Nella tornata elettorale di Emilia-Romagna e Calabria di domenica scorsa, il PD a fatica difende il suo “cuore rosso”, la destra continua ad avanzare, il M5S crolla.


Questa domenica, 26 gennaio, ha visto la Calabria e l’Emilia-Romagna andare al voto per rinnovare i propri consigli e governi regionali: un banco di prova nel complesso molto importante nella scena politica italiana per verificare la tendenza, in corso da anni, di vittoria “facile” per il (centro)destra nelle elezioni locali a tutti i livelli; un’elezione particolarmente cruciale e sentita dal PD perché, con tutta la forza a sua disposizione, la Lega di Salvini tentava una storica spallata nel cuore politico-istituzionale, economico e culturale del centrosinistra, partendo da sondaggi che per nulla escludevano il possibile successo della destra nell’espugnare una fortezza che fino a un paio d’anni fa risultava semplicemente imprendibile.

L’esito reale ha fatto cantare vittoria al PD e all’area del centrosinistra per la tenuta del suo “cuore” emiliano-romagnolo, ma il voto restituisce l’immagine di un centrosinistra che continua a perdere il governo di comuni e regioni – in questo caso, con netto distacco, la Calabria – e che nella sua regione “forte”, che governa da cinquant’anni, ha vinto con un risicato 51,42%, riducendo il distacco dalla coalizione di destra, storicamente debole, a meno di 8 punti, avendo la candidata leghista Lucia Borgonzoni raccolto il 43,63% dei voti, con una conferma del riassetto del vecchio centrodestra, caratterizzato ora da una Lega stabilmente capofila (anche in E-R con il 32%) e Fratelli d’Italia, un tempo ala destra “marginale” della coalizione, stabilmente sopra Forza Italia, in questa tornata segnando addirittura l’8,6% in una regione “rossa”.

La vittoria in Calabria conferma dell’esito positivo per la destra di questa tornata elettorale, con l’ennesimo caso, nell’arco di pochi anni, di passaggio alla destra di una regione a governo di centrosinistra: in questo caso, sfruttando l’influenza istituzionale e sociale (che, in una regione devastata dalla disoccupazione e dalle cosche della ‘ndrangheta, ha un significato particolare) ancora forte di Forza Italia, – un partito in evidente stato di decadimento e ormai marginale sul piano elettorale a livello nazionale. Il nuovo presidente della regione è infatti l’avvocatessa Jole Santelli, deputata forzista di lungo corso e già sottosegretario nei governi Berlusconi e Letta (altro che rottura “insanabile” tra centrodestra e centrosinistra…); ciò non toglie che persino in questo feudo berlusconiano, la Lega abbia quasi raggiunto Forza Italia, con oltre il 12%, e Fratelli d’Italia si sia avvicinato all’11% dei voti, superando nettamente anche lo storico partito democristiano dell’UDC, praticamente scomparso a livello nazionale.

Una vittoria, quella calabrese, aumentata dal distacco – 25 punti! (55,3% contro 30,1%) – con il centrosinistra locale, e dunque dal maggior peso delle liste “minori”, cioè quella del M5S e quella di una coalizione di sigle “civiche”.

 

Il crollo del M5S: verso l’esaurimento del tripolarismo?

Il dato eclatante di questa tornata, però, è quello del crollo, peggiore rispetto ai risultati comunque in calo dell’ultimo anno e mezzo, del Movimento 5 Stelle, che raccoglie solo il 4,7% in Emilia-Romagna (e il 3,5% del candidato presidente!) e il 6,3% in Calabria, portandolo in entrambe le competizioni a essere il quarto partito per consensi (al netto delle liste civiche d’occasione). Com’è lontano quel 2018 in cui il M5S spiazzava la scena politica italiana raccogliendo un terzo dei voti! Anche il 17% delle elezioni europee dell’anno scorso sembra appartenere a un’altra epoca politica, in cui il M5S rimaneva comunque un partito impossibile da escludere dalla grande politica, saldamente ancorato agli scranni di governo grazie al suo trasformismo spinto, succube delle mode politiche del momento.

Considerando l’impostazione ultra-elettoralista ormai consolidata del M5S, che non vanta un ruolo di direzione di alcun settore sociale organizzato, avendo consumato anche l’influenza diretta che esercitava presso diversi movimenti (come il No Tav e quello ambientale pugliese), al partito di Casaleggio rimane poco in mano, oltre al ruolo di partito di governo ridimensionato dal continuo esodo dei suoi parlamentari e dalle frizioni interne che hanno portato anche al passo indietro” di Luigi Di Maio come dirigente di partito. A maggior ragione considerando il fattore affluenza di questa tornata elettorale: bassa in termini assoluti in Calabria (44,33%) e più alta ma polarizzata dai “vecchi” schieramenti, specie dal centrosinistra che ha eroso il consenso M5S, in Emilia-Romagna (67,7%), una regione peraltro caratterizzata da un’affluenza alle urne storicamente ben più alta.

