Riceviamo e volentieri diffondiamo un appello unitario del sindacato Slai Cobas in risposta alla procedura aperta dalla Commissione Garanzia Sciopero per infliggere sanzioni a USB e allo Slai Cobas stesso per l’indizione degli scioperi del 9 e del 25 marzo.

L’urgente necessità di una lotta condivisa in un fronte unico di fronte alla crisi sanitaria e alla risposta spietata degli industriali, è ancora più fondamentale davanti a un attacco così sfacciato al diritto di sciopero e pensiamo vada posta come sfida unitaria a tutti i lavoratori, non solo a quelli sindacalizzati e alle loro organizzazioni, tanto meno soltanto al ristretto recinto dei sindacati “di base”.

La pandemia non può essere la scusa per schiacciare il movimento operaio!

La Costituzione dimostra quanto vale nel difenderci nei momenti acuti di lotta: un bel niente!

 


 

Come abbiamo già comunicato e denunciato, nei giorni scorsi la Commissione Garanzia Sciopero ha avviato la procedura per l’applicazione di pesantissime sanzioni nei confronti dello Slai cobas per il sindacato di classe per non aver revocato lo sciopero delle donne del 9 marzo scorso, confermandolo a livello nazionale e in tutti i posti di lavoro privati e pubblici – con la naturale salvaguardia dei servizi essenziali.

Questa procedura sanzionatoria è stata poi avviata anche nei confronti dell’Usb per lo sciopero del 25 marzo.

È necessario contrastare subito questo attacco.

L’azione della CGS è gravissima e costituisce un precedente pericoloso anche per il futuro, per tutti i sindacati e per tutte le lavoratrici e lavoratori.

Lo Slai Cobas per il sindacato di classe propone a tutti i sindacati di base di rispondere unitariamente a questo illegittima azione repressiva che, ripetiamo, riguarda tutti.

GLI SCIOPERI ANCHE IN QUESTO PERIODO SONO PIÙ’ CHE LEGITTIMI E NECESSARI, perché riguardano la difesa della salute e della vita delle lavoratrici e dei lavoratori, oltre che naturalmente la difesa del lavoro e del salario.

Per cui gli scioperi, arma principale di lotta dei lavoratori, si devono e si possono fare, dovunque è possibile e necessario. Nessun divieto della CGS deve impedirlo e metterci in difesa.

RIMANDARE AL MITTENTE UNITARIAMENTE L’AZIONE REPRESSIVA DELLA CGS E’ LA PRIMA E GIUSTA RISPOSTA.

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È la prima volta nella storia della Repubblica che viene bloccato uno sciopero a livello nazionale! L’iniziativa del Garante è tanto più discutibile in quanto va oltre le sue competenze che riguardano il rispetto delle norme di autoregolamentazione dello sciopero nei servizi pubblici essenziali, non certo il divieto di sciopero in ogni attività e in ogni settore lavorativo (assolutamente non previsti nell’elenco dei servizi pubblici essenziali).

Come giustamente scrive il Prof. Giovanni Orlandini “La Commissione di garanzia si chiama così perché ad essa spetta garantire “il contemperamento dell’esercizio del diritto di sciopero con il godimento dei diritti della persona costituzionalmente garantiti”, alla cui tutela i servizi pubblici sono funzionali. “Contemperare”, quindi, e non “vietare”, dal momento che qualsiasi regolazione dello sciopero dovrebbe tener conto della sua dimensione di diritto costituzionale, cioè di valore costitutivo dell’ordine democratico”.

Vietando, invece, tutti gli scioperi la CGS ha violato non solo lo Statuto dei Lavoratori, ma prima di tutto la norma costituzionale che tutela il diritto di sciopero, l’articolo 40 della Costituzione. Vietando arbitrariamente uno dei diritti costituzionali, non “contemperandolo” ma subordinandolo ad altri diritti.
Questo costituisce pertanto un precedente molto grave e rischioso per le libertà fondamentali delle persone. E in questo caso proprio delle lavoratrici, donne, che, come si sta rivelando anche in questa emergenza, non muoiono certo di più con il coronavirus ma per l’incentivo ai femminicidi che provoca il “restiamoacasa” e per lo stress, malattia che il lavoro ad alto rischio oggi provoca.

