«Il popolo vuole la caduta del regime!». Quindici anni fa, questo slogan percorreva le strade del mondo arabo. L’11 febbraio 2011, il dittatore egiziano Hosni Mubarak fu effettivamente rovesciato. Da allora, alle primavere arabe è subentrato un lungo inverno. In Egitto, dopo la vittoria di Mohamed Morsi, candidato dei Fratelli Musulmani alle elezioni presidenziali del giugno 2012, è arrivato il colpo di Stato del generale Abdel Fattah al-Sisi, tuttora al potere. Ma le ceneri della rivoluzione sono ancora calde. È ciò che ci ricorda Hossam el-Hamalawy, giornalista e membro dei Socialisti Rivoluzionari egiziani, all’epoca uno dei militanti che parteciparono attivamente alla sollevazione del 2011 e attualmente in esilio a Berlino.


Armes de la Critique (ADLC) – La rivoluzione è un’impresa collettiva e la “primavera egiziana” del gennaio e febbraio 2011 non fa eccezione. Ma la rivoluzione è anche un’esperienza vissuta e si incarna in ricordi, collettivi e individuali, che la controrivoluzione cerca precisamente di cancellare e far scomparire. Nel tuo caso personale, come militante socialista rivoluzionario, quando ti sei reso conto che la situazione stava cambiando radicalmente, dopo le prime manifestazioni di massa contro Hosni Mubarak al Cairo, Alessandria, Suez o Ismailia, il 25 gennaio? E quale immagine ti viene in mente quando ricordi l’11 febbraio, il giorno della caduta del dittatore?


Hossam el-Hamalawy (HH) – Nel 2010 molti militanti, me compreso, sentivano che c’era qualcosa nell’aria. Sapevo che l’Egitto stava andando verso una rivoluzione, perché il malcontento si era accumulato nel corso di un decennio. Era emerso nel 2000, con le manifestazioni in solidarietà con la Seconda Intifada palestinese, poi aveva preso la forma del movimento contro la guerra in Iraq, evolvendo successivamente, nel 2005, nel movimento anti-Mubarak Kifaya, che in arabo significa “basta!”.

Il ciclo di contestazione aveva inoltre coinvolto la classe operaia, con l’inizio degli scioperi di massa, in particolare quelli del settore tessile, accompagnati da proteste contro le violenze della polizia. Il muro della paura eretto dal regime aveva quindi già cominciato ad essere smantellato, mattone dopo mattone. Detto questo, mentirei se dicessi che la mattina del 25 gennaio mi aspettavo una rivoluzione.

È stato solo più tardi, quel giorno, cioè quando ho visto le immagini di piazza Tahrir stracolma di quelle che erano le più grandi manifestazioni cui avessi mai assistito in vita mia, che ho cominciato a pensare: “Mio Dio, forse alla fine ci siamo, è una rivoluzione!”. Tutto però dipendeva dalla capacità del movimento di resistere fino al venerdì successivo. Parlo del venerdì perché, in generale, il venerdì è – o meglio era, prima del colpo di Stato – il giorno in cui si tenevano le manifestazioni. È il giorno in cui i musulmani, maggioranza in Egitto, vanno alla moschea e storicamente le proteste partivano dalle moschee o si svolgevano dopo la preghiera del venerdì. Questo non significa che fossero necessariamente manifestazioni guidate da correnti islamiste, ma tutti si organizzavano più o meno in quel giorno. E in effetti, già il giorno dopo, mercoledì 26, le manifestazioni sono proseguite.

Poi è arrivato il “venerdì della collera”, il 28 gennaio 2011. Per me quella è stata una giornata molto intensa dal punto di vista emotivo. Sentivo che tutto ciò per cui avevo militato per tutta la vita stava finalmente dando i suoi frutti. Tutto ciò per cui avevo lottato e che mi aveva fatto considerare dai miei amici, dalla maggior parte dei membri della mia famiglia e da tanti conoscenti come un sognatore, un utopista scollegato dalla realtà. Tutti mi avevano sempre detto che gli egiziani non si sarebbero mai ribellati, che non sarebbero mai scesi in strada per rovesciare Mubarak. Ora invece, all’improvviso, mi ritrovavo alla testa di una delle più grandi manifestazioni cui avessi mai partecipato. Quel giorno ho visto i poliziotti egiziani, all’epoca temutissimi, fuggire come topi davanti a noi.

Non ci sono parole per descrivere il mio stato d’animo di quel momento. Lo stesso posso dire per l’11 febbraio, quando Mubarak, alla fine, cadde. Ricordo di aver pianto; avevo la sensazione di essere personalmente ricompensato e sentivo che ciò per cui avevo cominciato a fare politica e per cui avevo lottato per tanti anni si stesse finalmente avverando. E pensai a mio padre. Era un accademico di sinistra ed è morto nel 2000. Avrei tanto voluto che fosse lì, quel giorno, per vedere tutto questo.

ADLC – Come mostrano sia le immagini dell’epoca sia gli slogan che in quel momento risuonavano nelle strade di tutto il paese – a cominciare dal celebre “il popolo vuole la caduta del regime!” – furono effettivamente le classi popolari a costringere Mubarak ad andarsene (irhal!). Tuttavia, quale ruolo hanno avuto i sindacati, la sinistra e l’estrema sinistra nelle prime fasi della rivoluzione? E come ha reagito la sinistra all’emergere dei Fratelli Musulmani e del loro partito – il Partito Libertà e Giustizia – come forza politica presumibilmente destinata a raccogliere i frutti della rivoluzione, dato il massiccio sostegno popolare di cui godeva, visibile nei risultati delle prime elezioni legislative e poi con la vittoria di Mohamed Morsi alle presidenziali del giugno 2012?


HH – La prima domanda meriterebbe un libro intero, ma proverò a essere breve. È vero che i sit-in di piazza Tahrir, trasformando la piazza in un punto di convergenza per i rivoluzionari di tutto l’Egitto, sono stati un segnale eroico di resistenza al regime. Tuttavia, ad essere onesti, va detto che furono gli scioperi operai esplosi nell’ultima settimana dei diciotto giorni di rivolta a far cadere Hosni Mubarak. È stato per via di questi scioperi di massa che l’esercito si è sentito obbligato a intervenire per rovesciare il dittatore, ben consapevole del fatto che, se non lo avesse fatto, l’intero regime sarebbe crollato. Non a caso, subito dopo la caduta di Mubarak l’esercito ha preso prioritariamente di mira gli scioperi operai e le proteste sociali. Sono state adottate leggi anti-sciopero, accompagnate da un’ondata di propaganda mediatica contro gli operai, accusati di essere egoisti e di pensare solo ai propri interessi. Si diceva che bisognasse stringere i denti e aspettare la fine della rivoluzione: allora avremmo avuto un nuovo governo, una nuova costituzione e nuove elezioni che ci avrebbero garantito nuovi diritti. In quella circostanza, peraltro, tanto gli islamisti quanto i liberali si sono fatti anch’essi portavoce di questa propaganda anti-scioperi.

Per quanto riguarda il ruolo della sinistra e della sinistra rivoluzionaria, compresa la mia organizzazione, i Socialisti Rivoluzionari, eravamo parte integrante di coloro che hanno organizzato le mobilitazioni del 25 gennaio. Fuori dall’Egitto c’è chi tende a credere che tutto sia partito da un evento su Facebook, ma non è così. In realtà c’era stata un’organizzazione minuziosa delle mobilitazioni, dei percorsi dei cortei, degli slogan, degli striscioni, e noi siamo stati parte attiva di questo lavoro. Negli anni che hanno preceduto la rivoluzione siamo stati attivi anche nel movimento operaio, nel movimento studentesco e nelle mobilitazioni contro le brutalità della polizia. Abbiamo preso parte anche agli scontri per difendere piazza Tahrir quando i picchiatori del regime l’hanno attaccata, in quella che venne allora chiamata “la battaglia dei cammelli”[1].

Pur con un peso modesto, abbiamo avuto un ruolo. Sarebbe falso dire che siamo stati noi a lanciare gli scioperi di massa dell’ultima settimana. Ma abbiamo contribuito all’agitazione a favore di quegli scioperi e vi eravamo presenti. Dopo la caduta di Mubarak ci siamo buttati anima e corpo nel movimento degli scioperi e nelle mobilitazioni di piazza, conoscendo una crescita esponenziale. Siamo stati promotori delle mobilitazioni contro la polizia e contro l’esercito. All’inizio eravamo una minoranza, poiché l’esercito conservava un’influenza importante nella popolazione; ma col tempo la gente si è liberata delle illusioni sui generali e sul ruolo dell’esercito, e siamo riusciti a emergere come attori, seppur minori, della rivoluzione.

