La reazione del M5S e della destra parlamentare alla sua prima rassegna delle dimissioni ha convinto Mario Draghi a non proseguire il suo mandato. Il presidente Mattarella ha accettato le sue dimissioni e ha sciolto le camere: elezioni il 25 settembre.


Mario Draghi si è dimesso stamane da presidente del Consiglio dei Ministri, dopo l’esito della votazione di fiducia al governo di ieri al Senato. Seppure avesse ancora la maggioranza al Senato stesso – 95 favorevoli, con 38 contrari e quasi 200 tra assenti e “partecipanti non votanti” (con in prima fila 5 Stelle) – ha valutato che i propri numeri e la fiducia riposta in lui come figura “intoccabile” a capo del governo fossero insufficienti per continuare a governare. Questo, nonostante la mozione di fiducia si basasse solo ed esclusivamente sulle sue comunicazioni in aula, senza alcuna condizione, come proposto dalla mozione Casini. La cosa inquietante è che si è votato sulla base di un discorso che, oltre a ribadire una serie di punti-chiave già noti della politica antidemocratica e filopadronale di Draghi, ha rivendicato nettamente un ruolo ostile di lungo periodo contro la Russia, come se fosse ormai scontato che ci si stia preparando a scontri economici e militari ben più seri di quelli che abbiamo visto negli ultimi cinque mesi.

Così, si è limitato stamattina a dare l’annuncio delle sue dimissioni alla Camera; il presidente Mattarella le ha accettate – dato che non c’era cenno di sblocco della situazione parlamentare –  e nel pomeriggio ha indetto lo scioglimento delle Camere e successivamente il governo ha definito l’agenda degli affari correnti di modo da definire la data precisa, che sarà il 25 settembre.

Quanto a Mario Draghi come individuo, questa non è la fine della sua carriera: così come potrebbe ritornare con un ruolo di governo in un futuro prossimo, i tanti posti disponibili nella burocrazia UE e NATO, o nel settore finanziario da cui proviene, gli garantiscono ancora diversi anni di servizio, forte dei grandi successi ottenuti, più che come premier italiano, come presidente della BCE e protagonista dello stroncamento della Grecia “ribelle”.

La mancata ricucitura coi 5 Stelle e la destra pronta a governare: probabili elezioni anticipate

Il respingimento da parte di Mattarella delle dimissioni di Draghi lo scorso 14 luglio ha provocato una settimana di caos politico nelle istituzioni italiane. Il vecchio scenario dell’unità nazionale che avrebbe portato il paese fuori dall’emergenza-Covid e che avrebbe articolato il PNRR fino in fondo, senza che i singoli partiti dovessero prendersi la responsabilità delle misure “draghiane”, è finito. Dopo il mancato voto dei M5S al Decreto Aiuti – un arlecchino di fondi sostanzialmente per le aziende che era indigeribile per il nuovo partito di Conte, che deve rimarcare una sua identità – Draghi stesso ha dovuto prendere atto che la sua immagine di “migliore” capo di governo possibile, in grado di risolvere rapidamente in mezza legislatura compiti che altri governi non risolvevano in vent’anni, si è infranta. La sua popolarità è notevolmente scesa, e gli stessi partiti parlamentari in buona parte non sono più disposti a seguirlo ciecamente. Lo stesso Draghi è stato criticato dal senatore decano di Forza Italia Renato Schifani, che lo ha accusato di troppe “sgrammaticature” che hanno precipitato i suoi rapporti coi partiti, in particolare coi 5 Stelle. La pressione di Draghi perché questi ultimi smettessero di fare lotta politica e votassero ubbidienti qualsiasi nuovo decreto – prassi che non era stata rispettata nemmeno dagli altri partiti sempre e comunque, a dire il vero – ha portato alla scissione dei “fedelissimi” guidati dal ministro degli esteri Luigi Di Maio, e alla polarizzazione del M5S di Conte verso un nuovo profilo “popolare”, sfruttando il vuoto di rappresentanza della classe operaia e della popolazione povera. Questa nuova possibile collocazione in dialogo elettorale col PD ha significato la necessità di prendere posizione contro gli ultimatum di Draghi, il quale ha preferito prendere atto di aver perso la precedente maggioranza “inscalfibile” che tentare un’ultima mediazione. Questo suo atteggiamento ha di fatto sospinto il centrodestra a ricompattarsi e a presentarsi quanto meno critico di Draghi nel suo insieme – e non solo come FdI, sempre stati all’opposizione -, determinando un restringimento notevole della vecchia maggioranza.

