fatto dai rappresentanti sindacali particolarmente combattivi presenti nella fabbrica, che hanno reso il sindacato una forza capillarmente organizzata di reparto in reparto, in grado di mettere in questione, ad esempio, i ritmi di lavoro e l’ergonomia, coinvolgendo costante tutti i lavoratori nella discussione.

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Come spiegato spesso dai rappresentanti del collettivo della GKN a partire dagli interventi finali della manifestazione nazionale del luglio scorso a Campi Bisenzio, sarebbe velleitario ed astratto proporre a livello nazionale, ad esempio, l’occupazione immediata degli stabilimenti, cercando di conformare alla realtà organizzata e combattiva della GKN una realtà ben più arretrata a livello nazionale. È però possibile iniziare a lavorare in quella direzione, sfruttando il clamore della lotta in GKN e iniziando a dimostrare ai lavoratori la necessità dell’organizzazione o, nei settori più colpiti, proporre scioperi, come in Stellantis, legata a doppio filo alla GKN e le cui sorti in Italia sono alquanto preoccupanti.

Questo allargamento della lotta non può lasciare tuttavia alcuno spazio ad illusioni spontaneiste o attendiste da parte delle organizzazioni che operano nei sindacati, come in CGIL. Di più, la lotta in GKN mette finalmente alla prova il significato del lavoro politico nei sindacati di massa: si rinuncia a organizzare in maniera combattiva, a politicizzare in senso anticapitalista questi larghi settori concentrati e spesso strategici della classe operaia perché li si valuta “irrecuperabili”, o perché manca una strategia e un metodo di lavoro?

Si prende per dato lo strapotere, passivizzante, delle burocrazie sindacali, o si pensa che sia possibile e doveroso lottare perché anche nei sindacati di massa ci possa essere una base combattiva, che può lottare a un livello superiore a quello aziendale corporativo? Noi pensiamo di sì, e che anzi le consolidate abitudini verticistiche, più o meno apertamente burocratiche, ben diffuse in tutto il sindacalismo, pongano la questione a vari gradi per l’attività sindacale in generale, non solo per quella nei sindacati apertamente concertativi e integrati allo Stato. D’altronde, la stessa CG(I)L degli inizi, quando era un grande sindacato “di base” diretto da militanti socialisti, ha potuto burocratizzarsi!

Al di là dei richiami astratti a questa o quella situazione storica, a questa o quella formula teorica fuori contesto, la difficoltà del rompere la scorza dura della passività imposta dalla burocrazia nei sindacati maggiori, richiede di saperci dare un’orientazione. Stare nei sindacati di massa: senza dubbio! Ma come? Al loro interno è possibile dare vita ad azioni minimamente efficaci per far crescere la coscienza generale dei lavoratori?

Il caso pratico della GKN mostra un punto dirimente: qui, l’organizzazione operaia è il frutto del lavoro di esponenti di valore della sinistra della FIOM che hanno agito in opposizione alla burocrazia CGIL non (solo) nei congressi, non (solo) negli attivi o nei direttivi, ma nella costruzione indipendente del sindacato all’interno della fabbrica. Solo attraverso questa indipendenza pratica, e non unicamente nelle relazioni o negli ODG, prende realisticamente forma una “sinistra CGIL” in grado di emergere come una posizione e una forza materiale alternativa alla linea della burocrazia pseudo-socialdemocratica. Tuttavia, ciò non può avvenire in stabilimenti isolati e basta, magari con storie sindacali tutte particolari, costruendo così bastioni isolati che non possono sperare altro che resistere eroicamente e più a lungo agli assedi del padronato, come rischia di accadere anche in GKN. Né si può pensare che basti portare i rappresentati RSU d’area davanti alla fabbrica colpita di turno: è necessario allargare il conflitto, far evolvere la lotta di classe in senso stretto, cioè generale-politico, non solo sindacal-vertenziale. Questo non è solo un dato di fatto politico, ma è tanto più importante oggi con lo sviluppo di filiere produttive sempre più integrate tra loro ed una concentrazione del capitalismo che avviene attraverso reti orizzontali di diverse imprese, dipendenti di fatto dalla capofila che le coordina: se la produzione tra diverse fabbriche si sincronizza, deve sincronizzarsi pure la lotta, e ciò avviene solo attraverso l’organizzazione. Questa la necessità posta dai lavoratori GKN e a cui non ci pare che la sinistra FIOM-CGIL, come corrente nel suo insieme, stia rispondendo adeguatamente: bisogna capire il perché, se il problema è semplicemente di impostazione e direzione dell’attività sindacale o se, piuttosto, esso sia la conseguenza di un’impossibilità di fatto di stare in CGIL da rivoluzionari.

