Traduciamo e pubblichiamo due articoli della rete Red Internacional, di cui fa parte anche La Voce delle Lotte, sull’attacco congiunto USA-Israele all’Iran, usciti sabato 28 febbraio rispettivamente su La Izquierda Diario e Révolution Permanente.

Sabato mattina, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato una massiccia operazione di bombardamento su Teheran e diverse città iraniane. Dopo il fallimento dei negoziati, in cui gli Stati Uniti cercavano di imporre i propri interessi imperialisti, Trump ha annunciato un’operazione su larga scala. L’Iran ha risposto con il lancio di missili sul nord di Israele e attacchi alle basi militari statunitensi nella regione.


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Sabato mattina, Israele e Stati Uniti hanno lanciato un bombardamento massiccio sull’Iran dopo settimane di negoziati in cui gli Stati Uniti volevano imporre i propri interessi con la minaccia del più grande dispiegamento militare nella regione dalla guerra in Iraq.

I bombardamenti sono iniziati questa mattina a Teheran. Israele ha confermato la sua partecipazione alle operazioni, definite “attacchi preventivi” dall’ufficio del ministro della Difesa. Gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi dalla USS Lincoln, situata a sud del Golfo. Secondo il New York Times, i funzionari statunitensi prevedono che l’attacco sarà di portata molto superiore rispetto agli attacchi sferrati dagli Stati Uniti lo scorso giugno contro gli impianti nucleari iraniani durante la “guerra dei 12 giorni”.

L’operazione, denominata da Benjamin Netanyahu “Ruggito del leone”, ha già colpito Teheran, Qom, Kermanshah, Isfahan e Karaj. Secondo diverse fonti, gli attacchi sarebbero diretti contro gli impianti nucleari iraniani, il programma missilistico balistico e i principali rappresentanti del regime, mentre Ali Khamenei è stato evacuato [nella mattinata di domenica 1 marzo ne è confermata la morte, n.d.t.].

Gli attacchi in corso seguono settimane di negoziati condizionati dalla forte pressione imperialista degli Stati Uniti e di Israele, che cercavano di imporre unilateralmente all’Iran l’abbandono del suo programma nucleare, la distruzione dei siti di arricchimento dell’uranio di Fordow, Natanz e Isfahan, e persino il divieto dell’arricchimento dell’uranio civile a fini energetici, oltre allo smantellamento totale del suo programma balistico.

Gli Stati Uniti stanno utilizzando le basi militari di Morón de la Frontera e Rota come punti chiave per il transito e il supporto dei loro aerei militari nella loro offensiva contro l’Iran. Entrambe le strutture svolgono un ruolo strategico fungendo da scalo e supporto logistico per gli aerei che attraversano la regione. Queste basi si trovano nel sud della Spagna, a Cadice e Siviglia, e il governo del PSOE e Sumar (una coalizione legata al PC spagnolo) si sono più volte rifiutati di chiuderle.

Nella notte tra venerdì e sabato, si sono moltiplicati i segnali di una guerra imminente, con l’evacuazione di diverse ambasciate, mentre l’ambasciata degli Stati Uniti in Qatar ha chiesto il confinamento del proprio personale.

Donald Trump ha pubblicato un discorso di otto minuti su Truth Social per annunciare l’entrata in guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. “Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano eliminando le minacce imminenti del regime iraniano, un gruppo spietato di persone molto dure e terribili. Le loro azioni minacciose mettono direttamente in pericolo gli Stati Uniti, le nostre truppe, le nostre basi all’estero e i nostri alleati in tutto il mondo”. Benjamin Netanyahu ha affermato che l’operazione mirava a smantellare il regime iraniano, prendendo di mira alti rappresentanti del regime e obiettivi civili.

Trump ha anche affermato che è possibile che gli Stati Uniti perdano soldati americani nella guerra in corso, preparando il terreno per un conflitto ad alta intensità.

L’Iran ha risposto con il lancio di missili sul nord di Israele e attacchi alle basi militari statunitensi nella regione.

Nelle sue dichiarazioni, Trump ha invitato gli iraniani a ribellarsi contro il regime iraniano. Tuttavia, questi attacchi imperialisti non hanno nulla a che vedere con la difesa degli interessi delle classi lavoratrici e dei popoli della regione, anzi, è proprio il contrario. Sotto la guida dell’imperialismo, le catene di sottomissione e oppressione del popolo iraniano e di quelli della regione non possono che rafforzarsi. Il suo obiettivo è quello di consolidare il controllo imperialista sul Medio Oriente e gli interessi dello Stato di Israele, nel momento in cui sta compiendo un genocidio contro il popolo palestinese.

Urge sviluppare una mobilitazione di massa contro l’intervento militare degli Stati Uniti e di Israele nella regione, in modo indipendente dal regime iraniano.

Fermiamo l’aggressione imperialista dell’Iran!

Per il ritiro totale delle truppe statunitensi dalla regione!

Fuori le basi statunitensi da Rota e Morón!

Per un grande movimento contro la violenza imperialista, con la classe operaia e i giovani di tutto il mondo.

Redazione Internazionale La Izquierda Diario


 

La rischiosa scommessa di Benjamin Netanyahu e Donald Trump contro l’Iran

Articolo originale

La nuova offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran segna un salto di qualità nella crisi regionale scoppiata dopo il 7 ottobre 2023. Non si tratta più, almeno nel discorso ufficiale, di fermare il programma nucleare iraniano, ma di un obiettivo molto più ambizioso e rischioso: imporre un cambio di regime in Iran.

Per Netanyahu, la guerra ha un’evidente logica politica interna. Con l’avvicinarsi delle elezioni, ha bisogno di ricostruire la sua immagine di “uomo della sicurezza” dopo il trauma strategico causato dall’attacco di Hamas. Colpire il nemico esistenziale per eccellenza, l’Iran, gli permette di riorganizzare l’agenda nazionale e di riunire una società frammentata sotto la narrazione di una rinascita nazionale che avrebbe spazzato via “l’asse del male”. I sondaggi che hanno seguito la guerra dei 12 giorni del giugno 2025 avevano già mostrato un significativo aumento di popolarità per il primo ministro israeliano. La sfida ora è quella di consolidarla.

Nel caso degli Stati Uniti, a differenza di quanto accaduto in precedenza, Washington assume apertamente la propria partecipazione e fissa come obiettivo esplicito la caduta del regime iraniano. L’assenza di una solida giustificazione – al di là di vaghi accenni a minacce future – e le riserve espresse da alcuni settori dell’esercito americano rivelano crepe interne. Tentare di rovesciare dall’alto un regime che ha decenni di esperienza in materia di sopravvivenza, senza uno schieramento terrestre e con limitazioni note in termini di munizioni, è un’operazione dal risultato molto incerto.

Il calcolo americano-israeliano sembra chiaro: colpire rapidamente e con forza, indebolire la capacità balistica iraniana e provocare uno shock interno che frammenti il potere, raggiungendo il maggior numero possibile di obiettivi prima che la guerra diventi troppo costosa per l’opinione pubblica americana, per gli alleati del Golfo e per l’economia mondiale in caso di impennata dei prezzi del petrolio. Da parte iraniana, la rapida risposta contro le basi americane nel Golfo indica che Teheran ha scelto di internazionalizzare il costo del conflitto fin dall’inizio. Questa iniziativa mira probabilmente a spingere i paesi del Golfo a intervenire con Trump per porre fine alle ostilità, ma potrebbe ritorcersi contro l’Iran, come suggeriscono le dichiarazioni dell’Arabia Saudita, che ha affermato di riservarsi il diritto di rispondere agli attacchi iraniani sul proprio territorio.

Per quanto riguarda il fronte dei “proxy”, la situazione è più ambigua di quanto suggerisca la retorica bellicosa. Hezbollah, presentato per anni come il principale strumento di deterrenza iraniano contro Israele, ha finora optato per un coinvolgimento misurato e attentamente calibrato. I suoi attacchi dal sud del Libano sono stati simbolici e contenuti, sufficienti a mantenere alta la tensione, ma non a scatenare una vera e propria guerra. Questa moderazione non è casuale: un intervento totale comporterebbe una devastazione quasi certa per il Libano, un Paese economicamente e politicamente esausto, e potrebbe persino erodere la base sociale del movimento stesso.

Ventitré anni dopo l’invasione dell’Iraq, gli Stati Uniti scommettono nuovamente sulla loro capacità di ridisegnare la mappa politica del Medio Oriente, questa volta senza truppe sul campo, ma con un obiettivo altrettanto ambizioso. Al di là del piano strettamente militare di questo scontro asimmetrico, la vera battaglia si gioca sulla capacità del regime iraniano di assorbire lo shock senza fratturarsi, sulla tolleranza dell’opinione pubblica statunitense nei confronti di un conflitto dai costi crescenti e sulla disponibilità degli alleati regionali a sostenere l’escalation.

La questione decisiva, tuttavia, è di ordine strategico: qual è il piano di uscita? Gli Stati Uniti e Israele si accontenteranno di uno scenario – abbastanza probabile – in cui infliggerebbero danni considerevoli al loro avversario senza riuscire a rovesciarlo né a costringerlo alla capitolazione? La durata e le conseguenze del conflitto dipendono in gran parte dalla risposta a questa incognita.

 

Juan Chingo

Membro della redazione di Révolution Permanente, giornale militante francese della Rete Internazionale La Izquierda Diario. Autore di numerosi articoli e saggi sui problemi dell'economia internazionale, della geopolitica e delle lotte sociali dal punto di vista della teoria marxista. È coautore con Emmanuel Barot del saggio "La classe ouvrière en France: Mythes & réalités. Pour une cartographie objective et subjective des forces prolétariennes contemporaines" (2014). Ha pubblicato inoltre il saggio sui Gilet Gialli "Gilets jaunes. Le soulèvement" (2019) e "La victoire était possible: Réflexions stratégiques sur la bataille des retraites de 2023" (2023).

Redazione Internazionale La Izquierda Diario

Rete di 15 giornali online militanti, in 7 lingue, animati dalla Frazione Trotskista per la Quarta Internazionale (FT-QI), di cui La Voce delle Lotte è la testata in Italia.