Ricorre oggi l’anniversario dei 79 anni dalla morte, il 21 agosto 1940 in Messico, del grande dirigente rivoluzionario e teorico marxista Lev Trotsky, assassinato dal sicario stalinista Ramon Mercader con un colpo di piccozza alla testa.

La sua figura, specie dopo il rinvigorito dibattito politico sul comunismo che è seguito al centenario della rivoluzione russa, genera anche oggi fascino e ammirazione nelle nuove generazioni, così come timore e astio nei suoi critici, che si trovano a fronteggiare un gigante del pensiero rivoluzionario e un protagonista della storia del Novecento – come scrittore e teorico marxista, come dirigente russo e internazionale del movimento operaio e comunista, come fondatore dell’Armata Rossa e vincitore della guerra civile russa del 18-21 contro le armate bianche e 14 eserciti stranieri.

Il centenario delle rivoluzione russa, ricorso nel 2017, ha visto un poderoso rilancio del dibattito su scala globale sulla lotta di classe, la rivoluzione come evento sociale attuale e non archeologico, il comunismo come progetto di superamento del capitalismo; in particolare, sono ritornate alla ribalta le figure dei due principali dirigenti della rivoluzione russa del 1917, Vladimir Lenin e Lev Trotsky. Se per il primo era rimasto comunque un certo alone di celebrità, alimentata dall’odio viscerale dei suoi detrattori e dal culto della persona che per un secolo lo stalinismo ha alimentato, nel caso di Trotsky si può dire che si sia avuto un revival senza precedenti della figura di un rivoluzionario prima ampiamente denigrato e volutamente dimenticato nell’ambito della sinistra internazionale.

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Propaganda rossa e bianca durante la guerra civile russa: Trotsky come “San Giorgio rivoluzionario” che combatte il drago del capitalismo internazionale, e come diavolo rosso giudeo assetato di sangue.

Ciò ha significato, allo stesso, la moltiplicazione di un volume di fuoco portentoso dei polemisti anti-comunisti contro il valore storico della rivoluzione russa e contro le concezioni e l’attività politica dei suoi esponenti di spicco: sono stati rispolverati, senza eccessiva fantasia, i classici argomenti della riduzione di un colossale moto sociale di ribellione alla miseria della crisi economica e della guerra imperialista (la Prima Guerra Mondiale) a un modesto colpo di Stato orchestrato da un pugno di rivoluzionari (tendenzialmente spinti e pagati da qualche congrega di miliardari esoterici) che si è servita di qualche reparto militare per prendere il potere per sé, come se l’insubordinazione di massa nelle trincee, gli scioperi generali, gli scontri duri e ampi nelle piazze, le enormi ribellioni contadine nelle campagne, il ritorno in grande stile dei consigli di contadini, operai e soldati (i famosi soviet già sorti nella rivoluzione russa del 1905) non fossero mai successi; la realtà è che tutto ciò si può eventualmente riconoscere (ma non è scontato: molti commentatori ostili negano la storia, e basta) solo nell’ottica di un plauso alla rivoluzione “solo democratica, pacifica, ragionevole” che nel febbraio 1917 si era “limitata” a far cadere lo zar e a istituire un regime “transitorio” verso una repubblica democratica borghese, con la “scomoda” presenza delle istituzioni dell’autorganizzazione popolare di massa, i soviet, appunto.

In questo quadro, se Lenin è visto come il cervello della rivoluzione, l’instancabile dirigente di partito con una visione globale acutissima della situazione, Trotsky è schiacciato sulla dimensione dello stratega militare, dell’abile putschista indispensabile per occupare fisicamente i luoghi del potere, portato al dirigismo cieco e a un’ortodossia formale ma “visionaria”. Nella variante proposta dalla notevole produzione russa, sbarcata su Netflix, della serie TV “Trotsky”, si è esaltato come figura eroica e più “rock” degli altri rivoluzionari russi, ma in un’ottica anticomunista, nazionalista russa e ugualmente distorta dal punto di vista storico e politico.

A questo quadro profondamente diverso dalla realtà non ha fatto eccezione la puntata di oggi di “Passato e presente” su Rai 3, condotto da Corrado Augias, con ospite lo storico Lucio Villari – ci viene da dire, non casualmente un accademico anche di spessore, ma che non ha pubblicato nemmeno un singolo libro sui temi del socialismo e della rivoluzione, men che meno sulla Rivoluzione d’Ottobre.

Trotsky: la rivoluzione impossibile

Oggi a #PassatoePresente con Paolo Mieli e il prof. Lucio Villari parleranno di "Trotsky, la rivoluzione impossibile" alle 13:15 su Rai3 e alle 20:30 su Rai Storia

Pubblicato da Rai Storia su Venerdì 9 agosto 2019

Il trailer della puntata di oggi di Passato e Presente dedicata a Lev Trotsky.

Mieli, liberale visceralmente anticomunista dal quale non sono inaspettate ricostruzioni “storiche” sbilanciate a sfavore della causa socialista, ha guidato un frammentatissimo, diremmo mancato dibattito storico-politico tra Villari e tre giovani intellettuali che sì, hanno provato a dire qualcosa, chi più chi meno, sui tratti positivi della figura di Trotsky in quanto marxista e rivoluzionario (non in quanto “grande generale” – come se fosse un Armando Diaz o un Erwin Rommel, un militare di carriera solo astrattamente “politico”), ma senza alcuna possibilità di approfondire le profonde cause dell’ascesa dei bolscevichi in Russia, della sconfitta del moto rivoluzionario europeo e internazionale di quegli anni, e della degenerazione del regime sovietico negli anni Venti sotto l’egida di Stalin e della sua cricca burocratica.

In un imbarazzato tentativo di non adeguarsi totalmente alla linea di Mieli schierata contro il “colpo di Stato militare” dei bolscevichi, Villari ha parlato di un “colpo di mano” rivoluzionario, un modo per parlare del momento dell’insurrezione organizzata (dopo interi mesi insurrezionali nelle città e nelle campagne) senza collocarla nel suo contesto di momento politico, concentrato della più larga lotta di classe delle classi sfruttate, diventata rivoluzionaria e di massa con la Rivoluzione di Febbraio. Se un colpo di mano c’è Stato, è stata la manovra dei partiti politici conciliatori, al tempo maggioritari negli stessi Soviet, per formare governi transitori con il preciso scopo di paralizzare prima e liquidare poi i consigli stessi, sciogliendo la contraddizione della presenza di un doppio potere politico, quello dei consigli e quello del sussistente Stato borghese.

Se c’è un aspetto particolarmente positivo, nei suoi limiti, è il fatto di aver quantomeno nominato la fondazione della Quarta Internazionale dopo la presa d’atto, da parte di Trotsky e dell’Opposizione di Sinistra dell’Internazionale Comunista, della totale inservibilità del Komintern ai fini della rivoluzione mondiale, anzi, anche della sola resistenza attiva contro l’ascesa del nazismo in Germania, il paese del secondo partito comunista per forza al tempo dell’ascesa di Hitler al potere. Proprio la Quarta Internazionale rappresentò la continuità con l’eredità dei congressi dell’Internazionale con Lenin ancora vivente, così come il tentativo di mantenere e rendere vivo quel patrimonio in una nuova organizzazione rivoluzionaria nell’epoca della Seconda Guerra Mondiale. Un’organizzazione che ha anch’essa subito una portentosa campagna di calunnie durata decenni sull’onda delle campagne di propaganda della burocrazia staliniana che, a seconda dell’occasione, hanno accusato i perfidi trotskisti di essere spie degli USA, dei fascisti europei o dell’esotico Giappone, avvelenatori di pozzi, sabotatori dell’industria sovietica, controrivoluzionari a tutto campo. La paura che dettava queste campagne d’odio era data dalla profonda consapevolezza che Trotsky e i suoi concretamente erano in grado di rappresentare l’alternativa veramente comunista alla politica di svendita della rivoluzione mondiale fatta a suon di patti Molotov-Ribbentrop e fronti popolari: di qui le calunnie e soprattutto le campagne di detenzione e persino di sterminio scientifico, in Russia e non solo (vedi il tragico caso del Vietnam), dell’Opposizione di Sinistra prima e della Quarta Internazionale poi.

Ma, se è vero che le idee socialiste non possono essere uccise, fatte sparire con un colpo di piccozza né con una revolverata, è facile capire come, ancora dopo 79 anni, gli intellettuali che difendono le idee della classe dominante siano in difficoltà nell’affrontare l’eredità rivoluzionaria del secolo scorso, così come i suoi campioni, così come il “demone” della rivoluzione Lev Trotsky.

 

Giacomo Turci