Che la lotta in GKN non sia la “bacchetta magica” per far risorgere automaticamente il conflitto di classe in Italia è stato evidente sin dalla grande manifestazione del 24 luglio a Campi Bisenzio: in quell’occasione, oltre che dagli operai GKN, il corteo era composto da qualche rappresentanza di RSU di fabbriche combattive, ma la stragrande maggioranza era formata da militanti politici provenienti da tutta Italia e che hanno visto (giustamente) nella GKN una possibilità per la ripresa del conflitto di classe in Italia. La sinistra CGIL – Riconquistiamo tutto! Il sindacato è un’altra cosa – aveva uno spezzone molto contenuto, mentre la maggioranza CGIL e la burocrazia hanno boicottato completamente o quasi il corteo. Non staremo qui a parlare della passerella giornalistica della Re David in quell’occasione, o di quella di Landini, 22 giorni dopo l’inizio della vertenza, quando si è degnato di venire al presidio operaio, senza dire nulla di sostanziale e millantando di aver fatto di tutto per opporsi allo sblocco dei licenziamenti: la burocrazia CGIL mal digerisce una lotta del genere, non ha alcun interesse a che si allarghi, ma di ciò non ci si stupisce. Questo è il suo ruolo sociale e storico: neutralizzare le potenzialità rivoluzionarie del movimento operaio nell’interesse del nemico di classe. Stupisce invece il comportamento della sinistra CGIL. Certo i dirigenti nazionali dell’area, come la compagna Eliana Como, sono molto presenti in GKN e non perdono occasione di segnalare come alle riunioni nazionali del sindacato la GKN e la questione sulle delocalizzazioni non siano nemmeno in ODG: tali riunioni sono tutte impegnate per discussioni (peraltro non proprio “avanzate”) sul green pass, insomma dibattono degli argomenti di cui la borghesia vuole che si dibatta, per gettare fumo negli occhi alla propria base. Non ci si può però scordare della compagna operaia della Basilicata che il 24 luglio ha fatto un intervento, dicendo che il collettivo della GKN dovrebbe divenire il collettivo di tutte le fabbriche, in ogni fabbrica: in questo senso, in che modo la sinistra CGIL sta organizzando i suoi operai in coordinamento? In che modo gli operai di sinistra presenti in Stellantis si stanno muovendo per organizzare, ad esempio, degli scioperi nell’ex Fiat in stretto collegamento con la lotta GKN, senza aspettare un permesso della burocrazia che non verrà mai? Se l’esempio da seguire è la pratica sindacale concreta degli operai GKN, allora non si può sempre stare sulla difensiva o accodarsi, anche se in maniera critica, alle decisioni della burocrazia, quando non del padronato. Tale codismo non può che limitarsi a redigere comunicati sindacali in solidarietà alla GKN come quello congiunto delle RSU Ferrari-Maserati, in cui invece che proporre la lotta in Stellantis, come chiedono i compagni a Campi Bisenzio, si danno consigli di politica industriale al padronato, scrivendo che «come delegati Fiom Maserati di Modena e Ferrari chiediamo che le nostre aziende […] continuino a prendere le forniture dei semiassi dalla GKN». Questo comunicato è speculare ed utile quanto gli ODG proposti nei direttivi FIOM, in cui si propone come linea la nazionalizzazione sotto controllo operaio delle imprese che chiudono, sapendo che verrà sicuramente bocciato, ma salvandosi ugualmente la coscienza, dicendo in giro (a chi?) di avere svolto il proprio ruolo di opposizione…facendosi bocciare un ODG dalla burocrazia. Non che la rivendicazione in sé sia sbagliata, anzi, ma il punto è proprio: quali sono le vie per farla diventare parte del programma del movimento reale, e non un pezzo di carta in una riunione con gli alti funzionari sindacali?

Ad onor del vero il (pessimo) comunicato Maserati-Ferrari è stato composto da operai vicini all’area di opposizione CGIL Le giornate di marzo, ossia del gruppo politico Sinistra Classe Rivoluzione, ma è comunque utile per indicare le estreme conseguenze dell’inazione e e dell’andare con le proprie critiche sempre a rimorchio di burocrati e padroni.

Ora, posto che le lotte (specie quelle di massa) non nascono spontaneamente ma devono essere organizzate, perché la sinistra CGIL non sembra muoversi nella direzione di un coordinamento di operai? Esso potrebbe autonomamente portare/organizzare/proporre la lotta negli stabilimenti in cui è presente, a partire dall’esperienza GKN.

Perché sembra così infattibile trarre lezioni politiche, anche molto “pratiche”, dalla storia esemplare della GKN? Eppure minoranze operaie combattive da cui partire ce ne sono, le manifestazioni a Campi Bisenzio e a Firenze lo hanno mostrato: al presidio in GKN passano anche numerosi operai della zona di Firenze non organizzati dall’area, ma che vedono in quella lotta un esempio!

Si possono dare due risposte alla precedente domanda, che possono essere complementari o meno tra loro.

Prima risposta, la più “semplice”: l’area di sinistra del sindacato è in realtà un’area in cui sono rappresentate diverse sette politiche, che non hanno interesse ad allargare la lotta, ma piuttosto preferiscono avere una presenza salda in pochi posti di lavoro, in modo tale da controllare “i propri bastioni” e continuare a riprodursi in quanto sette. Questa risposta è semplice, perché certo metterebbe al centro della discussione come ricominciare un lavoro di opposizione in CGIL, non se è possibile quel lavoro.

Seconda risposta: la sinistra CGIL non agisce perché sa che se muovesse un dito autonomamente la burocrazia avrebbe la forza di incastrarla attraverso metodi purtroppo visti e stravisti anche nella storia sindacale degli ultimi 10 anni. Ciò sarebbe possibile 1) accontentando le aspirazioni alla lotta organizzando scioperi in tutta fretta e facendoli appositamente fallire, in modo da dire che si è fatto quel che si poteva e scaricando da un lato la colpa sull’inattività della base, dall’altro accusando la sinistra sindacale di avventurismo sciocco; 2) stroncando ogni tentativo di coordinamento autonomo tra operai combattivi attraverso espulsioni.

La prima e la seconda risposta all’inefficacia dell’azione della sinistra CGIL possono essere entrambe vere, poiché è possibile che sette politiche più o meno coscientemente decidano di fare opposizione in un sindacato in cui ciò è di fatto impossibile, proprio perché quello è il terreno più adatto per riprodursi in quanto sette. Una variante ben nota di questo sistemarsi in un cantuccio è quella di Lotta Comunista, setta politica che convive, coabita con la burocrazia della maggioranza CGIL, e ne trae senz’altro benefici burocratici. Ma al di là del settarismo, qui interessa capire se è possibile un lavoro in CGIL che abbia risultati pratici dentro una strategia politica complessiva, con una prospettiva rivoluzionaria.

La linea della sinistra CGIL appare consistere in fondo nella speranza che le azioni proposte dalla burocrazia sindacale vadano “per sbaglio” talmente bene da incalzare la burocrazia stessa. La perdita di controllo su una mobilitazione e un involontario (per i capi sindacali) “effetto valanga” è in effetti una dinamica astrattamente concepibile, e in un certo senso tutti ci sperano, partecipando alle varie iniziative di questa lotta, fino al grande corteo del 18 settembre scorso, a Firenze. Tuttavia questa speranza (pure se in questo o quel caso si concretizzasse, più o meno) non è una base su cui formulare una politica e un piano d’azione, poiché: 1) come si è detto, o le lotte le si organizza per farle evolvere, oppure è illusorio pensare che ci siano esplosioni improvvise e soprattutto durature nel vuoto politico più completo; sottolineiamo “durature”, perché già si sentono i compagni – pochi, fortunatamente – pronti a ricordare degli scioperi in parte spontanei ad inizio della prima ondata Covid-19: tutto vero, ma senza organizzazione non hanno portato a nulla (detto en passant: ci vuole una buona dose di meccanicismo e di fede politico-magica nell’evoluzione progressiva della lotta di classe per aver creduto che il marzo 2020 potesse essere l’inizio di una nuova stagione di lotte generalizzate); 2) se la prospettiva politica dei rivoluzionari si riduce al pensiero che le masse incalzeranno la burocrazia partecipando agli scioperi indetti dalla burocrazia stessa, allora, portando agli estremi il ragionamento, non si capisce a cosa serva un’opposizione in CGIL…che è effettivamente il dubbio che la attuale opposizione in CGIL invita a porsi – non “in generale” (a meno che non ci troviamo d’accordo con Camusso, Landini, Re David…), ma al fine di sviluppare una corrente militante anticapitalista nel sindacato.

