Pubblichiamo le corrispondenze di due compagni di Roma, Bereket e Soucaina, entrambi attivisti del movimento per l’abitare nella capitale, entrambi passati attraverso l’esperienza dello sgombero di una occupazione abitativa. Abbiamo chiesto loro di parlarci della loro esperienza di lotta.

Soucaina (pronuncia Suchèna) è una degli ex-occupanti protagonisti della resistenza allo sgombero dell’occupazione di Cardinal Capranica dello scorso 15 luglio.


Mi chiamo Soucaina, ho 25 anni, sono nata a Roma, figlia di immigrati marocchini.

La mia famiglia è entrata in occupazione perché purtroppo non arrivavamo più a fine mese. Mio padre lavorava per una ditta libica; gli diagnosticarono un cancro al pancreas e dovette affrontare tutto il percorso di cura, il day hospital, e ha perso poi il posto di lavoro, l’hanno licenziato. Noi abbiamo pagato l’affitto per 35 anni, e ci siamo ritrovati di punto in bianco a non riuscire più a pagarlo, con due minorenni sulle spalle di mia madre che fa la domestica, quindi inizialmente noi campavamo solo con lo stipendio di mia madre. Ho iniziato allora a lavoricchiare, a fare qualsiasi cosa trovassi in giro dai 14 anni per riuscire anche solo a uscire con gli amici; purtroppo ci hanno poi sfrattato comunque e allora abbiamo trovato posto all’occupazione di Cardinal Capranica grazie alla solidarietà di nostri conoscenti che ci hanno aiutati a informarci su dove potevamo trovare un tetto sopra la testa e non dormire per strada. Siamo finiti lì io, mia madre, mio padre e mio fratello più piccolo. Lo stato di salute di mio padre si è ulteriormente aggravato, faceva la chemioterapia. Nel 2000 avevamo fatto la richiesta di casa popolare; nel 2012, cioè quando già stavamo in occupazione, abbiamo fatto un’altra richiesta, con più punti rispetto a prima perché mio padre aveva l’invalidità al 100% – purtroppo poi non ce l’ha fatta ed è rimasta solo mia madre, che lavorava come domestica e nel frattempo aveva ottenuto la cittadinanza italiana, ma siamo comunque rimasti a Cardinal Capranica.

Da quando avevo diciott’anni ho iniziato a dare una mano a mia madre, e per dieci anni abbiamo vissuto a Cardinal Capranica in questa situazione: mia madre prendeva 400 euro al mese, io ne prendevo 740 perché purtroppo in Italia sembra che, oltre al contratto di apprendistato, non ti vogliano assumere, se non lavorando part-time essendo sfruttata fino al midollo e non avere mai una lira. Mio fratello pure, che ha fatto 20 anni da poco, non lavora: sembra che, se non hai esperienza, non ti prende a lavorare nessuno, ma se non ti fanno fare questa esperienza, come fai a lavorare?

A gennaio scorso ci è arrivata la notizia che ci volevano buttare fuori da lì perché Salvini voleva togliere tutte le occupazioni di Roma. Abbiamo iniziato a fare scioperi, manifestazioni, a chiedere tavoli al Comune, al quattordicesimo municipio, a capire se era possibile fare un progetto di autorecupero dello stabile, regolarizzarci, un qualunque modo per tenerci la nostra casa, perché quella è stata la nostra casa per tanto tempo.

Il nostro grido di aiuto non è stato accolto né dal municipio né dal comune né dalla regione Lazio. A giugno iniziarono a fare pressioni per buttarci fuori ma sempre senza avere soluzioni né comunicazioni dal municipio e dalla regione; le soluzioni non sono mai state proposte, o sono state proposte “case-famiglia” dove noi assolutamente non volevamo andare a vivere perché queste “case-famiglia” distruggono i nuclei familiari, dividono mogli e mariti e bambini.

L’11 luglio ci è arrivata per vie traverse la notizia che ci sarebbe stato lo sgombero il lunedì successivo: nessuno ce lo ha detto ufficialmente, nessuno delle forze dell’ordine è venuto a affiggere un avviso, qualcosa che ci informasse, con scritto che lo stabile andava adeguato, che ci sarebbe stato lo sgombero, che sarebbe state proposte soluzioni – niente. Zero comunicazione. Quindi noi ci siamo ritrovati la domenica notte a essere chiusi dalla Digos, che ha proprio chiuso le strade circostanti; circondati, non sapevamo che stava succedendo: lì in occupazione c’era tutta brava gente che non aveva particolari problemi con la legge – io, ad esempio, non sono mai nemmeno stata fermata da una volante mentre guidavo l’auto, quindi potete immaginare quale grande contatto con le forze dell’ordine avessi avuto prima dello sgombero.