Per quanto riguarda gli islamisti – cioè i Fratelli Musulmani e la maggior parte delle reti sociali riconducibili ai salafiti – inizialmente non hanno sostenuto le manifestazioni del 25 gennaio 2011. Tuttavia, fin dal primo giorno di protesta giovani salafiti e giovani militanti dei Fratelli Musulmani hanno partecipato alle mobilitazioni. Va ribadito una volta di più che queste organizzazioni non sono omogenee e sono molto fluide: comprendono gruppi sociali diversi, provenienti da classi differenti. Così, a ogni cambiamento di situazione, quello che si riscontra è che la base può prendere una direzione diversa rispetto a quella imboccata dai rispettivi dirigenti. Durante i diciotto giorni abbiamo lavorato con gli islamisti per difendere e organizzare la piazza.

Questo coordinamento è terminato dopo la caduta di Mubarak, quando gli islamisti hanno cominciato a cercare un’alleanza con l’esercito. Quest’ultimo nei due anni seguiti allo scoppio della rivoluzione ha scelto ovviamente di allearsi con loro perché erano i meglio organizzati, e i militari speravano in tal modo di spegnere l’enorme politicizzazione delle piazze e delle fabbriche. In realtà, una delle cause del successivo colpo di Stato ha a che fare proprio con l’incapacità degli islamisti di porre fine alle mobilitazioni e alle agitazioni di piazza. I militari hanno deciso a quel punto di intervenire direttamente per “pacificare” il paese.

Quanto a noi, dopo il colpo di Stato scegliemmo di non impegnarci in nessun coordinamento ufficiale con gli islamisti e con le loro organizzazioni, rivolgendoci però alla loro base per conquistarla alle nostre idee. Con qualche successo, in alcuni casi, perché a ogni grande scontro con l’esercito, mentre i dirigenti islamisti assumevano posizioni particolarmente reazionarie e codarde, i giovani si trovavano al nostro fianco. È a loro che abbiamo cercato di rivolgerci.

Riguardo alle presidenziali: al primo turno emersero i candidati sostenuti da organizzazioni strutturate, cioè Mohamed Morsi per i Fratelli Musulmani e Ahmed Shafiq, candidato ufficiale della controrivoluzione, sostenuto dall’esercito e dall’apparato statale. C’è stata una certa confusione nelle nostre file circa la posizione da adottare: una parte proponeva di votare Morsi come passo avanti per sconfiggere la controrivoluzione, un’altra di boicottare il processo elettorale. Alla fine Shafiq fu sconfitto di misura.

I Fratelli Musulmani rimasero quindi al potere per un anno, periodo in cui abbiamo partecipato alle manifestazioni contro lo Stato e contro di loro. Successivamente, quando c’è stato il colpo di Stato, ci siamo opposti all’esercito. Abbiamo denunciato il massacro di piazza Rabi’a al-‘Adawiyya e le mobilitazioni del tawfid convocate da Sisi il 26 luglio 2013 per ottenere un mandato popolare nella lotta contro il presunto rischio terroristico [2]. Denunciammo quella manovra come un mandato volto in realtà a schiacciare la rivoluzione. E i fatti ci hanno dato ragione.

ADLC – Una controrivoluzione non è mai il frutto di un solo fattore e il tuo libro, Counterrevolution in Egypt: Sisi’s New Republic, in uscita a maggio per Verso, affronta proprio la complessità della dinamica che ha portato al ritorno dell’esercito alla guida del paese dopo il colpo di Stato del 3 luglio 2013 contro il governo di Mohamed Morsi. Volendo però mettere in evidenza gli elementi chiave necessari a comprendere quest’inversione di tendenza, su quali ci si dovrebbe concentrare, a tuo avviso?


HH – Insisterei su due elementi. Innanzitutto, ciò è stato possibile perché i Fratelli Musulmani, che in quel momento rappresentavano la principale forza politica del paese, hanno cercato di stabilire un patto faustiano con l’esercito: in cambio della loro fetta di torta, consistente in una compartecipazione al blocco di potere che gestiva il paese, essi hanno offerto ai militari il controllo della piazza e la fine delle mobilitazioni.

I Fratelli Musulmani hanno optato per un’alleanza politica che comportava l’utilizzo del vecchio apparato statale, quello di Mubarak, per raggiungere i loro obiettivi. Ma in una rivoluzione, se non rovesci lo Stato questo ritorna e, in un certo senso, si prende la rivincita. Il primo elemento da comprendere è quindi che non si può riformare lo Stato così com’è. Non si possono riformare i suoi organi e le sue istituzioni: bisogna distruggerlo e crearne uno nuovo.

Tutto ciò non significa creare il caos, né abolire tutte le istituzioni dall’oggi al domani trasformando il paese in una giungla (questo era proprio quello che la controrivoluzione cercava di far credere). Nuove istituzioni possono essere costruite solo a partire dalle iniziative che emergono dalla rivoluzione stessa, affinché le masse possano rappresentarsi e auto-organizzarsi attraverso nuove strutture di potere prodotte da loro stesse, alternative al vecchio Stato.

Il secondo elemento è che le controrivoluzioni non implicano mai una restaurazione identica dell’ordine politico che esisteva in precedenza. Sottolineare questo aspetto è, a mio avviso, molto importante se vogliamo capire come si è arrivati all’inversione di tendenza di cui si diceva. L’ordine passato non viene semplicemente riportato in vita, perché agli occhi dei controrivoluzionari esso ha fallito nel prevenire la rivoluzione. In generale, il regime instaurato dalla controrivoluzione cerca di non ripetere gli errori del passato. Mubarak era stato troppo indulgente, troppo debole, aveva delegato il mantenimento dell’ordine a istituzioni civili. Per comprendere il regime di al-Sisi, bisogna capire che i militari hanno scelto un nuovo ordine, radicalmente diverso dal passato. Questo spiega la brutalità dell’attuale regime, che non è un’eccezione egiziana. Dopo il fallimento della rivoluzione tedesca non ci fu il Kaiser, ma Hitler. Dopo il fallimento della rivoluzione italiana non ci fu una monarchia costituzionale, ma Mussolini. Dopo il fallimento della rivoluzione egiziana non abbiamo avuto Mubarak, ma al-Sisi.

Sotto al-Sisi è lo Stato che dirige e gestisce quotidianamente la società attraverso il suo braccio armato: l’esercito, la polizia e i servizi di intelligence, cioè la nostra Mukhabarat. Sotto Mubarak questi elementi restavano più in secondo piano, mentre con al-Sisi occupano il centro della scena. La macchina repressiva è stata ristrutturata, ha imparato dai propri errori ed è diventata molto più brutale e letale. Anche le attrezzature e l’infrastruttura tecnologica sono state completamente modernizzate, con il sostegno di diversi attori internazionali, dalle potenze europee agli Stati Uniti, passando per le potenze regionali alleate del Golfo.


ADLC – Il processo che ha portato alla caduta di Mubarak nel 2011 è stato caratterizzato non solo da una notevole ampiezza in termini di partecipazione di massa, ma anche dal ruolo che in esso ha svolto il movimento operaio, attraverso gli scioperi e le mobilitazioni che tu stesso prima ricordavi. Successivamente questa dinamica è proseguita con il duplice obiettivo di cacciare dai vertici di molte fabbriche e imprese pubbliche i tanti “piccoli Mubarak” che le dirigevano e, d’altro lato, di costruire nuove organizzazioni sindacali indipendenti dagli organismi corrotti che erano parte integrante dello Stato. Cosa resta, oggi, di quell’esperienza?


HH – Dopo il colpo di Stato si verificarono massacri di portata amplissima, veramente senza precedenti, e il regime non cercò nemmeno di nasconderli. Il massacro di piazza Rabi’a al-‘Adawiyya, che ho menzionato prima, fu letteralmente trasmesso in diretta. Lo scopo era quello di inviare un messaggio chiaro alla popolazione e alla classe operaia: il regime frutto della controrivoluzione non avrebbe più tollerato nessuna forma di azione collettiva. L’esercito aveva voluto dire: “Scordatevi di tutto questo, è finita”.