La CGS motiva questo divieto richiamando un regolamento contenuto nelle discipline dei vari settori lavorativi che recita che gli scioperi vanno sospesi in caso di “avvenimenti eccezionali di particolare gravità o di calamità naturale“. Ma la clausola in questione è però fondamentalmente invocabile – come scrivono anche dei giuristi – solo quando uno sciopero è in grado, in qualsiasi modo, di influire sulla situazione emergenziale, e non per sospenderne l’esercizio prescindendo da qualsiasi valutazione nel merito dei suoi effetti concreti.

La CGS pone un arbitrario rapporto tra l’emergenza coronavirus, i suoi rischi e il divieto di astenersi dal lavoro, ma a parte lo sciopero dei lavoratori dei servizi essenziali (in primis in questo caso la sanità) tutti gli altri scioperi non incidono sull’attività di “prevenzione e contenimento della diffusione del virus”.

D’altra parte se si considera che l’arma dello sciopero costituisce un irrinunciabile strumento di difesa dei lavoratori, in questo caso lo sciopero aveva una doppia valenza, sia rispetto alla condizione generale delle donne, delle lavoratrici, sia rispetto alla condizione particolare in cui agli inizi di marzo sui posti di lavoro non erano state adottate neanche quelle minime, e tuttora insufficienti, misure di tutela della salute, e le lavoratrici e i lavoratori avevano nello sciopero l’unica arma per imporle.

Siamo al paradosso, in tante realtà lavorative le lavoratrici continuano ancora a lavorare (anche nei grandi centri commerciali, nei call center, nelle stesse fabbriche, ecc.), e invece non potevano scioperare!

Questo sciopero, ribadiamo, è stato pienamente legittimo. Nel confermarlo lo Slai cobas per il sindacato di classe ha posto una questione di principio fondamentale. Se ci tolgono, ora con la questione del coronavirus, domani con un’altra “emergenza”, il diritto di sciopero, siamo con tutte e due i piedi nel moderno fascismo.

È lo sciopero l’unica arma legittima e di tutela dei diritti delle lavoratrici e lavoratori, e oggi del diritto alla salute e alla vita!

D’altra parte è bene sottolineare che l’assurdo divieto della CGS va ben oltre, ed è solo una copertura dell’unico vero interesse che lo Stato vuole difendere, quello del profitto dei padroni (come è stato evidente anche dall’ultimo decreto “Cura Italia”) e quello della “pace sociale” perchè tutto continui come prima e peggio di prima.

E che sia così, è chiarito in maniera inequivocabile dalla lettera del Presidente della CGS Giuseppe Passarelli, uscita il 27 marzo su Sole 24 Ore, della CGS, in cui questo presidente propone di estendere, sempre e comunque, la legge sul divieto di sciopero nei servizi pubblici essenziali a tutte le attività sia pubbliche che private e a tutti i lavoratori e lavoratrici. Per questo personaggio il male non è il coronavirus, lo stato drammatico della sanità, la incapacità del governo e Stato borghese di salvare migliaia e migliaia di persone, ma, come scrive: “Il conflitto al tempo del coronavirus (che) ci porta davanti ad uno scontro terribile e inedito…“; le astensioni dal lavoro che “produrrebbero un incalcolabile danno alla collettività e aumenterebbero il senso di insicurezza dei cittadini”.

Secondo Passarelli i lavoratori e i sindacati dovrebbero scegliere la via della “cooperazione e del dialogo“. E quindi, manda una minaccia: “Sin da ora pensare anche al ‘dopo’ quando superata l’emergenza sanitaria… cambierà il contenuto delle rivendicazioni di imprese e lavoratori… ma cambierà anche la percezione che abbiamo dell’essenzialità di alcuni servizi…“.

La Commissione sembra quindi ispirare la propria azione alla sola logica della massima compressione possibile degli spazi di esercizio del conflitto sindacale, visto evidentemente come “male” sociale.

La Commissione garanzia sciopero è di fatto la Commissione di garanzia del sistema capitalista e dell’ordine sociale.

Slai Cobas