Agenti in borghese, luci piantate contro lo stabile, 700 agenti schierati in assetto antisommossa, 2 camionette con gli idranti, 45 camionette per tutta l’area: ci chiedevamo di quale grande colpa fossimo incriminati, di fronte a uno schieramento del genere. Di quale colpa ci stanno incriminando? Di aver occupato uno stabile abbandonato che era di proprietà della regione Lazio? Questa era la nostra colpa; la nostra colpa era aver trovato una soluzione alternativa alla strada.

Alle sei del mattino arriva l’assessore Baldassarre che ci comunica che le soluzioni sarebbero state delle case vere e proprie; va via, dopo dieci minuti ritorna dicendoci che avrebbero cominciato a dividere le persone e a fare colloqui individuali: le proposte “vere” erano “case-famiglia” e centro accoglienza per immigrati. Noi ci siamo inalberati perché comunque ci avevano che c’erano 700 celerini pronti a usare qualsiasi maniera, a usare la forza contro di noi per farci evacuare lo stabile, e la proposta era di fatto finire per prima o poi per strada. È avvenuto allora quello che tutti sanno: barricate, resistenza… non perché noi volessimo resistere alle forze dell’ordine, ma per dare un segnale al mondo intero, perché altrimenti di questa cosa non avrebbe parlato nessuno: non si possono distruggere così le vite di 80 bambini e minorenni, costretti a lasciare i propri amici, le proprie scuole [sappiamo di un bambino che si trova ora a 40 chilometri dalla scuola che frequenta, ndr], le proprie case, e lasciare lì le proprie cose. È stato un obbrobrio, un qualcosa che non si può dimenticare, un qualcosa su cui non si può passare sopra, perché vedi strillare, piangere bambini innocenti che hanno la sola colpa di essere poveri, di non riuscire ad arrivare a fine mese.

Se ti fanno un contratto, te lo fanno di 700 euro al mese: questi sono i contratti che ci danno, questa è la realtà di oggi; non ti prendono a lavorare, cercano di non assumere gente che ha solo il permesso di soggiorno.

Tutto questo, mentre spendono cifre folli per sgomberare la gente come noi e ci offrono centri di accoglienza pieni di scarafaggi, cimici, pulci – hanno dovuto fare una disinfestazione dopo il 15 luglio, dopo che eravamo stati sgomberati, quando si sono ritrovati le persone a gridare e chiedere aiuto in municipio.

Io sono stata fra i tre arrestati durante lo sgombero, dunque il mio post-sgombero immediato è stato in cella, sono stata messa in un stanza separata dagli altri due arrestati e nell’arco praticamente di due giorni per mangiare non mi hanno dato nulla se non un panino raffermo col formaggio, ma stavo troppo male per mangiare una cosa del genere. Ho subito il processo per direttissima, che si è chiuso con una condanna a un anno e mezzo di condizionale per resistenza aggravata a pubblico ufficiale; l’accusa aveva chiesto due anni senza condizionale, ma il fatto che fossi incensurata ha permesso di attenuare la pena, che comunque è veramente dura, spropositata, ingiusta.

Quando mi sono difesa di fronte all’accusa, ho dichiarato che sono colpevole di aver difeso la mia casa, mentre loro ci hanno buttato in mezzo alla strada senza soluzioni.

Mia madre e mio fratello sono stati letteralmente accompagnati in strada, dato che le soluzioni fornite dal comune di Roma non erano sufficienti per tutte le famiglie: quando è stato il turno di mia madre per il colloquio nella saletta sociale operativa, le hanno detto che erano finite le soluzioni per lei e per tutti quelli che dovevano ancora fare il colloquio, così, senza altro aggiungere, e ha semplicemente dovuto dormire in macchina. Nelle case di accoglienza dovrebbero essere state accolte circa 70 famiglie.

Martedì pomeriggio (il giorno dopo lo sgombero) già erano arrivati messaggi di solidarietà e disponibilità a ospitarmi da più di un’occupazione, con l’occupazione Battistini che si è subito mossa per organizzare una colletta dopo che un’altra ragazza sgomberata si è fatta male in un incidente stradale: una conferma che non eravamo rimasti soli, anche se ci eravamo collegati al movimento organizzato per l’abitare di Roma da pochissimo tempo.

A diversi giorni di distanza, stanno continuando a fare disinfestazione nei centri d’accoglienza dove sono stati spostati alcuni degli sgomberati: stanno in condizioni pessime. Sarebbe bello sapere perché hanno scelto proprio queste soluzioni, perché lo Stato paga così tanto per una sistemazione del genere, che legami ci sono con il vecchio mondo di Mafia Capitale che non è sparito per magia, perché le soluzioni sono state trovate solo l’11 luglio a fronte del fatto che abbiamo iniziato a fare i tavoli al quattordicesimo municipio col presidente di municipio Campagna, l’assessore alle politiche Maggi e l’assessore Baldassarre il 30 maggio.