In un simile clima di terrore di Stato, le lotte dei lavoratori nel settore industriale hanno subito un crollo significativo e il livello di militanza sindacale è diminuito drasticamente. A generare questa situazione ha contribuito anche la cooptazione, all’interno del governo venutosi a creare dopo il colpo di Stato, della burocrazia dei sindacati indipendenti, che aveva un orientamento nasserista ed era guidata da Kamal Abu-Eita. Questi, un nasserista che aveva acquisito notevole notorietà come attivista sindacale negli anni di Mubarak, venne in quella circostanza nominato Ministro del Lavoro e supervisionò personalmente la repressione del sindacalismo nelle imprese, invitando i lavoratori a non scioperare e a sostenere l’esercito, con la motivazione che quest’ultimo era in guerra con il fascismo. Così facendo, diede un colpo durissimo all’intero movimento operaio egiziano.

Parallelamente vi fu una repressione massiccia contro gli scioperanti e gli attivisti più combattivi, accompagnata da un arsenale legislativo volto a strangolare i sindacati indipendenti cresciuti dopo il 2011. In una situazione del genere, il movimento dei lavoratori è andato incontro a un netto arretramento. I leader degli scioperi sono stati attivamente perseguitati, i sindacalisti sistematicamente colpiti e la sinistra smantellata.

Negli ultimi anni, soprattutto a partire dal 2021-2022, a causa dell’inflazione, del crollo della sterlina egiziana e del peggioramento dell’economia, si è assistito a un lento ma progressivo ritorno della militanza sindacale. Gli scioperi sono per lo più spontanei e indipendenti da organizzazioni o partiti. Sta emergendo una nuova generazione di attivisti, spesso senza l’esperienza della generazione precedente coinvolta nelle lotte degli anni 2006-2014. Le mobilitazioni sono quindi in gran parte spontanee e “selvagge”. Le cose si stanno ricostruendo gradualmente e mi aspetto che possano esplodere in un futuro prossimo, perché la situazione economica è difficilmente sostenibile.

ADLC – Fino a che punto il regime attuale è riuscito a schiacciare l’opposizione a Mubarak che era scesa in piazza a partire dal gennaio 2011? Non parliamo qui tanto dei settori liberali e democratici, anche se è vero che, fra questi ultimi, quelli che non hanno sostenuto il colpo di Stato del 2013 in nome della lotta al pericolo islamista hanno essi stessi subito i colpi della repressione. La sinistra radicale e i settori popolari legati ai Fratelli Musulmani sono stati completamente decapitati oppure esistono ancora forze organizzate?


HH – Il regime attuale risulta essere molto più efficiente di quello di Mubarak nel soffocare ogni opposizione, su questo non c’è dubbio. Mubarak tendeva a controllare il dissenso; al-Sisi lo sradica del tutto. Ha instaurato la repressione a partire dal 2013 colpendo inizialmente gli islamisti. Si è scagliato prima contro i Fratelli Musulmani, poi contro salafiti e jihadisti, smantellandone le organizzazioni, assassinandone dirigenti e quadri di base e procedendo ad arresti di massa. Decine di migliaia di persone sono state incarcerate. Successivamente ha rivolto l’attenzione all’opposizione laica: ha colpito noi, i Socialisti Rivoluzionari, così come altri partiti di sinistra; ha preso di mira gruppi giovanili come il Movimento 6 Aprile[3]. Poi la repressione ha colpito tutti, anche coloro che inizialmente avevano sostenuto il regime. Al-Sisi prende di mira qualsiasi entità o organizzazione indipendente dallo Stato, persino associazioni di beneficenza apolitiche.

Si tratta senza dubbio di un livello di repressione sconosciuto nella storia dell’Egitto moderno; nemmeno sotto Nasser si è arrivati a tanto. C’è chi cita spesso quella di Nasser come la peggiore dittatura militare che il paese abbia conosciuto, ma ciò che viviamo con al-Sisi non è paragonabile a nulla di precedente. Tutte le organizzazioni sono state smantellate.

I Fratelli Musulmani sono stati decapitati: molti quadri sono in prigione insieme ai loro familiari. L’organizzazione è scomparsa? Sì e no. Non può operare pubblicamente in Egitto e non ha spazio per organizzarsi. Per quanto ne so, esiste ancora in alcune province, ma si concentra soprattutto su reti di assistenza sociale a sostegno delle famiglie dei detenuti. Molti membri sono in esilio: la loro base principale è a Istanbul, in Turchia; altri sono in Qatar o vivono in Europa come rifugiati politici. All’estero l’organizzazione ha conosciuto divisioni interne, frammentandosi in tre rami. Stanno cercando di riunificarsi con risultati limitati. Per ora, comunque, in Egitto sono paralizzati.

Per quanto riguarda la sinistra, negli ultimi anni si è registrato un leggerissimo rimbalzo, sia per i Socialisti Rivoluzionari sia per altri gruppi, ma si tratta di un fenomeno molto, molto limitato. È un processo lento, sottoposto a pressioni securitarie e a ogni tipo di restrizione. La situazione in Egitto è molto difficile. Tuttavia non sono pessimista: questo lento rimbalzo, come insegna la storia egiziana e quella di altri paesi, potrebbe accelerare in futuro. È ciò che mi auguro.


ADLC – Se potesse, come del resto tutti i suoi predecessori, al-Sisi preferirebbe che la storia dell’Egitto coincidesse unicamente con un passato millenario e faraonico. Ne è testimonianza il progetto colossale del Grand Egyptian Museum, costruito a Giza, lontano dal centro della capitale e da quella piazza Tahrir, cuore pulsante della rivoluzione, che fino a non molto tempo fa risultava poco distante dal vecchio museo archeologico. In prossimità degli anniversari dell’inizio della rivolta contro Mubarak e della sua caduta, il governo ha letteralmente militarizzato tutte le città del paese. Il potere teme la storia recente e il ricordo del 2011 al punto da voler evitare ogni commemorazione?


HH – L’uso del faraonismo[4] e il far riferimento a un grande passato non sono un’esclusiva di al-Sisi: è un gioco al quale si sono prestati, in modi diversi, tutti i dirigenti egiziani moderni. Ma per un regime come quello attuale, alla disperata ricerca di un’ideologia capace di costruire un discorso egemonico, il faraonismo svolge un ruolo centrale. Detto ciò, certo, al-Sisi teme la storia recente dell’Egitto: raramente tiene un discorso in cui non venga sottolineato quanto il 2011 sia stato una catastrofe per il paese, un disastro che solo l’esercito avrebbe impedito. Oltretutto, non perde occasione per evocare teorie del complotto riguardanti coloro che parteciparono alla rivolta. Al-Sisi ha una paura drammatica della rivoluzione.


ADLC – Tu, Sameh Naguib e altri compagni della tua organizzazione, i Socialisti Rivoluzionari, con i quali hai condiviso una militanza risalente a prima del 2011, avete sempre sottolineato quanto la Seconda Intifada e la solidarietà con la Palestina abbiano svolto un ruolo estremamente forte in Egitto all’inizio degli anni 2000, e quanto quel clima abbia contribuito a una rinascita della militanza politica di sinistra. Tenuto conto della storia dei rapporti tra l’Egitto e Israele, sembrava difficile immaginare un governo ancora più filo-sionista di quelli di Sadat e poi di Mubarak. Eppure al-Sisi ha raccolto questa sfida… Dall’inizio del genocidio israeliano contro Gaza, e ancora oggi rispetto alla “pax trumpiana” che l’amministrazione statunitense tenta di imporre, al-Sisi ha svolto un ruolo chiave nel sostenere l’aggressione israeliana. Le piazze egiziane, come quelle arabe in generale, si sono ritrovate su posizioni opposte, e non soltanto in occasione della “Global March to Gaza” del giugno 2025. La solidarietà con la causa palestinese sviluppatasi in questi ultimi due anni potrà essere nuovamente il segnale di una rinascita della militanza di sinistra tra i giovani e nelle classi popolari?