È la mancanza di condivisione di questo obiettivo che, lungo gli anni, ha sempre garantito una certa impotenza politica alla sinistra CGIL mano a mano che cambiava nome e perdeva settori e personaggi storici di riferimento, i quali non andavano mai al di là di un discorso massimalista (come si definiva il vecchio PSI de facto riformista che scaricò il Biennio Rosso e non sbarrò la strada alle camicie nere di Mussolini) dove la propaganda “di partito” e l’attività sindacale sono slegate o, più che connesse, si intralciano a vicenda, risultando più moderate.

L’area il sindacato è un’altra cosa è effettivamente già da tempo un’area in sé autonoma dalla burocrazia landiniana, che promuove iniziative di lotta e solidarietà anche in occasione di iniziative del sindacalismo di base, come nel caso dello sciopero generale del prossimo 11 ottobre. Il problema è con quale progetto politico una sinistra in CGIL dovrebbe svilupparsi: non semplicemente per “riconquistare tutto” relativamente agli arretramenti salariali ecc. dell’ultimo quarantennio (come suggerisce il nuovo nome dell’area) – concetto che rimanda sempre allo sviluppo lineare, a ritirate e recuperi speculari, che non si dà nella realtà, che è fatta di uno sviluppo ineguale e combinato soprattutto nella lotta di classe – e non come terreno di convivenza diplomatica di impostazioni politiche divergenti – come sono quelle basate sul riformismo “rifondarolo” o sul “comunismo” togliattiano-stalinista che caratterizzano chi fa riferimento a Potere al Popolo nella sinistra CGIL, e quelle di ispirazione trotskista di Sinistra Anticapitalista e PCL.

In parole povere, se l’opposizione CGIL è vissuta come una valvola di sfogo contro la burocrazia che procede a ranghi sparsi (o poco più), non fa passi avanti per conquistare a una prospettiva di classe i lavoratori combattivi nel sindacato, che è un processo politico di lotta nel sindacato perché sia uno strumento di lotta e democratico, ma che deve avere una logica che né inizia né finisce tra le mura del sindacato stesso.

Questa mancanza di chiarezza, sui presupposti politici dell’area e sui suoi scopi concreti di lotta e di sviluppo, genera una tendenza ad andare a rimorchio di “quello che c’è” che, nel caso della vertenza GKN, significa essere incapaci di farne un momento di accumulazione politico per l’estensione della lotta di classe. Il che vorrebbe dire anche mostrare

Ribadiamo, come scritto a inizio vertenza, che è necessario – ancora di più oggi che la lotta ha conquistato nuovi rapporti di forza, solidarietà, contatti con altri settori di lavoratori – praticare la via dei coordinamenti di lotta tra operai combattivi in CGIL per sfidare nella pratica e a livello generalizzato, a partire dalla GKN, la burocrazia sindacale. Farlo significa testare finalmente la possibilità dell’opposizione sindacale in CGIL come area centrata sulla lotta di classe e con un discorso generale anticapitalista, non farlo significa scegliere lo status quo, ossia demandare alla burocrazia la dialettica con sé stessa e con le aree riformiste “di sinistra” che l’appoggiano, il che da un lato rassicurerebbe le sette politiche presenti nel sindacato, dall’altro sfida non tanto ciò che si è visto nella storia del movimento operaio più o meno recente, ma lo stesso principio di non contraddizione noto dai tempi di Aristotele… oltre che lasciare ancora un più ampio spazio e capacità di pressione da parte della destra sindacale collegata direttamente al PD.

