In seguito alla notizia della mobilitazione di riservisti, in Russia sono scoppiate proteste di massa in ben 38 città. Nel frattempo, ai confini si sono riversati migliaia di cittadini per scappare dal paese. Le difficoltà sul campo di battaglia si sono ben presto riflesse sul fronte interno per Putin, che punta sui referendum in Donbass per salvare una posizione ormai sempre più in bilico.


A Mosca, San Pietroburgo, Ekaterinburg, Ufa e molte altre città, migliaia di persone sono scese in piazza per opporsi a un conflitto che sembra ormai prolungarsi indefinitamente, con conseguenze sempre più disastrose per la Russia stessa. La repressione è stata immediata e durissima, con circa 1300 arresti stimati. Anche in un periodo di difficoltà interna così acuta, il regime putiniano riesce a placare il dissenso prima che questo abbia il tempo di consolidarsi e organizzarsi in strutture politiche durevoli.

Parallelamente a queste proteste, molti altri cittadini della Federazione – anche in questo caso, molto probabilmente nell’ordine delle migliaia – si sono riversati sulle frontiere con la Finlandia e la Georgia per scampare alla coscrizione (con code di 35km). Questo esodo, combinato all’escalation del dissenso popolare, dimostrano che la società russa non è affatto compatta nel seguire l’impresa bellica del suo presidente. Importanti focolai di dissenso erano già divampati a marzo nelle fabbriche di Kazan. Nella fase iniziale del conflitto, ampi movimenti di protesta avevano infiammato le piazze anche delle città più importanti, San Pietroburgo e Mosca, per poi rifluire in sei mesi di relativa immobilità. È chiaro che una parte consistente di società russa, di estrazione prevalentemente cittadina, è opposta al regime e alla guerra contro l’Ucraina. Anche laddove non c’è netta opposizione alla linea del Cremlino, è probabile che non abbia fatto presa il patriottismo panrusso su cui Putin ha cercato di costruire la sua legittimazione ideologica. Le code chilometriche ai confini testimoniano che molti russi non hanno intenzione di dare la loro vita per la patria in Ucraina. Non c’è da stupirsi del resto: Putin stesso ha spesso giustificato la sua campagna servendosi della “fratellanza” linguistica, storica e culturale che lega russi e ucraini; quindi, non si capisce perché adesso migliaia di cittadini della Federazione dovrebbero prendere entusiasticamente le armi contro i propri fratelli e consanguinei. È caduto anche il mito della denazificazione, dopo che, due giorni fa, Russia e Ucraina hanno effettuato il più grande scambio di prigionieri dall’inizio del conflitto. Lo scambio ha coinvolto 300 tra soldati russi e ucraini e dieci combattenti stranieri. Tra questi, numerosi miliziani del battaglione Azov, unità militare ucraina di noto orientamento nazista. Staremo a vedere se questa mossa costituirà effettivamente un preludio a una tregua o per lo meno a delle trattative.

Coda al confine con la Finlandia

Il contesto socioeconomico dà ulteriori indicazioni del fragile equilibrio interno del paese. In questi sei mesi, infatti, si è sempre fatto più sentire l’impatto delle sanzioni imposte da UE e USA. Il crollo del rublo ha annientato il potere d’acquisto delle classi medio-basse; i settori produttivi dipendenti dalle importazioni (che producono beni di prima necessità come elettrodomestici e servizi sanitari) hanno visto un’inflazione oscillante tra il 40 e il 60%; l’invito a tesaurizzare i propri risparmi in rubli ha causato un crollo delle vendite e molte imprese che commerciavano in valuta estera hanno chiuso, il che ha provocato un notevole aumento della disoccupazione. La società russa, in modo sempre più esteso e trasversale, non sembra più disposta a pagare questo prezzo, che si aggiunge a quello pesantissimo di sangue pagato sui campi di battaglia in Ucraina. I problemi però non sono solo economici: dall’inizio del 2022, la Federazione ha perso 355mila cittadini. Il paese sta attraversando una crisi demografica che si protrae ormai da anni, a causa prevalentemente delle generazioni più giovani, incompatibili con il regime, che da tempo abbandonano il paese in massa. Con questa nuova mobilitazione, la Russia ha costretto alla fuga migliaia di maschi adulti che naturalmente, in molti casi, si sono portati con sé le loro famiglie. Se si aggiungono le perdite di guerre e i 300mila nuovi coscritti che dovranno essere raccolti (solo l’1% della popolazione maschile adulta, ma comunque una platea considerevole) il bilancio è drammatico. Un paese che si spopola e invecchia a una velocità simile chiaramente non può sostenere uno sforzo bellico a lungo.

Dopo le batoste subite sul campo di battaglia (sei mesi di avanzata persi in pochi giorni a Kherson) e la crisi a tutto campo che ha investito il fronte nazionale interno, Putin è corso ai ripari, cercando di salvare la propria posizione ricorrendo allo strumento giuridico-istituzionale del referendum. Da ieri, infatti, si sta votando nel Donbass, a Donetsk e a Luhansk, per sancire l’annessione dei territori occupati alla Russia. Le votazioni andranno avanti fino al 27. Al di là di quanto riportato dai media nostrani, è ragionevole credere che una buona parte di popolazione russofona e filorussa, dopo aver subito continui bombardamenti da parte del governo di Kiev per otto anni, si esprima in favore dell’annessione. Il problema sta nelle conseguenze che questi referendum avranno. La comunità internazionale e l’Ucraina sicuramente non ne riconosceranno l’esito, ma questo non impedirà a Putin di servirsene per considerare i territori occupati suolo russo a tutti gli effetti. Questo consentirà alla Federazione di rispondere a qualsiasi attacco su questi fronti come un’aggressione al proprio suolo nazionale, con mobilitazione ben più massiccia di mezzi e truppe (inclusa opzione nucleare). Nel 2014, il referendum per l’annessione della Crimea alla Russia aveva portato alla strage di Odessa, a Euromaidan e al cambio di regime in Ucraina, con conseguente inasprimento del sentimento antirusso e con ascesa di numerose formazioni politiche e paramilitari di estrema destra. È probabile che questi referendum in Donbass abbiano un simile effetto, ma in scala ancora maggiore, andando a polarizzare le posizioni dei belligeranti in maniera irrimediabile e cancellando ogni possibilità di trattativa.

Secondo giorno di votazioni per l’annessione del Donbass alla Russia

Per il momento, rimane il dato incoraggiante del crescente dissenso popolare in Russia. La società russa, quindi, non è affatto lobotomizzata e compatta al fianco del suo leader, come molti dalle nostre parti hanno creduto; semmai, stiamo osservando come si stiano aprendo sempre più spiragli per un movimento contro la guerra generalizzato all’interno della Federazione. Un simile movimento potrebbe finalmente portare alla nascita di un fronte popolare opposto alla guerra anche in Occidente, dove finora è pesantemente mancato. A noi spetta combattere nel nostro di fronte interno, opponendoci ai governi che contribuiscono a proseguire e ad aggravare questo conflitto con l’invio di armi all’Ucraina; l’esempio l’ha già dato la classe operaia, che, nei porti e negli aeroporti, si è rifiutata di imbarcare i carichi d’armi. Estendere queste forme di dissenso, fino a farle convergere con la lotta contro la crisi economica e climatica, è il compito principale che spetta a chiunque vorrà costruire un’opposizione veramente internazionale e internazionalista alla guerra imperialista.

 

Laureato in filosofia, vive in Veneto. Lavora come precario nel mondo della scuola ed è militante della FIR.