Centinaia di lavoratori e lavoratrici, di diversi settori e sigle, hanno animato una grande assemblea operaia ieri a Bologna, approvando una mozione finale per avanzare verso forme di coordinamento e lotta unitaria nella prossima fase di scontro con la classe dominante e col governo.


L’assemblea di Bologna: segnali positivi per un progresso concreto verso la lotta di classe

Oltre 300 lavoratori e lavoratrici da tutta Italia, insieme ad attivisti sindacali e di movimenti sociali, hanno animato ieri a Bologna un’assemblea nazionale, promossa da un appello uscito a inizio agosto che aveva raccolto oltre 700 adesioni in tutto il paese.

L’assemblea si è tenuta presso l’ex-complesso ferroviario di via Casarini, con tutti gli scrupoli del caso legati alle norme di sicurezza sanitaria che la persistenza del Coronavirus impone.

Erano rappresentate diverse sigle sindacali: SI Cobas, SGB e Slai Cobas con un’adesione formale delle intere strutture; CUB, USB e sinistra CGIL con interventi di compagni e compagni rappresentativi di posti di lavoro e correnti interne a queste sigle.

Oltre 60 gli interventi, che si sono tenuti dalle 11 del mattino fino al tardo pomeriggio, culminando nella discussione e approvazione finale di una mozione unitaria, più alcuni ordini del giorno specifici che approfondiscono alcuni aspetti della ricerca di un programma comune di rivendicazioni col quale mobilitarsi unitariamente, aldilà dei settori e delle sigle di appartenenza, per contrapporre una propria agenda politica a quella di Confindustria, del governo Conte e della UE e mobilitarsi attorno ad essa.

L’assemblea è partita dal dato di fatto per cui il peggio della crisi deve ancora venire, e quella del Coronavirus non è affatto finita. In questo senso si esprimeva già l’appello di convocazione, assunto come documento comune dall’assemblea di ieri:

Serve una risposta unitaria per generalizzare il conflitto. Si pone quindi, oggi come non mai, la necessità di un’iniziativa all’altezza della fase e del nemico di classe. Un’iniziativa capace di rivolgersi ai delegati/e, alle lavoratrici e ai lavoratori, che hanno scioperato a marzo nelle fabbriche, nella logistica e nella grande distribuzione; a quello oggi colpiti da crisi industriali e da una crescente pressione padronale; alle tante soggettività che si stanno ponendo sul terreno della lotta o dell’autorganizzazione.

Possiamo dire che, a partire da elementi di analisi che inquadrano la situazione economico-politica di oggi, l’assemblea di Bologna, con le risoluzioni approvate, pone effettivamente alcuni punti concreti sui quali condurre unitariamente, nel movimento operaio e nel campo degli sfruttati e degli oppressi, una lotta politica ed economica. In particolare, sono proposte totalmente positive l’impegno a schierarsi attivamente dalla parte delle centinaia di compagni e compagne perseguitati a Modena sulla scia delle lotte operaie nella logistica e nel settore alimentare, gli sforzi verso forme di coordinamento intersindacale delle donne lavoratrici in un’ottica di lotta politica alla repressione e all’oppressione di genere, così come l’inclusione sempre meno marginale delle rivendicazioni degli immigrati sulla spinta delle lotte dei braccianti agricoli.

Il comune richiamo alla dimensione naturalmente internazionale dello scontro tra classi e della lotta politica, con l’esempio radicale della ripresa del movimento di Black Lives Matter negli USA, è un altro fattore di forte, necessaria controtendenza alle correnti filo-nazionaliste nel movimento stesso, così come ai “grandi piani” di patto tra produttori delle grandi burocrazie sindacali che inseguono industriali e governo.

Così come è un segnale incoraggiante quello di un legame tra alcune espressioni “storiche” della lotta per la salute e contro la devastazione ambientale, legate alla volontà di partecipare alle iniziative del prossimo global climate strike del 9 ottobre, chiamato dal movimento ambientalista internazionale.

