100 anni fa, la classe operaia in Finlandia prese il potere nelle sue mani. Questa rivoluzione poco conosciuta è una preziosa fonte di lezioni per i socialisti di oggi. Nathaniel Flakin della redazione di Left Voice ripercorre i fatti e gli snodi politici del breve quanto eroico periodo “rosso” del paese scandinavo. Il testo è la traduzione, divisa in tre parti, di un opuscolo originalmente pubblicato in tedesco nel 2009. Nelle prossime settimane saranno pubblicate sulla Voce anche la seconda e la terza parte.


Qual è stato il primo paese socialista? Tutti ormai dovremmo saperlo. Ma il secondo? E’ stata la “piccola e tosta Finlandia” (Väinö Linna), terra di taglialegna e designer di telefoni cellulari; non ne ero nemmeno al corrente io all’inizio della stesura di questo articolo. Il termine “Rivoluzione finlandese” potrebbe far pensare a una qualche innovazione tecnica da parte della Nokia. Ma la Finlandia ha avuto addirittura una sua Armata Rossa!

100 anni fa, nel gennaio del 1918, gli operai finlandesi presero il potere e lottarono per l’indipendenza del loro paese e la giustizia sociale per i suoi abitanti. La borghesia rispose con forza — finlandesi, svedesi, russi o tedeschi che fossero, i borghesi si schierarono uniti contro i lavoratori — e uccise più di ventimila persone tra i rossi.

Anche se la Finlandia di oggi sembra essere un modello di calma sociale, si possono ancora trovare tracce del passato. La maggior parte dei finlandesi, eccezion fatta per alcuni comunisti, fa fatica a parlarne. A livello internazionale, la rivoluzione finlandese è poco conosciuta negli ambienti di sinistra. Cosa possiamo imparare oggi, come rivoluzionari, da questo evento?

Recentemente, Eric Blanc ha descritto la rivoluzione finlandese come “un esempio di successo di una via democratica al socialismo”, e conseguentemente come una legittimazione della strategia elaborata da Karl Kautsky. Come dimostreranno i tre articoli di questa serie, nonostante i Socialdemocratici finlandesi desiderassero fortemente una strada parlamentare, vennero costretti a proseguire sulla via dell’insurrezione. Tuttavia, dato che il loro partito era stato costruito con solo scopo di partecipare alle elezioni, la loro direzione dell’insurrezione fu terribile e portò a una sconfitta sanguinosa.

Si potrebbe dire che, di tutte le rivoluzioni del ventesimo secolo, quella finlandese abbia goduto delle condizioni storiche e materiali migliori possibili sotto il capitalismo perché avesse luogo: la classe operaia è stata in grado di prendere il potere praticamente senza incontrare resistenza. Lungi dal rivendicarlo, l’esempio della Finlandia mostra i risultati catastrofici della strategia di Kautsky. Ma riprenderemo questa questione nel terzo articolo.

 

La Finlandia prima della guerra

Dopo quasi 600 anni di dominazione svedese, la Finlandia era diventata Gran Ducato dell’Impero russo nel 1809. Godeva di ampi margini di autonomia, con una propria amministrazione, una lingua ufficiale, moneta indipendente ecc. Mantenne la pace sociale durante il secolo di dominio russo. Solo nel 1899 lo zar Nicola II cominciò un periodo di “russificazione”. Per tutta risposta quasi mezzo milione di finlandesi (su un totale di tre milioni e mezzo) firmò una petizione rivolta allo Zar per ottenere la restaurazione delle autonomie.

Nel diciannovesimo secolo, alcuni settori della borghesia finlandese avevano creato un movimento nazionalista. Il linguista e storico Adolf Ivar Arvidsson lanciò il grido di battaglia: “Non siamo svedesi, non vogliamo diventare russi; dunque, lasciateci essere finlandesi.” Si sviluppò una letteratura finlandese, principalmente per mano di membri dell’elite che avevano imparato la lingua popolare delle classi subalterne e avevano finnizzato i propri nomi. Lottarono per la lingua finlandese e il suo impiego nell’amministrazione e nell’istruzione. Nel 1900, i finlandesi avevano stabilito il finlandese come lingua ufficiale al pari dello svedese, ma anche come la lingua di una nuova, emergente nazione.

Con la rivoluzione russa del 1905, arrivò – tardivamente – un periodo di turbolenza politica anche nel Granducato. Con la “Dichiarazione Rossa” della città di Tampere, il movimento operaio chiamò allo sciopero generale. Le forze costituzionaliste borghesi si unirono allo sciopero perché rivendicavano la restaurazione dell’autonomia, anche se le due fazioni avevano comitati di sciopero separati. Giacché lo Zar espresse il suo favore verso l’approvazione di una nuova Costituzione finlandese, i partiti della borghesia e la direzione socialdemocratica erano già pronti a porre fine allo sciopero. Solo un piccolo settore di lavoratori radicalizzati voleva continuare. Dopo lo sciopero, lo Zar diede vita a un’assemblea parlamentare (eduskunta) per la Finlandia, eletta da tutti i cittadini finlandesi sopra i 24 anni e con alcune limitazioni legate alla proprietà come l’assenza di debiti. Dato che le donne potevano già votare a partire dal 1906, la Finlandia è ritenuta da molti come uno dei primi paesi ad aver implementato il suffragio femminile — nonostante non si trattasse ancora di un paese sovrano. Il parlamento eleggeva un governo, ossia il senato (senaatti), che governava sotto l’autorità dello Zar e del suo governatore locale.