In questo senso è da salutare positivamente il tentativo di coordinamento annunciato dal collettivo di fabbrica della GKN all’assemblea pubblica del 25/9, finalizzato a mettere in contatto gli operai che hanno gravitato attorno alla lotta negli ultimi mesi. Ad ogni modo, come detto, non si può chiedere ad una singola lotta di organizzare la politica sindacale nazionale dei rivoluzionari: è necessario che la sinistra CGIL recepisca le necessità esposte dagli operai GKN muovendosi per coordinare gli operai combattivi. Questo deve avvenire con l’obiettivo pratico del blocco della produzione a partire dai gangli dell’economia italiana: se è vero, com’è vero, che nonostante la richiesta di sciopero generale proveniente dalla piazza fiorentina del 18 settembre la maggioranza della CGIL non si muoverà, allora scioperi portati avanti indipendentemente devono essere organizzati, a cominciare da Stellantis. Uno sciopero in Stellantis organizzato in primis dalla sinistra CGIL, senza aspettare l’appoggio della burocrazia, avrebbe lo stesso effetto politico di uno sciopero generale, se non superiore, sia contro il governo, che contro Landini.

 

La lotta operaia e le organizzazioni politiche

Torniamo alle correnti e ai gruppi politici che incontriamo, trattando di GKN, sindacato e lotta di classe oggi.

Accanto al collettivo di fabbrica, in GKN è presente anche un coordinamento delle realtà politiche solidali con la lotta, che aiutano a supportare gli eventi e le manifestazioni. Bisogna essere onesti nelle valutazioni politiche, senza che ciò tolga nulla al valore ed alla buona volontà dei singoli compagni che partecipano: le contraddizioni delle organizzazioni politiche davanti alla lotta a Campi Bisenzio sono ad un tempo più grandi e più piccole di quelle analizzate per quanto riguarda l’intervento sindacale. Più grandi, perché la mancanza di soggetti rivoluzionari minimamente riconosciuti dalla massa operaia in Italia è un problema storico abnorme che rende non immediata la prospettiva di un’uscita rivoluzionaria, dalla parte della classe lavoratrice, né nel nostro paese né a livello globale, dalla crisi capitalista. Più piccole, perché se la questione dell’attività nei sindacati di massa è essenziale per costruire il soggetto politico oggi mancante, le discussioni e gli incontri/scontri sostanzialmente sterili tra gruppuscoli fanno sorridere se si è autoironici, piangere se si prendono le cose un po’ troppo di petto (tant’è che processi di convergenza e fusione politica sono del tutto assenti, mentre persino in campo sindacale sono continue le scissioni di piccole aree).

Ebbene, il gruppo di solidarietà alla lotta della GKN, se poteva essere un’opportunità per aprire una discussione con gli operai solidali e tentare di organizzare le lotte anche in altre fabbriche, nei fatti è divenuto un intergruppo tra realtà politico-sociali locali ed alcuni partiti, totalmente al traino della lotta. Esso si trova così a svolgere solo il compito limitato di garantire “braccia” nella campagna mediatica di solidarietà, a manifestazioni e picchetti, e nei compiti collaterali della vertenza.

Un’attività meritevole, chiaramente, ma non c’è alcun bisogno di far parte di un gruppo politico per essere solidali ed aiutare nei picchetti davanti ad una fabbrica in sciopero: qual è il quid che le organizzazioni più o meno anticapitaliste o rivoluzionarie portano nella lotta alla GKN, non tanto di riflessione e strategia (di cui non si parla nemmeno), ma anche solo fattivo/pratico, quando non hanno nemmeno la forza di allargare il conflitto a livello nazionale organizzando i propri lavoratori? Nessuno, assolutamente nessuno, tanto che le lunghe ed inconcludenti discussioni del gruppo di solidali sotto (giusta) proposta del collettivo di fabbrica sono state per un certo periodo messe in secondo piano, attraverso la costituzione di un gruppo ristretto di rappresentanti di realtà militanti in contatto diretto con la RSU, per organizzarsi meglio nei compiti pratici degli eventi.

Noi pensiamo che tale decisione sia stata presa a ragione ed in base all’utilità effettiva, nulla, delle discussioni createsi internamente al gruppo di solidali; per vincere contro Melrose, non c’è bisogno di seguire le filippiche di singoli e gruppetti scollegate dalla discussione di un piano di lotta concreto. Data l’inutilità della discussione di intergruppi tra realtà che, quando va bene, riescono a muovere sul territorio qualche decina di militanti, è parso utile che le forze fossero spese soprattutto nel supporto pratico.

A dire il vero, tale assemblea ristretta è stata sciolta dallo stesso collettivo di fabbrica della GKN all’indomani della inammissibilità dei licenziamenti in GKN e l’accolto articolo 28 da parte del tribunale. Lo scioglimento è stato annunciato dai compagni per due ragioni: 1) per ritentare di aprire una discussione politica ora che la lotta ha guadagnato tempo; 2) perché all’interno della ristretta si erano venuti a creare dei personalismi ed a riprodursi in maniera concentrata quei settarismi e quelle discussioni inutili che già erano presenti nel coordinamento di supporto allargato. Anche in questo caso è da salutare favorevolmente la scelta del collettivo, dato che effettivamente in questa fase, dopo la revoca dei licenziamenti, è possibile ritentare di usare il coordinamento di supporto alla lotta come elemento di effettivo allargamento della mobilitazione, ad esempio verso le realtà studentesche. Rimangono tuttavia i problemi dei gruppi che compongono quel coordinamento e la necessaria riproduzione di settarismi e personalismi se la lotta non si estende a livello nazionale ed operaio: l’aiuto decisivo alla lotta alla GKN non può certo arrivare da settori che, se possibile, sono per ora ancor più arretrati nella mobilitazione, come è il caso delle scuole fiorentine segnalato da alcuni compagni studenti all’assemblea pubblica del 25 settembre scorso in GKN. È ovvio che il settarismo ed i personalismi si alimentano proprio della mancanza di acqua in cui nuotare.

Non si vuole né vi è la necessità ora di entrare nel dettaglio delle discussioni politiche e della velleità di alcune proposte.

Qui importa piuttosto sottolineare il fatto che non vi sia alcuna organizzazione rivoluzionaria che si ponga l’obiettivo, o abbia la capacità di politicizzare e fare avanzare la lotta in GKN: che sia per mancanza di forze o per degenerazione della stessa idea che si ha di organizzazione/partito rivoluzionario, il massimo che si arriva a fare è quello di offrire le proprie braccia. Per questa ragione il gruppo di solidarietà è nei fatti egemonizzato dagli autonomi di Firenze del CPA, i quali grazie alla capacità – che gli va riconosciuta- di mobilitare decine di giovani attivisti, risulta la forza più efficace nell’organizzazione pratica della mobilitazione. Tuttavia, essi tendono a vedere la lotta come fine a sé stessa e si oppongono – anche in linea di principio – all’idea secondo cui un partito nazionale possa dirigerla ed egemonizzarla, ostacolando il possibile avanzamento del livello di discussione.

Certo, tra comunisti ed autonomi il nodo dell’organizzazione è uno degli storici punti di divisione e certamente non si vuole incolpare i compagni di minorità politica, ci mancherebbe. Semplicemente autonomi e comunisti hanno prospettive e metodi diversi, ma si può dire dal punto di vista dei comunisti il fatto che il modo di organizzarsi autonomo abbia relativamente presa nelle lotte deriva direttamente dalle deficienze e dalle arretratezze generali sopra in parte tratteggiate, perché vi si adatta plasticamente. Tale problematica è stata evidente ad un livello superiore e (quasi) nazionale con le lotte del Si Cobas, che trovavano solidali soprattutto nei collettivi autonomi delle città in cui erano presenti (anzitutto per le deficienze dei gruppi comunisti, qualitative e numeriche) e specialmente prima che le aree politiche della direzione nazionale del SI Cobas tentassero di politicizzare la propria azione sindacale attraverso la linea del fronte anticapitalista (anch’esso sostanzialmente “congelato”, peraltro) e ciò, per quello che si è appena detto, non è un caso.

Solo un’organizzazione comunista ha avuto un’interlocuzione politica con la RSU GKN tentando di proporre la propria linea, cioè cercando giustamente di egemonizzare la lotta: il Partito Comunista dei Lavoratori. Il PCL ha proposto ai compagni della GKN di aderire ad una campagna basata sulla propria piattaforma, che è quella per cui va «generalizzata in termini di proposta la scelta compiuta dai compagni GKN per ciò che riguarda le forme di lotta: l’occupazione delle aziende che licenziano, per impedire che i padroni si portino via i macchinari, e la costruzione di una cassa di resistenza nazionale per le lotte esistenti e per quelle che verranno». Bisogna dare atto al PCL di aver mantenuto un atteggiamento corretto per quanto riguarda il rapporto con le lotte operaie che un partito rivoluzionario deve avere, ma sono condivisibili le perplessità della RSU della GKN rispetto alla proposta: generalizzare sul momento una forma di lotta è totalmente astratto (specie quando chi lo propone non può contare su una certa forza nelle stesse fabbriche che dovrebbero mobilitarsi) e bene fanno i compagni del collettivo operaio di Campi Bisenzio a sottolineare sempre che le parole d’ordine e le forme delle lotte devono calarsi nella realtà concreta, in modo da far avanzare praticamente il movimento – se si ha una ambizione maggiore al raro reclutamento di qualche individuo che si trovi d’accordo con la posizione in generale.

 

Fare come in GKN”: sì, ma come? Per un piano che metta concretamente a frutto questa lotta radicale e un modello sindacale militante e democratico

Come abbiamo già spiegato, se il modello di comunità operaia della GKN fosse diffuso anche solo in decine di stabilimenti, i rapporti di forza in questa fase della lotta di classe sarebbero già diversi, e la risposta allo sblocco dei licenziamenti avrebbe potuto essere più larga e più radicale in tempi rapidi. Ma il punto è proprio che così non è, e che, se si pensa che dal collettivo di fabbrica GKN si possano trarre esempi – e noi lo pensiamo -, bisogna trovare il modo di diffonderli ed applicarli, così che siano un elemento importante dell’evoluzione generale, politica del nostro stesso movimento.

Noi identifichiamo e proponiamo tre punti di un possibile lavoro concreto, sia nell’ottica di “fare come in GKN!”, sia perché la lotta della GKN stessa e la lotta di classe oggi evolvano ulteriormente (e ce n’è bisogno!):

1) lanciare una campagna nazionale contro lo sblocco dei licenziamenti approvata dalla CGIL attraverso uno sciopero generale nazionale che includa anche la CGIL stessa, senza lasciare il tutto alle camere del lavoro territoriali come fatto fino ad ora, solo perché la burocrazia nazionale è con Bonomi, artefice dei licenziamenti;

2) impegnarsi a diffondere concretamente le modalità di organizzazione sindacale “alla GKN”, compreso il collettivo (o consiglio) di fabbrica, in tutte le altre fabbriche, spiegando che tutti gli operai devono partecipare al lavoro sindacale, non solo i delegati, estendendo quell’esempio di «sindacato diffuso» fatto proprio dagli operai GKN, che garantisce una base molto più solida per la politicizzazione della lotta e della coscienza nella nostra classe;

3) favorire il coordinamento e l’azione autonoma dei delegati combattivi (della CGIL e non solo), cercando di promuovere al più presto uno sciopero unitario in Stellantis, in solidarietà agli operai GKN e contro la smobilitazione della multinazionale in Italia basata su licenziamenti di massa nonostante i miliardi di euro che ha continuato a ricevere dallo Stato italiano.

L’appuntamento dello sciopero generale dell’11 ottobre convocato dal sindacalismo di base, per quanto prevedibilmente non potrà risolvere da sé i limiti della fase della lotta di classe che stiamo affrontando, è già una prima occasione importante per lottare su scala nazionale contro la separazione in diverse vertenze “vetrina” delle varie sigle sindacali, che peraltro – in questa fase è ancora più palese – rimanendo su un piano economico-corporativo, trovano una indisposizione pressoché totale dei padroni e del governo al compromesso, e quindi alla vittoria delle lotte stesse. Saldare e unire le lotte e diversi settori di lavoratrici e lavoratori su una serie di rivendicazioni comuni che non siano “aziendali” – come il ritiro dello sblocco dei licenziamenti – è il processo materiale di cui abbiamo bisogno, innanzitutto per generare una pressione sufficiente a far sbilanciare la CGIL nel suo complesso, e in secondo luogo per rompere la divisione nell’azione del movimento operaio mantenuta anche nel campo del sindacalismo di base.