Alcuni segnali di una discussione più precisa e pratica a partire dalla quale costruire iniziative unitarie e combattive più sentite da quelli che ne devono essere i protagonisti, cioè le lavoratrici e i lavoratori stessi.

 

Oltre l’unità nella lotta: due nodi da sciogliere

Proprio affinché questo nuovo passo dei tentativi di convergenza programmatica e azione unitaria possa progredire e non rappresentare poco più che un’assemblea in sé, c’è la necessità che nei movimenti, a partire dalle organizzazioni e dai singoli che hanno firmato l’appello di agosto ratificato dall’assemblea, vengano affrontati di petto due nodi che hanno comunque già attraversato questa assemblea, così come quella di luglio scorso, sempre a Bologna: quello della necessità di forme concrete di coordinamento e strutturazione democratica dal livello locale e quello nazionale, e quello di un dibattito strategico, non limitato all’istanza dell’unità di classe, sulla lotta e sull’organizzazione politica necessarie per costruire effettivamente, con forze materiali, un’opzione politica anticapitalista, internazionalista dalla parte della classe operaia, un partito rivoluzionario.

La lunga fase di riflusso, perdita di tradizione politico-organizzativa, di cultura democratica in senso lato e non solo “di fabbrica” (come testimonia l’esito populista plateale del referendum sul taglio dei parlamentari), accompagnata al proliferare di piccole, spesso piccolissime organizzazioni politiche e sindacali che restituiscono un quadro della sinistra operaia “arlecchinesco” al di fuori dei giri delle grandi burocrazia sindacali, non sono fattori di cui possiamo tenere conto secondariamente, o che addirittura possiamo ignorare.

È evidente che sono premesse che indeboliscono qualsiasi avanzamento verso l’effettiva esistenza di forme di fronte unico durevoli e non confinate a settori estremamente minoritari della classe operaia nel nostro paese. E così influiscono anche sull’attitudine degli stessi lavoratori combattivi a superare con grande difficoltà sia il feticismo verso la propria sigla sindacale, sia la logica della delega “su tutto” o quasi passivizzante, lasciando potenziale lo sviluppo necessario dell’autorganizzazione, della discussione, del protagonismo di lavoratrici e lavoratori nei propri posti di lavoro, nei propri settori economici, nelle proprie organizzazioni sindacali e politiche, nella società. D’altronde, se manca una forza politica unificante dei vari settori operai e sociali di avanguardia, con un programma comune e una crescente capacità di incidere nella scena economica e politica, quale ulteriore spinta e prospettiva possono avere migliaia, decine di migliaia di lottatori sociali? Con quale prospettiva si dovrebbe lottare più a fondo e con metodi più radicali?

Queste e altre domande meritano di essere affrontate in un dibattito politico-strategico che non può occupare i ritagli di tempo ed energia degli attivisti: è l’unica maniera per smettere di lasciare la formulazione dell’agenda politica della classe operaia alle burocrazie opportuniste grandi e piccolo, al populismo di sinistra, ai partitini “di sinistra” interclassisti, ancora baricentrati sul centrosinistra in un modo o nell’altro.

Detto in parole semplici: senza un processo costituente per un partito anticapitalista della classe operaia, per una sinistra rivoluzionaria, sperare in una dinamica di unificazione e centralizzazione delle forze e delle lotte, della direzione di quelle lotte, è un sogno da idealisti. È un arrendersi alla mera lotta per riforme e tamponi qua e là, senza più l’obiettivo generale, l’unico di vera emancipazione dallo sfruttamento e dall’oppressione, e non di loro contenimento: quello della rivoluzione sociale e della presa del potere politico ed economico da parte della classe lavoratrice.

Un dibattito che, negli stessi USA infiammati dalla rivolta dei neri e degli oppressi loro alleati, ha avuto una grande eco e rimandi storici per nulla casuali alla storia del movimento operaio e del marxismo.

