La rivoluzione che scoppiò 42 anni fa offre importanti spunti su come battere l’imperialismo e i governi reazionari.


Attualmente, l’Iran è la regione con le più grandi tensioni geopolitiche al mondo. Il Golfo Persico è dominato da portaerei, droni, hacker, da centrifughe[che estraggono dall’uranio naturale il materiale necessario per centrali e bombe nucleari], sicari… ma è anche la regione con le lotte di classe più rilevanti: la classe operaia multietnica iraniana conduce intense lotte contro un governo repressivo, così come il movimento giovanile e il movimento delle donne. Questa forza progressista è di fronte a un dubbio: saranno in grado di abbattere il regime oscurantista senza fare il gioco delle forze imperialiste e dei loro vassalli? Potrebbe la classe operaia dirigere una vittoriosa rivoluzione socialista e avviare un percorso rivoluzionario nella regione?

La rivoluzione iraniana iniziò 42 anni fa: l’11 febbraio 1979, le forze armate si arresero dopo due giorni di scontri di piazza, mettendo fine al regime dello Scià. Questa rivoluzione ci offre un insegnamento per i giorni nostri. Tanti ricorderanno la rivoluzione solo per aver portato i Mullāh al potere, invece fu una grande insurrezione operaia, che incluse caratteristiche “classiche” di una rivoluzione come i consigli operai. Come fu sconfitta questa rivoluzione? E quale esito alternativo ci sarebbe potuto essere? Oggi l’ Iran offre un chiaro esempio sul perché i rivoluzionari necessitano di un programma di rivoluzione permanente. Per comprendere ciò, bisogna studiare la storia della rivoluzione.

Una rivoluzione contro l’imperialismo

Le basi materiali, sociali e politiche dello spodestamento dello Scià potrebbero attribuirsi alla fase complessa dello sviluppo capitalista. Le forze imperialiste, formate dalla Gran Bretagna e dalla Russia, economicamente più arretrata, inizialmente condussero l’Iran verso il mercato globale, divenendo l’area di proxy war tra le due forze.

L’Iran, fu “quasi del tutto una colonia”, come la descrisse Lenin nel 1917 nell’opera classica sull’imperialismo, divenne più invischiato nel sistema capitalista mondiale dopo che abbondanti riserve di petrolio a sud del paese vennero scoperte nel 1908¹. Successivamente, l’Iran venne trasformato in un ‘importante fornitore di risorse energetiche per le forze imperialiste, in particolar modo dallo stabilimento Anglo-Persian Oil Company , a quel tempo la compagnia petrolifera inglese più redditizia a livello internazionale.

Questi elementi contribuirono ad uno sviluppo sociale con caratteri disomogenei in Iran. Il proletariato, concentrato nelle aree urbane, si estese parallelamente alle industrie petrolifere ed ai corrispettivi settori, ma questi settori furono “circondati da una marea di lavoratori rurali la cui vita e lavoro furono regolati da rapporti pre-capitalisti”².

La Gran Bretagna ebbe il monopolio sul petrolio iraniano fino al 1952, quando il primo ministro Mohammad Mossadegh nazionalizzò l’Anglo Iranian Oil Company ( il nome cambiò nel 1935). L’imperialismo inglese reagì con un boicottaggio internazionale al petrolio iraniano. In seguito, si alleò con gli Stati Uniti ed organizzarono un colpo di Stato nel 1953, per rimuovere il democraticamente eletto Mossadegh e restaurare lo Scià, Mohammad Reza Pahlavi, fuggito dal paese. Sebbene l’imperialismo avesse presentato lo Scià come un “modernizzatore” benevolo, il regime fantoccio autoritario fu notoriamente brutale e sostenuto da una forza di polizia segreta chiamata SAVAK, che lavorò in stretta collaborazione con la CIA.

Di conseguenza, la brutale dittatura dello Scià salvaguardò le ricchezze petrolifere iraniane per la borghesia imperialista. Mentre le tasche dello Scià s’ingrandirono, il malcontento cresceva. Negli anni 60’, lo Scià lanciò la “Rivoluzione Bianca” (nota anche come Rivoluzione dello Scià e del Popolo) come un insieme di aggressive riforme sociali ed economiche volte a dissolvere gli ultimi residui dei legami feudali nelle campagne, spostando il capitale dei proprietari terrieri nell’industria e in altri progetti urbani, facilitando la penetrazione dei capitali stranieri.

Politicamente, lo Scià fece intendere che la Rivoluzione Bianca dovesse costruire la base per il consenso tra i lavoratori e i contadini con la promessa di migliori condizioni di vita. “La rivoluzione deve nascere dall’alto, altrimenti scoppierà dal basso”, la famosa frase dello Scià. Eppure, come ha sottolineato lo storico Ervand Abrahamian, le riforme ebbero un effetto contraddittorio: La Rivoluzione Bianca prese vita per prevenire la Rivoluzione Rossa, mentre invece pose le basi per una Rivoluzione Islamica”³.

In realtà, il programma dello Scià sulla “modernizzazione” capitalista ed i benefici distribuiti inegualmente da quest’ultimo provocarono l’aumento di tensioni sociali, particolarmente tra la piccola borghesia e il clero, il cui crescente risentimento fu la miccia che innescò un fervore rivoluzionario in Iran.

Tra quei settori della borghesia scontenti ci furono i Bazar (“mercato” parola che deriva dalla lingua persiana), un settore eterogeneo composto principalmente da artigiani e mercanti. Questo settore subì un calo dovuto alla “modernizzazione” dello Scià, che accelerò l’incremento di supermercati e produzione di massa sotto il controllo del capitale occidentale. I Bazar ebbero legami con la borghesia modernizzata poiché molti studenti universitari iraniani provenivano da famiglie di piccoli commercianti. Storicamente, però, i bazar si allearono con il clero sciita iraniano, gli ulama, che costituiva un altro strato della piccola borghesia tradizionale. Prima delle riforme agrarie, gli ulama gestirono vasti appezzamenti di terreno attraverso diversi modelli di istituzioni religiose.

Le riforme dello Scià rafforzarono l’alleanza tra questi settori della piccola borghesia, e di contro implementarono un populismo sciita eterodosso per mobilitare una coalizione di opposizione contro la dittatura monarchica. L’Ayatollah Ruhollah Khomeini divenne il leader di questo movimento di opposizione negli anni ’60 grazie al suo implacabile rifiuto dei programmi dello Scià.

Le riforme agrarie del regime portarono anche ad un rapido flusso di contadini senza proprietà ad affollarsi velocemente nelle città e quindi nel mercato capitalista. Mentre molti di questi migranti rurali vennero trasformati in salariati urbani che svolsero lavori generici, l’incapacità dell’industria iraniana di assorbire così tanta forza-lavoro costrinse alla disoccupazione e al sottoproletariato urbano di occupare i ghetti intorno a città come Teheran. Negli anni ’60 e ’70, le proteste e le manifestazioni di massa divennero parte integrante della società iraniana. Nel 1977, la povertà urbana innescò una serie di eventi che alla fine portarono alla Rivoluzione iraniana.

Nell’estate di quell’anno, gli abitanti dei ghetti che protestarono contro la demolizione dei loro quartieri furono uccisi dalle forze dell’ordine. Nei mesi successivi, le proteste ottennero il sostegno di un movimento studentesco combattivo. Era composto da molti studenti iraniani che studiarono all’estero e che rimasero entusiasmati dalle mobilitazioni antimperialiste che si svolsero in tutto il mondo. A dicembre le università chiusero a causa delle massicce proteste.

Il 6 agosto 1978 – l’anniversario del colpo di stato del 1953- Il Cinema Rex, un teatro in un quartiere popolare della città di Abadan, andò in fiamme, incenerendo oltre 400 persone. Sebbene le circostanze esatte dell’incendio rimangano poco chiare, la maggior parte sospettò che SAVAK avesse appiccato l’incendio. Le tensioni raggiunsero il picco l’8 settembre 1978, dopo quello che venne definito il Venerdì Nero: lo Scià ordinò una violenta repressione delle proteste che causò tra i 1.000 e3.000manifestanti uccisi. La classe operaia rispose con tutta la sua furia.

Il giorno dopo il Venerdì Nero quasi 1.000 lavoratori della principale raffineria di petrolio di Teheran scioperarono. Lo sciopero si diffuse rapidamente ad altre raffinerie e fabbriche di petrolio e costò al regime assediato più di 50 milioni di dollari al giorno. Si istituirono comitati di sciopero in molti luoghi di lavoro per coordinare l’attività di sciopero. I lavoratori iraniani scagliarono il loro colpo di grazia con l’organizzazione di uno sciopero generale alla fine del 1978 che portò al blocco dell’intera economia .

Dopo il quarto mese di ondate di scioperi– culminate nello spodestamento dello Scià, che lasciò il paese il 16 gennaio 1979 – lo scoppio imminente della lotta di classe proletaria era evidente. Nel conseguente vuoto di potere, cominciarono a svilupparsi embrioni di consigli operai, simili ai soviet russi. Questi shoras, nati dai comitati di sciopero, iniziarono ad esercitare il loro potere espropriando le fabbriche e mettendole sotto il controllo dei lavoratori.

I contadini poveri delle campagne, ispirati dall’esempio di questi operai, fondarono i propri shoras rurali e si impadronirono delle grandi tenute in cui lavoravano. Eppure, nonostante l’intensificazione della lotta di classe, la rivoluzione degenerò in una repubblica islamica gestita da spietati religiosi. Nel 1983 il sistema borghese venne ripristinato; gli shoras, i sindacati indipendenti e tutti i partiti di sinistra furono banditi e schiacciati. Come fu possibile una sconfitta del genere?

La controrivoluzione di Khomeini

Con l’Iran in subbuglio, l’imperialismo americano iniziò a temere che il capitalismo potesse essere messo in discussione nel paese. Secondo lo storico Nikki Keddie, il Dipartimento di Stato [Americano] fu “in contatto con figure laiche e religiose che sarebbero potute entrare in una coalizione governativa con cui il governo americano avrebbe potuto trattare”.

Gli Stati Uniti trovarono in Khomeini un potente alleato, esiliato per più di 14 anni in Francia al tempo. Nonostante avesse promesso di assicurare gli interessi americani, l’Ayatollah mantenne un rapporto complesso con Washington. Riconobbe che le masse insorte, che voleva attirare, provavano ostilità nei confronti dell’imperialismo.

L’occupazione dell’ambasciata americana a Teheran e la seguente crisi degli ostaggi fornirono a Khomeini l’opportunità ideale per rafforzare il suo prestigio tra le masse e la sua dottrina “antimperialista”. Con il pretesto di questa nuova crisi, i funzionari iraniani manovrarono sfruttando la campagna presidenziale di Ronald Reagan per ottenere il rilascio degli ostaggi sotto la custodia iraniana dopo le elezioni statunitensi del 1980, vanificando così le prospettive elettorali del presidente in carica Jimmy Carter. Il regime iraniano annunciò il rilascio degli ostaggi pochi minuti dopo che Reagan pronunciò il suo discorso inaugurale.

Gli Stati Uniti diedero il loro appoggio e armarono il regime di Saddam Hussein in Iraq con l’intento di attaccare l’Iran, avviando una guerra di 8 anni che causò oltre mezzo milioni di morti. Questo ebbe lo scopo di opprimere le masse in rivolta, ma permise anche a Khomeini di consolidare una dittatura clericale, fondando così la Repubblica islamica.

Intanto, gli Stati Uniti persero una delle loro basi strategiche fondamentali per garantire il loro dominio nella regione. Per ripristinare un sistema borghese, più distante dall’imperialismo, il nuovo regime nazionalista borghese guidato dal clero iniziò un periodo di repressione politica e sociale contro la sua opposizione politica, in particolare la sinistra e i popoli oppressi che lottano per la loro autonomia, come i curdi.

Il consolidamento di questo nuovo regime significò anche perdere ciò che la classe lavoratrice creò nel 1979: gli shoras. Queste organizzazioni dei lavoratori lottarono con tenacia per il controllo dei lavoratori e l’espropriazione delle fabbriche. Oggettivamente rappresentarono una forma iniziale di doppio potere, anche se mancavano di coordinamento. Inizialmente, ignorarono l’ordine di Khomeini di disgregarsi, rivendicando invece un aumento salariale, miglioramenti delle condizioni di vita e la nazionalizzazione delle diverse industrie. Ma con l’avanzare della controrivoluzione, gli shoras furono costretti alla difensiva. Nell’aprile 1980, la fase di “islamizzazione”, che si inaugurò dopo l’approvazione di una costituzione teocratica un anno prima, si inserì nei luoghi di lavoro e distrusse le organizzazioni dei lavoratori auto-organizzati.

Il ruolo di Khomeini,figura reazionaria con orientamento bonapartista, si mostrò col suo ricorso all’apparato repressivo, ma anche con una retorica islamica populista che cercò di conciliare le divisioni di classe tra la borghesia e le masse operaie. Come scrisse la sociologa iraniana Val Moghadam, il discorso unificante del khomeinismo intrecciò un discorso “islamico populista radicale “che si sarebbe dimostrato molto travolgente – un discorso che si appropriò di alcuni concetti della sinistra (sfruttamento, imperialismo, capitalismo mondiale), fece uso di categorie terzomondiste (dipendenza, popolo) e termini populisti massa operaia),e impregnò certi concetti religiosi di un significato nuovo e radicale.”

La retorica radicale islamica di Khomeini si basò molto sugli scritti di Ali Shariati, considerato da molti il motore ideologico della rivoluzione islamica. Il sociologo specializzatosi in Francia si ispirò agli studiosi postcoloniali come Frantz Fanon e introdusse una “versione islamica della ‘teologia della liberazione’” come scrive Claudia Cinatti⁶.

Eppure la rivoluzione iraniana, nonostante la propria mole religiosa, non si può spiegare solo con le proprie sfaccettature culturali, come tentarono di fare i teorici post-moderni come Michel Foucault⁷. Invece, il paradosso del percorso rivoluzionario può essere carpito nell’ottica della lotta di classe. Più precisamente, fu l’insorgenza della classe operaia, della borghesia e dei poveri urbani di fronte all’irregolare sviluppo capitalista, contro l’odiato e dittatoriale Scià, appoggiato dagli Stati Uniti, che generò una rivolta generale contro la monarchia e l’imperialismo.

Pertanto, la rivoluzione iraniana aveva una profonda natura democratica. E durante la sua evoluzione, si formarono anche i presupposti per una rivoluzione operaia. Se la classe lavoratrice non è riuscita a prendere il potere politico, è stato a causa di una debolezza politica da parte della sinistra e dell’assenza di una direzione rivoluzionaria capace dirigere un percorso verso una rivoluzione socialista.

La sinistra in Iran

Le più grandi organizzazioni in Iran furono convinte dell’idea, in modi diversi, che la rivoluzione iraniana non potesse essere socialista. Il più importante partito iraniano della sinistra fu il Tudeh (partito delle masse) composto da almeno 100.000 membri ed ebbe una notevole influenza tra i lavoratori. Il Tudeh si orientò verso l’Unione Sovietica nel momento in cui il fulcro dello stalinismo mondiale andò verso il collasso. Il partito ritenne che la rivoluzione potesse creare un governo borghese più progressista, simile a quello che era stato rovesciato nel 1953 – un’alleanza con i nazionalisti borghesi era ritenuta uno step necessario nel cammino verso il socialismo. Basati su questa teoria per una rivoluzione per stadi, supportarono Khomeini, anche quando il suo regime iniziò a reprimere i settori sempre più in crescita della sinistra.

Dopo la vittoria della rivoluzione a Cuba nel 1959, le organizzazioni della sinistra sparse per il mondo adoperarono la tattica della guerriglia inspirata da Che Guevara. Due furono le organizzazioni che emersero in Iran negli anni 60. La prima furono Mojahedin del Popolo Iraniano o Esercito di Liberazione Nazionale dell’Iran (spesso indicata con le sigle PMOI, MEK o MKO) i quali cercarono di unire le letture islamiche di sinistra con le ideologie marxiste. La seconda, i Fedayyin, furono più tradizionalmente “ marxisti-leninisti” cioè stalinisti. Questi, che intrapresero la lotta armata sotto il regime dello Scià, mobilitarono centinaia di migliaia di sostenitori durante la rivoluzione.

La debolezza di questi gruppi guerriglieri non fu solo quella di aver stabilito delle piccole unità armate, per natura isolate dalle masse, come il soggetto rivoluzionario decisivo. La teoria della guerra popolare di lunga durata ideata da Mao Tse-tung, o quella del foco elaborata da Che Guevara, non furono mai intese come strategie per sconfiggere il capitalismo e costruire il socialismo. Piuttosto, queste furono fondamentalmente delle strategie per stadi che utilizzarono mezzi militari per creare governi che unissero operai e contadini con l’ala “nazionalista” e “progressista” della borghesia⁸.

Così, mentre i Mujahedin e i Fedayyin ebbero un profilo infinitamente più “militante” del Tudeh, condivisero lo stesso obiettivo strategico: l’istituzione di un governo borghese “progressista”. Questi guerriglieri rappresentarono una forma armata di collaborazionismo di classe: il riformismo in armi. Furono costantemente divisi dal dubbio di quale ala della borghesia dovesse essere “progressista”. I Mujaheddin originariamente identificarono Khomeini come progressista, ma ben presto spostarono la loro lealtà alle ali pro-imperialiste più convinte della classe dominante. I MEK si unirono al regime pro-imperialista in Iran. I Fedayyin si divisero tra una maggioranza che sostenne in modo critico il nuovo regime e una minoranza che iniziò una nuova guerriglia contro di esso. Anche questa minoranza, tuttavia, rimase fedele alla loro teoria per stadi.

Ma c’era un’alternativa allo teoria per stadi, che lo stalinismo riprese dalla socialdemocrazia e impose al movimento comunista internazionale. Il trotskismo in Iran fu rappresentato da due diverse organizzazioni. Il Partito Socialista Operaio (HKS) fu fondato da studenti iraniani che aderirono al Segretariato Unificato della Quarta Internazionale (USec) mentre studiavano in Gran Bretagna. L’HKS era allineato con la direzione europea dell’USec intorno a Ernest Mandel. Il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (HKE), al contrario, fu formato da studenti iraniani che erano stati negli Stati Uniti e risultarono più vicini al Socialist Workers Party, la sezione statunitense dell’USec, i cui dirigenti stavano cominciando a troncare col programma della rivoluzione permanente.

Queste due tendenze si differirono dal loro modo di relazionarsi al movimento antimperialista che fu egemonizzato dai Mullāh. L’HKE fu pronto ad abbandonare qualsiasi principio socialista per continuare il proprio supporto al nuovo regime. Fornì perfino un sostegno critico al decreto che richiese alle donne di indossare abiti islamici. Perché? “La vera questione è… la lotta dell’intera società contro l’imperialismo americano”⁹. L’appoggio dell’HKE continuò anche quando il regime represse la sinistra, compresi i trotskisti.

L’HKS, al contrario, negò che Khomeini rappresentasse il “vero antimperialismo”: dichiarò, con lungimiranza, che “il vero antimperialismo significa … l’istituzione di un’economia pianificata”¹⁰. L’HKS fu in grado di acquisire una certa influenza politica, in particolare tra i lavoratori arabi della provincia del Khūzestān, che stavano combattendo per le proprie rivendicazioni nazionali e sociali. Tuttavia questa influenza attirò l’attenzione del regime e membri del partito furono arrestati e condannati a morte a partire dal 1979.

Alla fine, le tendenze trotskiste – fondate dagli esiliati che ritornarono in Iran allo scoppio della rivoluzione – non furono abbastanza organizzate per resistere alla repressione sempre più letale. Entro il 1983 vennero schiacciati e costretti all’esilio. Nello stesso anno, i membri dell’USec elaborarono un bilancio in cui criticarono la loro tendenza a sostenere le posizioni di Khomeini, dato che il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori era una sezione ufficiale dell’USec¹¹. Ma sembrerebbe che i decenni di esilio abbiano portato alla loro dissoluzione. Non siamo a conoscenza delle tendenze trotskiste in Iran oggi – con un’eccezione che tratteremo nel prossimo paragrafo.¹²

Una menzione speciale va alla tendenza attorno a Mansoor Hekmat, la cui tradizione fu portata avanti da diverse fazioni “comuniste operaie” in esilio, e dal partito Komala nel Kurdistan iraniano. Quando la rivoluzione iraniana s’intravide all’orizzonte, Hekmat si discostò dal dogma centrale di tutte le correnti influenzate dallo stalinismo quando dichiarò correttamente che l’idea di una “borghesia nazionale progressista” fosse un mito. Eppure Hekmat difese contemporaneamente un dogma altrettanto dannoso che lo stalinismo aveva adottato dal marxismo riformista della Seconda Internazionale: l’idea che l’Iran non fosse “pronta” per il socialismo. Esaminando queste teorie contraddittorie, Manzoor elaborò un’ipotesi interessante, simile a quella che Lenin postulò per la Russia nel 1905: la classe operaia iraniana, costituendosi come polo politico indipendente, potrebbe guidare la rivoluzione democratica dato che la borghesia iraniana è troppo debole e troppo codarda per realizzarla. E una rivoluzione democratica così radicale in Iran, guidata dalla classe operaia, sarebbe la scintilla per le rivoluzioni socialiste nei paesi più avanzati; e questi, a loro volta, consentirebbero alla democrazia radicale iraniana di avanzare verso la realizzazione del socialismo¹³. Ciò si avvicina molto all’ipotesi di Kautsky per la Russia nel 1905.¹⁴

Questa elaborazione è molto interessante per la sua inadeguatezza: mette in evidenza la necessaria svolta teorica articolata per la prima volta da Lev Trotsky nel 1906: la classe operaia, ponendosi a capo della lotta per la democrazia e affermando il proprio potere sotto forma di governo operaio, non può assolutamente limitarsi ad un programma democratico. Anche se il partito operaio tentasse di farlo, sarebbe ostacolato, sabotato e, in ultima analisi, ci sarebbe una sanguinosa controrivoluzione da parte della borghesia. Come potrebbero i lavoratori detenere il potere politico, e tuttavia lasciare l’economia nelle mani dei loro sfruttatori?

La teoria della rivoluzione permanente di Trotsky predisse accuratamente il corso che la imminente rivoluzione russa avrebbe dovuto prendere nel 1917 – mentre i socialisti finlandesi applicarono il programma della “dittatura democratica del proletariato e dei contadini” nella loro rivoluzione del 1917-18, sperando di indurre i capitalisti a sottomettersi a un governo democratico della classe operaia, furono intrappolati nelle proprie contraddizioni e portati ad una sanguinosa sconfitta¹⁵. La rivoluzione diventa perciò “permanente” nella sua transizione dalle attività democratiche a quelle socialiste – così come è permanente la sua espansione da un quadro nazionale ad uno internazionale.

Il programma teorico di rivoluzione permanente è importante per l’Iran di oggi. Gli operai iraniani lottarono valorosamente contro la dittatura dello Scià, ma nessun vantaggio democratico duraturo si può guadagnare senza una rottura con l’imperialismo e della riorganizzazione della società socialista. La borghesia iraniana lottò tiepidamente contro lo Scià, ma quando i loro privilegi vennero messi a rischio dal movimento di massa, scatenarono la loro rabbia. Ed è per questo che è necessario per la classe operaia, insieme ad altre categorie oppresse, lottare per distruggere la forza economica e politica dei capitalisti (nel proprio paese e all’estero). È l’unica via per garantire la democrazia.

Insegnamenti per oggi

Esaminando il bilancio del 1979-80, è chiaro che la sinistra socialista rivoluzionaria deve evitare due errori.

Il primo errore consiste nel porre qualche speranza in un’ ala della classe dominante – che siano i “riformisti” che sperano in più rapporti cooperativi con le forze imperialiste, o gli “estremisti” con toni più provocatori. 10 anni fa, abbiamo assistito ad una grande fetta di giovani e della sinistra che riponevano la loro speranza in esponenti “moderati” del Movimento Verde. Ma questi esponenti propinano solo forme modificate del dominio imperialista – una dipendenza da rafforzare con nuove forme di repressione interne.

Il secondo errore è lasciare che le legittime opposizioni al regime clericale si trasformino in supporto per le forze imperialiste. Questo accadde con le multiple tendenze della sinistra iraniana, specie con il MEK, che oggi esiste come una strana setta presa sul serio solo dagli avvoltoi più folli di Washington. Ma tralasciando questi due esempi estremi, c’è la tendenza molto più diffusa tra la sinistra iraniana nel prendere una posizione neutrale nei confronti dei conflitti tra l’imperialismo e il regime iraniano. Per dimostrare ciò, citeremo l’articolo “Considerazioni sulla lettera a Mogherini” di un gruppo che si definisce Tendenza bolscevico-leninista iraniana. Iniziano con una dichiarazione di principio che sembra corretta:

A nostro avviso, proteggere l’indipendenza politica della classe operaia dalle diverse fazioni presenti nel regime capitalista al potere dell’Iran e, allo stesso tempo, dall’imperialismo è una questione di vita o di morte per il movimento operaio. Il nostro compito è di farla finita con lo Stato capitalista (qualunque sia la forma di governo che assume) una volta per tutte.

Eppure arrivano alla peggiore conclusione possibile:

Di fronte alla minaccia di un attacco militare imperialista, non ci schieriamo né con la borghesia “interna” né con le forze “esterne”. Invece, in questo caso, il nostro compito impellente è di immobilizzare la loro macchina da guerra e trasformare la guerra in una rivoluzione contro entrambe le parti reazionarie di questo conflitto formando un terzo fronte rivoluzionario; un fronte costituito dalla classe operaia dell’Iran, della regione e dei paesi belligeranti. Il nostro ruolo quindi è quello di smascherare la natura reazionaria di entrambe le parti di questa guerra capitalista e dei loro eserciti.

Questo gruppo rivendica la tradizione dei bolscevichi-leninisti, l’Opposizione di Sinistra dell’Internazionale Comunista guidata da Lev Trotsky, eppure sembra non sapere nulla delle posizioni antimperialiste di Trotsky. È perfettamente vero che i regimi degli Stati Uniti e dell’Iran sono entrambi borghesi, capitalisti, reazionari, repressivi … ma queste elaborazioni significano che possiamo fare una semplice equiparazione tra Washington e Teheran? L’imperialismo americano è il più grande apparato di massacri mai costruito. La Repubblica islamica, invece, è una potenza regionale cronicamente instabile che può a malapena intervenire militarmente sui suoi confini circostanti. Non è difficile trovare un’analogia. I marxisti non hanno mai dato una briciola di sostegno alla dittatura pro-imperialista di Saddam Hussein in Iraq. Malgrado ciò gli Stati Uniti sono stati in grado di causare una strage in una misura che era semplicemente impossibile da eguagliare per Hussein – mentre Hussein ha massacrato 15.000 persone con gas tossici, gli U.S.A. hanno sterminato 500.000 persone con sanzioni “pacifiche”.

Cerchiamo di immaginare una guerra dell’imperialismo americano contro l’Iran. Una vittoria dell’imperialismo contro l’Iran implicherebbe una sconfitta per i lavoratori e delle persone oppresse in tutto il mondo. La sconfitta di un attacco statunitense – anche una sconfitta per mano di una forza reazionaria come la Repubblica islamica – darebbe un enorme slancio alle lotte di liberazione ovunque. Trotsky abbozzò questa prospettiva antimperialista in una discussione nel 1938:

Il Brasile regna oggi un regime semifascista che qualunque rivoluzionario può solo odiare. Supponiamo, però che domani l’Inghilterra entri in conflitto militare con il Brasile. Da che parte si schiererà la classe operaia in questo conflitto? In tal caso, io personalmente, starei con il Brasile “fascista” contro la “democratica” Gran Bretagna. Perché? Perché non si tratterebbe di un conflitto tra democrazia e fascismo. Se l’Inghilterra vincesse si installerebbe un altro fascista a Rio de Janeiro che incatenerebbe doppiamente il Brasile. Se al contrario trionfasse il Brasile, la coscienza nazionale e democratica di questo paese e condurre al rovesciamento della dittatura di Vargas. Allo stesso tempo, la sconfitta dell’Inghilterra assesterebbe un colpo all’imperialismo britannico e darebbe impulso al movimento rivoluzionario del proletariato inglese.

La sinistra, sia in Iran che a livello internazionale, deve far parte di qualsiasi mobilitazione antimperialista contro gli attacchi degli Stati Uniti, e insieme rifiuta qualsiasi sostegno politico per iMullāh. È proprio questo tipo di mobilitazione che metterà in rilievo l’incompetenza e il boicottaggio del regime clericale corrotto. Questo è il momento in cui la classe operaia può presentarsi come una possibile avanguardia di tutti gli operai nella lotta per la democrazia – che include la libertà dall’imperialismo. Qualsiasi tipo di posizione “terzo campista” o “antimperialista” – sebbene possa essere comprensibile come reazione al falso antimperialismo del regimec ome prodotto della demoralizzazione dell’esilio – lascerà questa lotta progressista nelle mani della lotta reazionaria.

La potente classe operaia iraniana può riappropriarsi dei metodi del 1979. La rivoluzione iraniana è stata una delle ultime lotte rilevanti della classe operaia internazionale prima che il ripristino della borghesia scatenasse l’attacco alla classe operaia internazionale. La sconfitta dei lavoratori iraniani ha così spianato la strada per la marcia trionfante del neoliberismo. Una rivoluzione vincente in Iran avrebbe inferto un duro colpo all’imperialismo e ai suoi lacchè in tutta la regione e avrebbe ispirato i lavoratori di tutto il mondo.

Oggi la classe operaia iraniana può nuovamente essere un’avanguardia per gli operai della regione, rinchiusi in una gabbia da cricche reazionarie subordinate all’imperialismo. Ma una tale prospettiva richiede la costruzione di una nuova direzione rivoluzionaria – sulla base di un bilancio della rivoluzione precedente.

Maryam Alaniz

Nathaniel Flakin

Traduzione da Left Voice

 

Note

  1. V. I. Lenin, Imperialismo, fase suprema delcapitalismo, 1916.
  2. Assef Bayat, Workers and Revolution in Iran (Londra: Zed Books, 1987), 22.
  3. Ervand Abrahamian, A History of Modern Iran (New York: Cambridge University Press, 2008), 140.
  4. Nikki Keddie, Modern Iran: Roots and Results of a Revolution (New Haven, CT: Yale University Press, 2006), 235.
  5. Val Moghadam, Socialism or Anti-imperialism? The Left and Revolution in Iran, New Left Review 166 (November/December 1987):14.
  6. Claudia Cinatti, Islam político, antiimperialismo y marxismo, ft-ci.org, July 7, 2007.
  7. Janey Afary e Kevin B. Anderson, Foucault and the Iranian Revolution: Gender and the Seductions of Islamism (Chicago: University of Chicago Press, 2003).
  8. Vedere Emilio Albamonte e Matías Maiello, Estrategia socialista y arte militar, cap. 6 (Buenos Aires: Ediciones IPS, 2018).
  9. Intervista con Masha Hashemi, una dirigente dell’HKE, Intercontinental Press 18, no. 30 (4, agosto 1980): 830–32.
  10. La dichiarazione dell’HKS, Intercontinental Press 18, no. 29 (Luglio 28, 1980): 805–7.
  11. La loro risoluzione “Revolution and Counter-revolution in Iran,” è disponibile sul sito di Maziar Razie su Marxist.com, della TMI.
  12. Per approfondire la storia sul trotskismo iraniano, vedere Robert Alexander, International Trotskyism, 1929–1985: A Documented Analysis of the Movement (Durham, NC: Duke University Press, 1991), 558ff. Per la difesa recente dell’HKE, vedere Barry Sheppard, The Party: The Socialist Workers Party 1960–1988, A Political Memoir, Volume 2: Interregnum, Decline and Collapse, 1973-1998 (London: Resistance Books, 2005), 143–78, 220–31.
  13. Nel 1978, Hekmat affermò che “la rivoluzione in Iran non è subito socialista, ma democratica”. Ma allo stesso tempo fu“una parte inseparabile della rivoluzione socialista mondiale”. Mansoor Hekmat, The Iranian Revolution and the Role of the Proletariat (Tesi), 1978.
  14. In contrasto con la maggior parte dei socialisti dell’epoca, che pensavano che la rivoluzione imminente della Russia sarebbe stata inevitabilmente borghese e democratica, Kautsky scrisse nel 1906 che “la promessa della Russia è piuttosto l’inizio di un’era di rivoluzioni europee che finirà con la dittatura della società socialista”. Karl Kautsky, Revolutions, Past and Present, 1906.
  15. Vedere Nathaniel Flakin, 1919: quando la Finlandia era rossa.