Tra maggio e giugno si terrà una seconda tornata di elezioni regionali, in Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana e Veneto: un banco di prova assolutamente non secondario per avere conferme o meno sulla chiusura della stagione politica del M5S come attore della grande politica nazionale forte di un consenso di massa; sulla dinamica di ascesa della destra e della sua ri-legittimazione come coalizione forte di governo, in grado di riprendersi il ruolo di rappresentante “legittimo” degli interessi della classe dominante; sul grado di successo dell’operazione di ricostruzione del vecchio centrosinistra come fronte democratico a totale egemonia PD e a danno della sinistra “radicale”.

 

Il PD difende un feudo debole in un nuovo bipolarismo fluido

La coalizione che ha appoggiato Stefano Bonaccini (vecchio burocrate professionale di partito, anche lui passato per la trafila PCI-PDS-DS-PD e distintosi come interprete della linea neoliberista) ha visto un contributo marginale dei partiti che si sono presentati apertamente coi propri simboli, e che in effetti sono ormai dei fantasmi nella scena politica nazionale – i Verdi, il PSI, + Europa e il PRI -, mentre non si è presentato apertamente nessun partito di centrosinistra e di sinistra, né fuori né dentro la coalizione a guida PD: un’accelerazione vistosa del processo di decadimento della sinistra politica italiana nel senso più ampio del termine, e al tempo stesso una conferma del successo dell’operazione del PD del segretario Zingaretti di riciclo di un discorso politico meno apertamente neoliberale, alternato a una perfetta continuità con le politiche di tagli e repressione del PD a guida Renzi, che ha ricostruito la connessione sentimentale tra il partito e un “popolo della sinistra” più ampio possibile, convincendolo che non possono esserci alternative elettorali, né tanto meno di mobilitazione sociale, al di fuori del PD e del suo fronte democratico. In questo senso, un successo notevole hanno avuto le due liste civiche “democratiche”, “Bonaccini presidente” (5,8%) e “Emilia-Romagna coraggiosa ecologista progressista” (3,8%) che hanno raccolto esponenti di un settore politico oggi piuttosto frammentato a livello formale-organizzativo, ma che nella precedente stagione politica era tutto compreso nel PD e, in misura minore, in Sinistra Ecologia Libertà.

Un tonfo in linea con la crisi più che decennale della sinistra politica è stato invece il risultato delle tre liste presentatesi al di fuori della coalizione a guida PD, cioè il PC, Potere al Popolo e l’Altra Emilia-Romagna che, messe insieme, raccolgono un 1,2%, soffrendo anche il fenomeno del voto disgiunto a favore del candidato presidente Bonaccini. Un risultato, viste anche le dimensioni ridotte e il poco peso sociale delle organizzazione che animavano queste liste, che ha molto a che fare col ritrovato clima da crociata del popolo della sinistra contro la destra “che reinstaura il fascismo”, e che però ha il suo principale limite soggettivo nella riproposizione stanca di programmi di riforme, alcune un po’ più spinte e molte un po’ più blande (come le proposte di salario minimo… identiche a quelle del M5S!), che non rompono sistematicamente con l’immaginario togliattian-berlingueriano post-PCI dell’elettorato progressista, e che non hanno posto un discorso centrato sulla necessità di una lotta e di un programma di rottura col capitalismo a tutti i livelli per ripudiare le politiche della destra salviniana così come quelle del “sistema Emilia” legate al PD, tutte fedeli ai dettami dei grandi capitalisti italiani e stranieri, dei banchieri, della burocrazia UE. Un limite, quello delle liste di sinistra, dato anche dal fatto che attualmente non esprimono l’attività politica di una nuova avanguardia di classe, in rottura con l’eredità riformista del PCI, cosciente della necessità di una lotta politica per farla finita col capitalismo, e non per rattopparlo, e desiderosa di condurre questa lotta coi mezzi della lotta di classe, sfidando i partiti istituzionali anche sul terreno democratico-elettorale, ma senza cercare nelle elezioni una scorciatoia per costruire un’opposizione politica della classe lavoratrice con un ruolo di direzione nel movimento operaio e stesso e con un programma di fondo anticapitalista che parli a tutti i settori sfruttati e oppressi della società.

La marginalità delle realtà a sinistra del fronte democratico del PD non toglie che, come rileva nei suoi due più recenti studi l’Istituto Cattaneo, l’Emilia-Romagna sia ormai ufficialmente un feudo debole, una regione contesa dove gran parte dei territori fuori dai centri urbani medio-grandi e lontani dalla via Emilia presentino maggioranze anche molto salde del centrodestra, ridimensionando il “cuore rosso” della regione all’area della via Emilia fra Parma e Rimini, e agli hinterland larghi della pianura tra Modena, Reggio Emilia, Bologna e Ravenna.