L’industria finlandese si sviluppò dagli anni ’70 dell’800 in poi: le prime fabbriche furono impianti di lavorazione del legno e della carta, poi seguirono le industrie metallurgiche. Nel 1914, la popolazione operaia della Finlandia era stimata attorno alle 110.000 persone, anche se la grande maggioranza della popolazione finlandese viveva ancora nelle parti rurali del paese. La Prima Guerra Mondiale diede un duro colpo all’economia finlandese: le esportazioni verso la Gran Bretagna, principale acquirente dei derivati del legno e della carta processati in Finlandia, non erano più possibili — metà dei 34,000 lavoratori del settore venne licenziata.In generale, un terzo della classe operaia si trovò disoccupata. In più, quasi 40.000 giovani lavoratori rurali furono assunti per costruire fortificazioni nel 1916. Quando iniziò la rivoluzione russa nel 1917, vennero licenziati. Inoltre, non si riusciva più a mantenere le riserve di grano, e la fame cominciò a serpeggiare tra le campagne e tra i grandi centri urbani.

La maggior parte della classe dominante finlandese vedeva di buon occhio l’autonomia amministrativa sotto il dominio russo. Ma una fazione radicale della borghesia, specie tra le fila dell’esercito e degli studenti, chiedeva a gran voce la separazione immediata, vedendo nella Germania la futura protettrice della nazione finlandese. Questi attivisti organizzarono un battaglione di volontari che si unì all’esercito tedesco come Jäger (fanteria leggera). Erano addestrati specificamente per l’eventualità di un intervento tedesco nella situazione finlandese. Parte di questa unità venne schierata sul fronte orientale tedesco, ma nel 1917 venne gradualmente rimandata in patria. Questo contingente di circa 2.000 Jäger (jääkärit in finlandese) giocò un ruolo importante nella guerra civile finlandese: tutti tranne tre di loro si schierarono dalla parte controrivoluzionaria delle guardie bianche.

 

Il movimento operaio in Finlandia

Il partito socialdemocratico finlandese (Suomen Sosialidemokraattinen Puolue, SDP) venne fondato nel luglio 1899 sotto il nome di Partito Operaio di Finlandia, dopo che gli intellettuali marxisti diventarono egemonici nel movimento operaio. Specie dopo le grandi lotte di classe del 1906, il partito sottoscrisse il dogma della “guerra di classe”: sotto nessuna circostanza gli operai avrebbero dovuto collaborare con la borghesia in parlamento e nemmeno nei club sportivi. Questa dottrina era condivisa in tutti i partiti socialdemocratici del tempo, ma pochi la applicavano con tale costanza come quello finlandese – tanto che i membri del partito non avevano il permesso di detenere cariche pubbliche, ed il giornale The Worker (Työmies), sotto il loro controllo dal 1895, consigliava ai suoi lettori di evitare il cinema “borghese”! Lo scrittore di fama nazionale Väino Linna, attraverso uno dei suoi personaggi principali, l’agricoltore Akseli Koskela, la pose in questi termini:

Parlano sempre degli affari loro come degli affari della Finlandia tutta: (…) la nostra prosperità nazionale non può permettere una riduzione degli orari di lavoro. Non importa ciò che vogliono, sarà sempre a favore del paese, a favore del popolo, in quanto si tratta della nostra società. Ebbene, hanno ragione. È la loro società, è la loro Finlandia. Quando un tribuno socialista non sa parlare in modo sufficientemente colto, sbraitano e sfottono nei loro giornali. Talvolta faccio fatica a respirare, da quanto li odio. (…). Talvolta penso anche che sarebbe facile ucciderli.

L’isolamento del movimento operaio dalla società borghese fu il risultato delle condizioni materiali e legali tremende cui erano sottoposti i lavoratori finlandesi. Le leggi del lavoro non riconoscevano il diritto all’organizzazione o alla contrattazione collettiva. Nelle elezioni locali, il voto di una persona era “pesato” sulla base di quante tasse pagava. Il fatto che l’aristocrazia (e di conseguenza molti capitalisti, manager, accademici, ecc.) parlasse svedese, mentre la vasta maggioranza degli operai parlava finlandese, dava segno del divario tra proletariato e borghesia. Molti finlandesi emigrarono negli USA, dove parteciparono al movimento operaio radicale, aderendo ad esempio all’Industrial Workers of the World (il sindacato IWW), alcuni di loro riportando le idee assimilate in America una volta ritornati in patria. Gli immigrati finlandesi erano una componente tanto importante del movimento operaio americano che, all’inizio degli anni ’20, un terzo del Partito Comunista statunitense era finlandese, e un terzo dei finlandesi negli USA era comunista.

Nel 1907 venne costituita la Federazione Sindacale Finlandese (Suomen Ammattijärjestö, SAJ). La SAJ era molto più direttamente coinvolta nella lotta contro il nemico di classe rispetto all’SDP, perciò divenne più radicale.

Durante lo sciopero generale del 1905, l’SDP diede vita a una Guardia Rossa(punakaarti) per proteggere l’insieme del movimento. Questa formazione, però, mostro una tendenza alla militanza al di fuori del controllo del partito e della sua dirigenza. Ad esempio, nell’estate del 1906, la Guardia Rossa voleva dare appoggio ad un ammutinamento di soldati russi mediante l’organizzazione di uno sciopero generale per farlo evolvere in un’insurrezione, cosa che non fece che innervosire la direzione di partito. Nel suo congresso del 1906,  l’SDP sciolse ufficialmente la Guardia Rossa e rinunciò a esercitare la violenza.

La Prima Guerra Mondiale fece avvicinare una componente sostanziosa dell’SDP verso la sinistra del Partito Operaio SocialDemocratico Russo (cioè i bolscevichi). