Oggi, la Commissione per le donne e l’uguaglianza di genere del Parlamento cileno inizierà a discutere il progetto di depenalizzazione dell’aborto presentato nel 2018 da un gruppo di donne deputate. Quali sono le possibilità di legalizzare questa pratica dall’altra parte delle Ande, dopo l’Argentina?


Dopo la legalizzazione dell’aborto in Argentina, i gesti dei partiti di maggioranza e dei governi locali sono trascesi in diverse parti del pianeta, con voci pro e contro questo diritto nei rispettivi paesi.

In Cile, il presidente Sebastián Piñera è stato uno dei primi a rifiutare questo diritto quando è uscita la notizia. Nel paese che oggi si appresta a modificare la Costituzione del 1980, l’insieme delle motivazioni accettato è passato con annessa una obiezione di coscienza istituzionale. Sebbene l’aborto non sia più totalmente illegale, è disponibile solo in determinate circostanze e in alcune strutture sanitarie, poiché oltre il 50% di queste si dichiara obiettore di coscienza e l’accesso non è libero.

Per modificare la normativa vigente, la Commissione per le donne e l’uguaglianza di genere del Parlamento cileno, presieduta dalla deputata Maite Orsini di Revolución Democrática (coalizione Frente Amplio), aprirà il dibattito “per depenalizzare l’aborto consentito alle donne entro le prime quattordici settimane di gravidanza”. Sebbene non vi sia alcun impegno da parte del partito al governo a convertire questo progetto in legge, il dibattito in Commissione è iniziato oggi, con esposizioni a cura di invitati e con il progetto presentato nel 2018 dai membri del Frente Amplio e di Nueva Mayoría.

Tra l’altro, il disegno di legge delle deputate cilene propone di mantenere le attuali restrizioni (l’aborto è consentito solo in caso di “stupro”, “inviabilità fetale” o “rischio di morte della madre”), ma di modificare il codice penale in modo che le sanzioni per l’aborto si applichino solo quando l’interruzione della gravidanza viene eseguita dopo la 14a settimana di gestazione. In altre parole, propone di mantenere la sanzione con gli stessi limiti di motivazione precedenti, ma incorporando un criterio temporale.

Gloria Maira, ex sottosegretario del Servizio nazionale per le donne (Sernam) e membro del comitato “Mesa Acción por el Aborto en Chile”, che promuove i “Fronti Femministi” di Revolución Democrática, Comunes y Convergencia Social (Frente Amplio), afferma che nel quadro dell’attuale processo costituzionale “l’aspettativa è di poter incorporare i diritti sessuali e riproduttivi nel capitolo sui diritti umani e quindi far avanzare il riconoscimento dell’autonomia”. Dopo di che, sostiene, si potrebbe ottenere una legge che permetta “un aborto a tappe, che è il tipo di legislazione che esiste oggi nella stragrande maggioranza dei paesi del mondo”.

Maira è al centro dei dibattiti del movimento femminista, compresa la lotta per i diritti fondamentali. Perché continuare a ritardare la lotta per la legalizzazione dell’aborto, affinché sia libero e garantito in tutti i centri sanitari, su richiesta della donna incinta e senza interferenze da parte di chiese e gruppi anti-diritti, invece dello spirito dilettante che vorrebbe imporre una politica “passo dopo passo”? Questa prospettiva rafforza il movimento per i diritti delle donne, soprattutto nel contesto di questo processo costituente?

Tra i relatori della riunione della Commissione convocata per il 13 gennaio, la voce ufficiale sarà il Ministro delle donne e dell’uguaglianza di genere del governo di Piñeira, Monica Zalaquett Said, nota per la sua forte opposizione all’aborto e ad altri diritti delle donne, nonché una dei difensori delle politiche repressive del governo di Sebastian Piñera.

Il dibattito, come sottolinea Maira, si sta svolgendo nell’ambito del processo costituente emerso dall'”Accordo per la pace” firmato dai partiti cileni a maggioranza (dalla destra fino al Frente Amplio) per ottenere un plebiscito sulla stesura di una nuova costituzione attraverso una Convenzione Costituzionale [e non con un’assemblea costituente ex-novo, ndt].

Sotto lo slogan della pace, questo accordo ha lasciato impuniti i repressori e i violatori dei diritti umani che hanno agito prima dello scoppio del 2019, che ha scosso il regime ereditato da Augusto Pinochet sotto lo slogan “non sono 30 pesos, sono 30 anni”. Per garantire questo, l’accordo ha imposto una Convenzione che è ben lontana dall’Assemblea Costituente Libera e Sovrana richiesta nelle strade, limitando la partecipazione di coloro che non sono d’accordo con i partiti di maggioranza. Tra loro c’erano migliaia di attiviste del movimento delle donne che quell’anno sono scese in piazza e hanno scosso il mondo con la loro denuncia delle azioni delle forze repressive cilene.

La Convenzione Costituente, come denunciato dalla corrente femminista Pan y Rosas – Teresa Flores e dal PTR – sezione cilena della Frazione Trotskista – non prevede (tra le altre cose) l’incorporazione del diritto di decidere neanche sull’accesso libero e universale al sistema sanitario pubblico, che rimane nelle mani di aziende, cliniche, assicuratori e farmacie che ne fanno milioni.

“La nostra lotta è quella di porre fine al Cile dei 30 anni, quello del saccheggio e dell’impunità delle transizioni concordate alle spalle del popolo”, dice Jo Cáceres, che dopo un’intensa campagna è riuscita, insieme a diversi compagni e compagne, a diventare una candidata convenzionale. La giovane referente del femminismo socialista avverte anche che “il processo costituzionale è pieno di ostacoli, ma ha anche una partecipazione attiva dei settori più conservatori, dei grandi imprenditori e dei partiti del sistema”.

“Difenderanno la loro ricchezza, i loro privilegi e i loro mandati con le unghie e con i denti. Sappiamo già che non è per mano di questi settori che conquisteremo i nostri diritti”, aggiunge, e come sottolinea la sua lista, “è il momento di capovolgere tutto, e possiamo farlo solo organizzandoci democraticamente, nei luoghi di lavoro, nei quartieri e nei luoghi di studio”. Quella strada, come la marea verde in Argentina mostra a tutti, è quella che dobbiamo riaprire per farla diventare legge; per porre fine al mercanteggiamento della clandestinità e dell’accesso alle cure sanitarie; per separare le chiese dallo Stato. I nostri candidati sono al servizio della costruzione di questa forza, dell’alleanza con gli operai e i giovani che sono stati i protagonisti della ribellione e che ora stanno affrontando le conseguenze della crisi aggravata dalla pandemia”.

Il cammino verso la legalizzazione dell’aborto in Cile non sarà facile. Dopo l’approvazione del regime causale in Cile, il 51% degli ostetrici si dichiarano obiettori per poter rifiutare di praticare l’aborto nei casi consentiti dal codice penale. Secondo il monitoraggio della Corporación Humanas, nella sola città di Osorno, che ha una popolazione di 140.000 abitanti, 17 dei 18 ostetrici del servizio sanitario si dichiarano obiettori per i motivi consentiti, il che rende praticamente impossibile l’accesso alla pratica.

 

Sol Bajar

Traduzione da La Izquierda Diario