Secondo una dinamica di polarizzazione elettorale che ha tratti internazionali riconducibili a certi effetti, nei paesi “ricchi” europei e negli USA, allontanandosi dai grandi centri ed entrando nelle zone più povere e marginali del paese, specie in collina e montagna, perde molto del suo consenso il partito del “progresso” neoliberale e delle città-vetrina, dell’imperialismo umanitario e della retorica “amica dei deboli” alternata alle misure più anti-operaie – il che corrisponde attualmente con l’avanzata della “nuova” destra salviniana-trumpista.

Il carattere fluido, malfermo della riconversione della politica ufficiale italiana al bipolarismo post-crack del 2008 e post-ondata trumpiana mondiale ci dice che, nonostante la crisi verticale delle correnti politiche che hanno presidiato in questi ultimi due decenni lo spazio “a sinistra del PD”, la classe dominante e i suoi partiti non sono assolutamente in grado di schiacciare del tutto i movimenti d’opposizione sociale esistenti oggi, e men che meno di posticipare di decenni e decenni l’espressione concreta, attraverso il conflitto sociale, della rabbia, per ora impotente, che settori sempre più larghi della società stanno accumulando, e che non trova né troverà alcuna soluzione soddisfacente nel “nuovo” centrosinistra social-liberale, nel populismo tardo-democristiano del M5S o nel profilo identitario, xenofobo, protezionista della destra salviniana.

 

Il fenomeno delle sardine: far vincere le elezioni al PD… e poi?

Una novità che ha permesso al centrosinistra a guida PD di riproporsi come rappresentante politico di un ampio settore di popolazione, e non di una piccola minoranza, è stato il movimento delle sardine. Sorto nel novembre scorso, per iniziativa di alcuni giovani appartenenti al milieu intellettuale del centrosinistra, ma estranei a ruoli formali di partito, si è dato lo scopo di riempire le piazze dell’Emilia-Romagna, e poi anche oltre la regione stessa, per scongiurare la vittoria della Lega alle elezioni regionali.

Dopo anni e anni di rifiuto categorico della mobilitazione di massa della propria base sociale da parte dei grandi sindacati e dei partiti del centrosinistra, questo fenomeno ha visto perlopiù una partecipazione di una fascia “alta” di lavoratori, di ceti medi urbani e di settori di gioventù, preoccupati degli effetti catastrofici della vittoria della destra alle elezioni – una concezione che, appunto, molto ricorda del terrore infondato del “ritorno del fascismo” che animava le crociate ideologiche e i fronti “popolari” del centrosinistra classico tra anni Novanta e Duemila contro la coalizione di Berlusconi.

La mobilitazione delle sardine, per ora, non è andata oltre questi contro-comizi elettorali, apertamente schierati dalla parte del “buon governo” e del PD, e che già hanno visto alcune tensioni e contraddizioni tra i sostenitori: fenomeni che ancora non hanno rilevanti conseguenze, anche per la natura piuttosto verticale del “movimento” e per la sua assenza da qualsiasi altro fenomeno e conflitto sociale, a parte alcune eccezioni come quella del corteo di Prato in solidarietà agli operai del sindacato Si Cobas colpiti da multe per aver scioperato e lanciato picchetti, così come stabilito dalle leggi sicurezza approvate dal primo governo Conte, e lasciate intatte dal governo attuale – che vede ora come partito “forte” proprio il PD!

Se le sardine hanno dato una certa, ulteriore spinta alla polarizzazione elettorale in Emilia-Romagna, è però vero che non hanno scatenato un “movimento di popolo” di ampie dimensioni come molta stampa italiana e internazionale fa credere, così come non stanno ancora catalizzando un dibattito sulle proposte di mobilitazione, lotta e programma per contrastare la destra in generale, e non solo a queste elezioni.

I probabili nuovi successi della destra alle prossime elezioni in 6 regioni porranno sempre di più la questione, specie ai giovani e ai lavoratori influenzati dal fenomeno delle sardine, di quale agenda politica corrisponda effettivamente ai loro problemi e alle loro aspirazione, e di quanta distanza ci sia tra questi e l’agenda del PD, di Mattia Santori e degli altri “capi” delle sardine.

Analogamente, la battaglia politica e la lotta anche sui temi non strettamente economici o legati alla classe operaia sarà una grande sfida per il movimento operaio italiano, per riportare su di sé il baricentro dell’opposizione sociale, per intaccare l’influenza crescente del PD e della Lega, per creare forme iniziali, ma tangibili, di egemonia operaia nella più larga indignazione e mobilitazione contro la xenofobia e l’autoritarismo galoppanti nel paese.

 

Giacomo Turci