I partiti fedeli a Draghi senza se e senza ma rimangono i gruppi liberali minori, come il partito di Carlo Calenda, “Azione”, Italia Viva di Matteo Renzi, e il Partito Democratico. La loro campagna elettorale rivendicherà organicamente l’azione di questo governo, e penserà senz’altro a Draghi stesso come arma di riserva per il prossimo governo.

Il passo in avanti del centrodestra, che si prepara a una dura lotta contro il “centrosinistra” filo-Draghi alle prossime elezioni, aveva reso complessa la formulazione concreta di un governo di mera gestione degli affari correnti. Tra ieri e oggi già diversi commentatori propendevano per elezioni anticipate già entro la fine di settembre, dunque col tempo utile soltanto per approvare alcuni dei decreti che erano già in cantiere, e lasciare l’approvazione della finanziaria a un nuovo governo uscito dalle urne.

Effettivamente, dopo il “sacrificio” del governo unitario sotto Draghi, rimaneva il fatto che le elezioni fossero in ogni caso vicine, e gli schieramenti erano già pronti a riprendere in mano il vecchio arsenale dello “scontro di civiltà” tra centrodestra e centrosinistra, con accuse incrociate di arrivo del fascismo da una parte, e di soffocanti politiche “comuniste” dall’altra. Questo contesto rendeva difficile la formazione di un governo dove, dopo il crollo numerico del M5S in parlamento (come nei sondaggi), era impensabile formare una maggioranza che non unisse almeno in parte le opposte metà dell’emiciclo.

Non a caso, Matteo Salvini ha subito approfittato della situazione per lanciare l’ipotesi di elezioni a breve termine e di un governo a trazione leghista con rivendicazioni neoliberiste (flat tax e “pace fiscale” su tutte), avendo già ora l’obiettivo di recuperare terreno elettorale su Fratelli d’Italia, un partito che può contare su un’esperienza di governo nazionale che risale al 2011, quando ancora faceva parte del Popolo della Libertà… un passato remoto, politicamente parlando. Mentre la Lega può contare sul suo ruolo importante nelle vittorie elettorali della destra e dei suoi governi locali negli ultimi cinque anni: sarebbe impensabile ancora oggi un governo della destra nel ricco nord senza la presenza organica della Lega, mentre è tutta da verificare la fortuna elettorale degli ultimi tempi di FdI, che potrebbe subire un effetto boomerang come è stato per il M5S che aveva stravinto al Sud senza riuscire a consolidarsi durante questa legislatura.

La grande contraddizione per il PD e il centrosinistra – che è per ora soltanto un nome, dato che non si ha idea di quale “centro” e di quale “sinistra” accompagneranno il PD – è che Enrico Letta per primo ha assunto una linea del tutto subordinata a Draghi e ha rivendicato gli appelli a favore dell’ex-banchiere da parte di amministratori locali, imprese, clero e grande burocrazia sindacale. Ma se questi sono i pezzi di società che il PD vuole rappresentare, da chi prenderebbe i voti, precisamente? In un paese dove l’astensione è tra le più alte al mondo e molti nella classe operaia e tra i ceti bassi hanno votato recentemente a destra, quanto in là si può spingere la linea filo-banche e confindustriale del PD, senza un retrocesso elettorale?

Peraltro, la compiacenza verso tutti gli sviluppi autoritari e di accentramento dei poteri nel governo e nella persona del presidente del consiglio, messi in atto prima da Conte e poi da Draghi, hanno rafforzato ancora di più un consenso nazionalista-conservatore con dei toni sempre meno democratici, tant’è che Giorgia Meloni può evidenziare in modo non troppo sottile, come ha fatto nella manifestazione di FdI ieri a Piazza Vittorio a Roma, che a questo punto tanto varrebbe passare a un sistema presidenziale, meno democratico, dove il parlamento sia poco più che un circolo di discussione politica:

Dopo un anno si è visto chi capisce le dinamiche della nostra democrazia. Questo Parlamento, a guida 5 stelle, finché non lo cambi non risolve i problemi. Ci sono stati tre governi, tre maggioranze diverse: ce n’è uno che ha funzionato? No. La storia ci ha dato ragione. Un anno fa tutti ci guardavano dall’alto in basso, dicevano che non capivamo niente, che stavamo tornando nella fogna ed eravamo dei velleitari…La verità è che se in una sistema presidenziale se metti un presidente del Consiglio decisionista può fare la differenza…ma in un sistema parlamentare, decide il Parlamento.

Sondaggi alla mano, sono necessari sconvolgimenti politici non da poco per cambiare così tanto le intenzioni di voto da sbarrare la strada alla destra, anche se dovesse cambiare nel frattempo la legge elettorale, cosa che non si può escludere. Ma “l’addomesticamento” di Salvini e Meloni, da rampanti giovani capi dai torni eversivi a frequentatori dei circoli di potere americani, europei e italiani ai quali devono rendere conto (con buona pace del vecchio amico russo: Palazzo Chigi val bene il ritorno all’atlantismo NATO), fa dormire sonni tranquilli ai capitalisti. Questi ultimi sanno bene che non c’è all’orizzonte una perdita di controllo di FdI e Lega, che non è il momento di una deriva eversiva fascista, quando già i piani delle potenze nella UE sono di legare la democrazia “ufficiale” al militarismo e a sempre nuovi politiche anti-operaie e anti-popolari, a partire dalla riscossione feroce dei debiti pubblici gonfiati dal PNRR.

La vera tragedia, dal nostro punto di vista, è che, nel probabile scenario di elezioni anticipate, l’unica forza politica che verrà percepita come “utile” a sinistra del PD sia la lista “del cocomero”, l’alleanza tra Sinistra Italiana e Verdi: due partiti già più che disponibili a sorreggere “da sinistra” il PD (addirittura in una lista comune di centrosinistra…?), e che non rappresentano minimamente la classe lavoratrice e la popolazione povera.

La stessa ipotesi di una “Unione Popolare”; una lista populista di sinistra, con a capo Luigi De Magistris (altra figura per nulla rappresentativa… se non delle ztl del Vomero a Napoli) e baricentrata su Potere al Popolo, oltre che essere in sé una brutta copia in piccolo della NUPES francese, in un contesto così accelerato può solo pagare la dissociazione tra questo tipo di politica elettorale e il ruolo (per quanto minoritario) che gli stessi militanti di PaP (e soci) hanno nel movimento operaio e negli altri movimenti sociali: ora più che mai sarebbe necessario un polo politico apertamente schierato contro il capitalismo e dalla parte della classe lavoratrice, da quella sindacalizzata agli ultra-precari e ai disoccupati, e dalla parte della gioventù che ha un futuro bruciato dall’epoca di crisi, devastazione ambientale e guerre che viviamo.

A questo tipo di progetto politico dovrebbe lavorare la sinistra oggi, senza cercare scorciatoie in nuove formule di riciclo delle vecchie burocrazie riformiste (come sono le stesse NUPES francesi) o addirittura di referenti “di sinistra” dei ceti medio-alti.

L’alternativa alle politiche delle destre e del PD non è la sudditanza al vecchio ceto politico riformista, o l’alleanza ambigua coi settori “popolari” (piccolo)borghesi: è l’indipendenza di classe in tutti i campi della lotta politica!

Giacomo Turci

Nato a Cesena nel 1992. Ha studiato antropologia e geografia all'Università di Bologna. Direttore della Voce delle Lotte, risiede a Roma e milita nella Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR).