Pubblichiamo una serie di articoli per informare e riflettere politicamente sulla mobilitazione di massa, radicale che attraversa il Cile in questi giorni, contro la quale si è levata un’ondata repressiva inedita nel periodo post-Pinochet.


Mentre va in fiamme il grattacielo dell’ENEL a Santiago, nella notte tra sabato 19 e domenica 20 ottobre, e alte colonne di fumo si alzano nelle piazze del Cile intero, arrivano anche le notizie dei morti che a oggi si contano a decine, ragazzi delle scuole secondarie, silenziati dai proiettili dei militari, schierati per difendere e mantenere in vigore lo stato d’emergenza dichiarato dal governo di centro-destra del presidente Sebastiàn Piñera. In questo caotico scenario, l’unica certezza a cui un osservatore esterno possa appoggiarsi nel cercare di capire cosa sta succedendo, è che le rivendicazioni iniziali di queste migliaia di giovani e lavoratori, ossia l’annullamento del rialzo dei prezzi dei biglietti per i mezzi di trasporto pubblici, sono ormai una goccia nel mare, quasi un ricordo del passato. In uno dei paesi più contraddittori e problematici del Sudamerica, oggi, si chiede a gran voce la caduta del governo. Perché, come recita un cartello fotografato durante le manifestazioni, “Non è solo un aumento, e voi lo sapete.”

I segnali di una forte mobilitazione unitaria contro le politiche di austerità del governo Piñera, in realtà, si erano scorti già nelle settimane scorse: lo sciopero dei lavoratori del Sindacato Nazionale dei Lavoratori alla Empresa Ferrocarril del Pacífico S.A. (FEPASA), in una fabbrica di proprietà del gruppo privato Sigdo Koppers, a Ventanas, che rivendicavano l’aumento dei salari del 5% per tutti gli operai e la introduzione del pagamento per gli straordinari notturni; la denuncia nella comuna di Estacion Central di pratiche repressive ed antisindacali da parte delle amministrazioni locali a danno degli insegnanti appartenenti al CUT (cfr. Centràl Unitàrio de los Trabajadores, il principale sindacato nazionale), che stavano provando a riscrivere il calendario scolastico secondo le necessità degli studenti che dovevano recuperare le ore perse durante il grande sciopero di diversi mesi fa; lo sciopero dei minatori della ditta Luksic ad Antucoya, una delle più grandi del paese; queste, e tantissime altre ancora (portuali, ferrotramvieri, professori, infermieri, ecc.), sono le proteste che hanno attraversato il paese, anche a seguito di una proposta parlamentare di riduzione generale dell’orario di lavoro, appoggiata dalla maggior parte della popolazione, ma rigettata dal governo di centrodestra del Presidente Sebastiàn Piñera, il quale ha descritto i suoi oppositori come “pigri fannulloni”. In un crescente clima di tensioni sociali, lo spettro del FMI, come in Ecuador, ha tornato a investire la regione: sembra infatti che anche in Chile sia in arrivo un “paquetazo” simile a quello ecuadoregno, dopo un anno dove tutta una serie di misure lasciava presumere che quella dell’austerity fosse la direzione economica sarebbe stata quella presa dalla dirigenza politica del paese. A questo, va aggiunto che il sistema di istruzione in Cile, per quanto teoricamente sarebbe uno dei migliori del continente, è controllato all’80% da privati, con il beneplacito di tutta una serie di governi, di qualsivoglia parte politica. L’inaccessibilità dei servizi di istruzione, l’aumento del costo della vita, la stagnazione dei salari (che quest’anno, in media, hanno raggiunto la misera cifra dell’equivalente di quattrocento dollari americani al mese, o 358,26 euro mensili), la privatizzazione di una moltitudine dei servizi, tra cui quella totale dell’acqua (unico paese nel mondo) e, come già menzionato, quella dei trasporti, sono diventati temi fondamentali e determinanti delle proteste di questi giorni, che ancora imperversano nelle strade di tutte le città più importanti, oltre che di innumerevoli paesi e villaggi; se a questo aggiungiamo che l’elite politica è tra le più arricchite e corrotte del mondo, ci troviamo davanti a una tanica di benzina pronta ad esplodere e a coinvolgere tutto il subcontinente americano.

I grandi assenti di queste ore sono, però, proprio la CUT, dal punto di vista sindacale, e la “sinistra politica” istituzionale, rappresentata dal Frente Amplio (una coalizione di centro-sinistra con partiti di matrice liberale, ecologista e social-democratica), dalla Convergencia Progresista (Radicali e Laburisti) e dal Partito Comunista, balzato agli onori della cronaca per i suoi giovani rappresentanti del “nuovo corso”, tra cui Camila Vallejo, ex-militante di spicco del movimento studentesco e attuale leader dei deputati del partito. La CUT ha fatto resistenza il più possibile prima di cedere e associarsi allo sciopero generale che ha bloccato ieri il paese, e i partiti frenano la lingua (e i propri sostenitori e militanti), per paura, con ogni probabilità, di perdere quella legittimazione rappresentativa nelle istituzioni della borghesia, conquistata con anni di “fatica” e prostrazione alle peggiori politiche neoliberiste viste nella regione. Ma anche tra i sostenitori di queste organizzazioni si alzano sempre più voci dissidenti: le dirigenze non sentiranno i morsi della fame, ma le masse, quelle si. E in questo clima di imbarazzo generale, sono molte le sezioni locali della CUT, ad esempio, a proclamare scioperi a sostegno dell’ondata di mobilitazione generale. È notizia di lunedì scorso, 21 ottobre, l’appoggio del sindacato più grande della miniera di Escondida, la più grande del paese.

La risposta del governo è stata la repressione più brutale che si sia vista dagli anni della dittatura. Piñera non ha tardato a dichiarare lo Stato d’Emergenza, e il coprifuoco notturno per prevenire il perpetuarsi della rivolta. Nonostante questa reazione faccia capire la natura potenzialmente pre-rivoluzionaria di questo contesto, è naturale sentire un vuoto nello stomaco pensando ai tetri e drammatici anni della dittatura militare. Si riporta, a Santiago, ad Arica e a La Serena, l’uso di proiettili perforanti, assieme a quelli “tradizionali” di gomma, usati per contenere sommosse e folle riottose. E nonostante Piñera ancora affermi di stare semplicemente garantendo la stabilità e la pace interna del paese, verrebbe da chiedersi se, per raggiungere questi obbiettivi, non sarebbe più conveniente e proficuo se si trovasse lui ad essere disoccupato, e non le centinaia di migliaia di persone che oggi lo sono per colpa delle sue infami politiche antioperaie e repressive. Gli aggiornamenti arrivano veloci da ogni angolo del paese, e nonostante la violenza dello Stato e dei suoi cani da guardia, sembra che questa situazione non accenni a diminuire di intensità: la popolazione cilena ha subito fin troppo, gli operai, gli studenti, i lavoratori di ogni categoria, non continueranno a pagare quello che invece dovrebbe stare pagando i capitalisti! Dopo l’Ecuador, che giusto poche settimane fa dimostrava la sua forza attraverso le violente e massive dimostrazioni di piazza, orchestrate dai contadini e dalle comunità indigene, oggi anche il Cile si erge a gran voce per chiedere, implicitamente, la fine di un sistema di sfruttamento e oppressione che ha radici ben più profonde di singole riforme o cambiamenti strutturali: probabilmente, non sarà l’ultimo paese a farlo in Sudamerica, se i segnali sono da interpretare in maniera positiva. Il momento è opportuno per alzare la posta in gioco, mettere in discussione il capitalismo e l’imperialismo, che devastano la vita comune e l’ambiente da decenni, in maniera amplificata nei paesi in via di sviluppo rispetto a quelli dell’Occidente.

In questo scenario, i compagni del PTR (il Partito dei Lavoratori Rivoluzionari), che animano La Izquierda Diario Chile, sono in prima linea rivendicando lo sciopero generale attivo e militante per cacciare i militari dalle strade e far cadere questo governo, servo violento del FMI e delle politiche imperialiste.

Fuera Piñera! Fuera el FMI! Sciopero fino alla caduta del governo!

La crisi dev’essere pagata dai capitalisti, non dal popolo cileno!

 

Redazione – La Voce delle Lotte