HH – In Egitto la militanza a sinistra è sempre stata direttamente o indirettamente legata a ciò che accade in Palestina, dal 1948 fino alla rivoluzione del 2011. Per me la causa palestinese è stata la porta d’ingresso alla politica e alla sinistra radicale, non c’è dubbio. È stato cercando una soluzione per liberare la Palestina che sono giunto alla conclusione che, per liberare Gerusalemme, bisogna prima liberare Il Cairo. E il mio non è un caso isolato: fra i militanti coinvolti nella sollevazione del 2011 sono tanti quelli che provengono dal movimento di solidarietà con la Palestina.
Dopo il colpo di Stato, la controrivoluzione di al-Sisi ha assunto le caratteristiche di una vendetta contro tutte le cause sostenute dalla rivoluzione, in primo luogo quella palestinese. Al-Sisi sa benissimo cos’è che ha radicalizzato gli egiziani in passato, ed è per questo che agisce contro la causa palestinese in maniera così netta, quasi prendendola sul personale. Israele ha avuto un ruolo centrale nel sostenere il suo regime: i lobbisti israeliani a Washington e in Europa lo hanno presentato come l’uomo forte capace di opporsi all’islam politico e di schiacciare il terrorismo islamico. Sono intervenuti più volte per far sbloccare gli aiuti militari statunitensi all’Egitto.

L’aviazione israeliana è stata autorizzata dal regime egiziano a operare nel Sinai e nel nostro spazio aereo, bombardando obiettivi accusati di appartenere all’Isis: un fatto senza precedenti. L’assedio di Gaza si è intensificato sotto al-Sisi, raggiungendo livelli di catastrofe umanitaria inauditi. Il regime si è reso complice del genocidio a Gaza e delle guerre precedenti, come quella del 2014.

Quello che avviene fra me e voi, che ci troviamo in paesi diversi ma lottiamo per le stesse cause, è speculare alla condizione che caratterizza i nostri nemici. Anche loro sono uniti. Lo Stato egiziano e quello israeliano cooperano per soffocare qualsiasi attività rivoluzionaria nella regione, consapevoli del fatto che, se venisse colpito anche solo uno di loro due, ciò potrebbe innescare un effetto domino capace di mettere fine all’ordine regionale imposto dalla “pax trumpiana”.

È probabile che l’offensiva genocidaria iniziata nel 2023 abbia portato a una breve ricomparsa della militanza nei campus, dopo che essa era stata completamente schiacciata dal regime. È stata una rinascita di breve durata, ma ha se non altro mostrato che esiste un potenziale su cui costruire in futuro. La causa palestinese sarà senza dubbio uno dei pilastri di una futura rinascita di una militanza di sinistra in Egitto.


[Intervista raccolta da Jamila M. H. Mascat e Jean Baptiste Thomas, tradotta e curata nella versione italiana da Marco Zerbino, già apparsa su Armes de la Critique 5, febbraio 2026]


Note

[1] Il 2 febbraio 2011, i manifestanti che occupavano Piazza Tahrir subirono un assalto da parte di teppisti pro-regime – armati di bastoni, spade e fruste – che fecero irruzione nella piazza a cavallo di cammelli, muli e cavalli. L’attacco si rivelò un punto di svolta decisivo, non riuscendo a disperdere la folla e, al contrario, aumentando il sostegno popolare per i manifestanti e accelerando la caduta del regime (ndt).

[2] Dopo il colpo di Stato del 3 luglio 2013, al-Sisi organizzò mobilitazioni volte a legittimare il proprio potere di fatto e a ottenere un mandato popolare (tawfid). Tra il 14 e il 16 agosto 2013, esercito e polizia sgomberarono con la forza le piazze al-Nahda e Rabi’a al-‘Adawiyya al Cairo, occupate dai sostenitori di Morsi, compiendo il più grande massacro della storia dell’Egitto moderno. Fu l’atto finale del putsch iniziato sei settimane prima (ndt).

[3] Il Movimento 6 Aprile è stato un movimento politico giovanile egiziano, laico e democratico, fondato nel 2008 in supporto agli scioperi operai. Ha svolto un ruolo importante nell’organizzazione delle proteste della primavera araba del 2011 che hanno portato alla caduta di Mubarak. Successivamente, dopo il colpo di Stato di al-Sisi, è stato bandito nel 2014 (ndt).

[4] Il “faraonismo” è l’ideologia, diffusasi soprattutto a partire dagli anni Venti e Trenta del XX secolo negli ambienti nazionalisti egiziani, incentrata sul recupero del passato preislamico del paese e volta alla creazione di un’identità nazionale in chiave etnico-territoriale (ndt).

La Voce delle Lotte ospita i contributi politici, le cronache, le corrispondenze di centinaia compagni e compagne dall'Italia e dall'estero, così come una selezione di materiali della Rete Internazionale di giornali online La Izquierda Diario, di cui facciamo parte.