Il dibattito della stessa assemblea di Bologna ha dato alcuni elementi senz’altro utili nella distinzione fra le lotte immediate, parziali, economiche, e queste necessità di lotta politica e progresso strategico di fondo, ma non può che essere l’inizio, e ha la necessità di superare una certa elaborazione propagandistica sul tema, che può produrre al massimo un dibattito superficiale del tutto inadeguato ai nostri compiti.

 

Giacomo Turci

 

Di seguito, riportiamo la mozione finale dell’assemblea.

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L’assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi del 27 settembre 2020 a Bologna assume il testo e i propositi contenuti nell’appello d’indizione.

Gli scenari delle ultime settimane confermano come la perdurante crisi sanitaria esasperi una crisi strutturale dell’economia capitalistica, con un impoverimento generalizzato e un peggioramento delle condizioni di vita per milioni di lavoratori e lavoratrici (esacerbando anche le pessime condizioni di salute e sicurezza, con il tragico ripetersi di continui infortuni e morti sul lavoro). Il prossimo termine della moratoria sui licenziamenti e la sempre più pressante offensiva padronale su questo terreno ne sono un segno evidente.

La Confindustria di Bonomi, il governo Conte (prono agli interessi del padronato) e l’UE (ambito di mediazione degli interessi della borghesia continentale) stanno usando l’emergenza per ottimizzare i profitti e socializzare le perdite, anche alimentando il razzismo sul piano culturale e su quello istituzionale. In questo quadro, le richieste di patto sociale (sostenute da Recovery Plan e un’espansione del debito che ricadrà su lavoratori e classi popolari) nascondono il sostegno alle ristrutturazioni produttive e l’aumento dello sfruttamento, oggi richiesti dal padronato.

All’attacco a salari e diritti dobbiamo allora contrapporre una piattaforma generale di lotta che su scala nazionale e internazionale sappia rilanciare le parole d’ordine storiche del movimento operaio:

1. riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario;

2. patrimoniale sulle grandi ricchezze per far pagare la crisi ai padroni;

3. salario medio garantito a tutti i proletari occupati e disoccupati, eliminando contratti precari e paghe da fame;

4. eliminazione del razzismo istituzionale a partire dall’abolizione delle attuali leggi sull’immigrazione e da una regolarizzazione di massa slegata dal ricatto

del lavoro.

È quindi evidente che la risposta sindacale non può limitarsi a una mera difesa sul piano aziendale o di categoria, ma deve porre le basi di una controffensiva di massa, capace di parlare all’insieme della classe e di mobilitarla in nome dei suoi interessi generali.

Occorre riprendere l’iniziativa sui CCNL: da una parte il loro mancato rinnovo, dall’altra il perpetuarsi del patto di fabbrica (con l’estensione del welfare aziendale) imporrebbero infatti il dominio della contrattazione locale, le gabbie salariali, una liberalizzazione del caporalato istituzionalizzato.

Il settore della scuola, della sanità, del trasporto pubblico, come quello più generale dei diritti sociali, saranno in questi mesi un banco di prova in tal senso.

Serve la stabilizzazione dei precari e l’internalizzazione degli appalti, un piano straordinario di ricostruzione dei servizi universali contro ogni autonomia differenziata che divide i lavoratori.

La dinamica di lotta nei diversi settori di classe si presenta in ogni caso ancora articolata: segnata da cicli diversi di resistenza. In alcune categorie più combattive, come i Trasporti e la logistica, possono già esser mature le condizioni per giungere nell’immediato a uno sciopero nazionale. In altre iniziano ad affiorare significative resistenze ai rinnovo-bidone frutto della concertazione. In altre ancora, nonostante l’evidenza del disastro, prevale ancora la confusione e l’incapacità di sviluppare proteste di massa.

Si tratta quindi di attraversare queste controtendenze, spingere per diffonderle e soprattutto cercare di farle convergere in una lotta generale e di massa.

È necessario anche contrastare l’attacco senza precedenti ai diritti e alle agibilità sindacali, che si innesta nel quadro oramai decennale di repressione, criminalizzazione e discriminazione del sindacalismo conflittuale e dei lavoratori combattivi.

Come avvenuto al maxiprocesso contro centinaia di lavoratori della logistica e del settore alimentare per la vertenza Italpizza: per questo motivo l’assemblea aderisce alla manifestazione contro la repressione, contro i decreti sicurezza e per la difesa del diritto di sciopero indetta per il giorno 3 ottobre a Modena (in cui anche il Comitato 23 settembre, che raccoglie compagne di diverse organizzazioni e realtà di lotta, partecipa con un proprio spezzone di lavoratrici e donne delle classi sfruttate).

Nella tempesta della crisi economica e sanitaria, le donne lavoratrici e le donne senza privilegi sociali pagano il costo più alto. Un costo doppio: come lavoratrici e come donne.

Per questo l’assemblea ritiene non più prorogabile lo sviluppo di un’iniziativa e di una campagna centrata sui diritti e sui bisogni delle donne:

a) per il diritto al lavoro, contro la precarizzazione e le discriminazioni salariali e contrattuali;

b) per il potenziamento del welfare, contro la logica della conciliazione tra lavoro domestico ed extra-domestico;

c) per il diritto di aborto, alla contraccezione medicalmente assistita e all’autodeterminazione delle donne;

d) per la piena regolarizzazione delle lavoratrici immigrate;

e) contro il sessismo e la violenza domestica.

Nessuna ripresa delle mobilitazioni potrà avere reali possibilità di successo se non sarà capace di collegarsi al movimento di classe su scala internazionale e internazionalista: le lotte in corso negli Usa in risposta alle violenze poliziesche, suprematiste e razziste e ai brutali omicidi di questi mesi, i movimenti di opposizione alla devastazione ambientale prodotta dal capitalismo, che hanno animato e continuano ad animare milioni di giovani ai quattro angoli della terra, le lotte di resistenza e le vere e proprie sollevazioni contro gli effetti delle guerre di spartizione imperialistiche e contro le politiche dei regimi nazionali asserviti alle borghesie occidentali.

Alla luce di tutto ciò, l’assemblea del 27 settembre propone:

1) di attraversare le diverse iniziative di lotta e di sciopero che dovessero svilupparsi nelle prossime settimane, anche costruendo percorsi di convergenza e unificazione con le mobilitazioni di disoccupati, i climate strike contro la devastazione ambientale e per lo sviluppo delle reti di solidarietà;

2) di organizzare una giornata di iniziativa nazionale per il prossimo 24 ottobre, sviluppandola nei diversi territori e nelle diverse realtà attraverso l’iniziativa di assemblee e coordinamenti locali, che nasceranno sulla base dell’assemblea di oggi;

3) di dare continuità a questo percorso aperto e collettivo di convergenza tra diversi settori e soggettività di classe, ponendosi il problema di sviluppare entro la fine dell’anno un processo di generalizzazione delle lotte e quindi anche di sciopero generale, per contrastare l’offensiva padronale che ha un carattere generale sul fronte dei contratti, della scuola e della sanità come delle più generali politiche economiche del governo;

4) di lanciare un appello ai lavoratori e alle lavoratrici combattivi e agli organismi di lotta di tutta Europa per un’iniziativa comune a partire da tre temi principali: riduzione drastica e generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario per far fronte a licenziamenti e disoccupazione; uniformità degli ammortizzatori sociali elevando il trattamento economico; patrimoniale sulle grandi ricchezze; difesa strenua del diritto di sciopero e delle agibilità sindacali, eliminazione delle politiche europee di controllo sull’immigrazione.

Sono stati approvati dall’assemblea anche altri 4 ordini del giorno che pubblicheremo successivamente: per un iniziativa e proposta ai lavoratori d’Europa, per una chiara presa di posizione in solidarietà con il movimento Black Live Matters, per una piattaforma unitaria delle donne lavoratrici, per combattere le stragi sul lavoro e per la sicurezza sui luoghi di lavoro.