In continuità al ciclo di letture che proponiamo in vista del 27 novembre, “Violenza di genere: né un’emergenza né una fatalità. È il patriarcato” e “Verso il 27N: le donne in lotta in Italia sulla scia della pandemia“, e la necessità di analizzare la violenza patriarcale ci pone ora l’obbligo di discutere sulla violenza omolesbotransbifobica e su cosa s’è fatto in Italia affinché persino un testo elementare come il DDL Zan venisse bloccato definitivamente.


Il 20 novembre, in tantissime piazze d’Italia, si terrà il Transgender Day of Remembrance (TDoR), ossia la commemorazione delle vittime di odio e violenza transfobica che unisce da più di vent’anni la comunità lgbt globale, mentre il 27 novembre ci sarà la giornata internazionale contro la violenza di genere, anch’essa punto di riferimento della comunità transfemminista globale, attraverso mobilitazioni nelle principali città italiane. Il tutto a ridosso dello stop alla Legge Zan, un primo testo di legge che individuava e puniva i crimi di odio omolesbotransbifobico e di abilismo in Italia.

La comunità LGBTQIAP+ in Italia, dopo l’affossamento del DDL Zan, vede nuovamente negati i diritti più elementari.

Dopo l’approvazione alla Camera del 20 novembre 2020, il Disegno di Legge Zan, a tutela delle minoranze rispetto all’orientamento di genere ed alla disabilità, è stato affossato il 27 Ottobre al Senato della Repubblica grazie a 15 senatori della maggioranza “di centro sinistra” che hanno votato a favore della “tagliola”, ossia del non discutere e votare un testo di legge, su voto segreto.

Questo ha generato mobilitazioni in tutta la penisola, con presidi nelle principali città italiane e con cortei che hanno rivendicato non solo la necessità di una legge a tutela delle minoranze lgbtqiap+ e diversamente abili ma che si pongano le basi affinché la comunità vada oltre questa logica “istituzionalizzata”, di ricerca della legge “a garanzia”. Migliaia di esponenti, infatti, rivendicano, attraverso lo slogan “oltre Zan”, la necessità di far maturare la comunità, di modificarne la caratterizzazione istituzionale. Abbiamo già avuto alcuni esempi recenti, come i B-Side Pride di Bologna, dove al solito corteo si è mostrato un Pride ricco di diversità e soprattutto fondato su basi d’analisi intersezionali, di movimento largo, transfemminista.

Già ci eravamo espressi circa linadeguatezza del Partito Democratico e delle altre forze di maggioranza del governo Draghi nel portare avanti questo disegno di legge e, a quanto pare, non ci eravamo sbagliati:
Con il passaggio al Senato, infatti, la maggioranza governativa ha bloccato tutto l’iter legislativo ed ha fatto si che il prossimo testo in esame circa l’omolesbotransbifobia e l’abilismo debba necessariamente essere diverso dal DDL Zan, oltre al limite temporale in cui questo potrà essere presentato alle camere, ossia dopo il 27 aprile 2022.

Speravamo che i fautori delle più reazionarie manovre contro la classe lavoratrice e a tutela dei “poteri forti”, della confindustria, dei padroni, riuscissero ad approvare un testo dove si condannano i crimini d’odio e la violenza patriarcale, dimenticandoci che questi sono i garantisti del patriarcato, coloro che difendono a spada tratta la “libertà democratica” di inveire, odiare ed essere violenti, coloro che approvano manovre e leggi dimenticando i milioni di disastri sociali ed economici che queste generano, coloro che tutelano e rappresentano la libertà di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

In un paese dove i crimi di violenza patriarcale contro le donne, la comunità lgbtqiap+ e le persone diversamente abili sono all’ordine del giorno, dove la crisi sociale ed economica impone alle vittime il silenzio e la sottomissione alle logiche patriarcali di chi impone il proprio odio e la propria violenza, occorre riprendere dal dimenticatoio quell’analisi intersezionale che, in altri paesi del mondo, ha rappresentato una bandiera per tutte le comunità oppresse:

La necessità di comprendere l’intersezione tra questi elementi di odio strutturali ed i fattori economici e sociali, nonché razzializzanti, risulta essenziale per avere una visione concreta della realtà che ci circonda.

Già in passato, così come ancora tutt’oggi nei principali ambienti di discussione lgbt, la violenza e l’odio omolesbotransbifobico rappresentava non tanto un elemento strutturale ma bensì culturale, ossia un qualcosa che poteva essere cambiato con un adattamento del profilo sociale della persona.

Questa visione non ha fatto altro che rallentare e far arenare intere generazioni lgbt su parole d’ordine come “rivoluzione culurale”, laddove a questa era slegata la necessità di analisi sul perché determinate persone odiano, discriminano ed hanno atteggiamenti violenti tout court.
Fermando questa analisi non si è fatto altro che depotenziare la propria strategia, adattandola a quella di chi, pur di garantire il benestare della società capitalista e patriarcale, ha posto le speranze di una comunità intera sugli scranni parlamentari dove si è affamata un’intera popolazione, dove si è garantito il licenziamento senza giusta causa, dove si è applaudito allo stop di una legge che avrebbe solo tutelato le vittime di violenza ed avrebbe punito gli aggressori.

È solo riaffermando la natura strutturale della violenza che questa può essere veramente compresa:

Ognun* è influenzato dall’ambiente dove vive, cresce e dove sviluppa un particolare adattamento. Se tutt’oggi esistono ambienti, più delle periferie che dei centri urbani, dove le persone vivono come fossero allevate al lavoro, interi paesi ed intere periferie dormitorio, senza una possibilità di svago sociale, senza una alternativa alla brutalità dello sfruttamento capitalistico, dove la violenza tra poveri regna sovrana, dove lo stato è felice di latitare e dove le sovrastrutture mafiose ed ad esso parallele gestiscono la quotidianità, allora non è possibile pensare che questa violenza sia un elemento culturale.

In queste periferie, in questi paesi, lì dove il capitalismo mostra la sua vera faccia, dove la vita è prona alla disoccupazione ed allo sfruttamento lavorativo, il patriarcato esiste e resiste come “strutturato”, come unità sociale alla base delle famiglie e della comunità.

E questo non è altro che uno dei tanti esempi utili dove l’intera macchina istituzionale va in crisi.

Sì, necessitiamo anche di una legge che tuteli le minoranze ma soprattutto necessitiamo che venga approfondita la contraddizione in essere tra il capitalismo e la necessità di superare lo sfruttamento lavorativo e la violenza di genere. Non esiste un capitalismo buono né un capitalismo rainbow o femminista.

Così come non sono bastevoli le quote rosa per il superamento del divario salariale così non è bastevole una cultura non violenta, soprattutto laddove violenta è la società e le sue strutturazioni.

Non limitiamoci a letture e narrazioni patriarcali o istituzionali sull’odio e sulla violenza di genere ed omolesbotrasbifobica!

Mobilitiamoci insieme contro la violenza di genere, per un 20 ed un 27 novembre transfemminista, intersezionale, antipatriarcale ed anticapitalista!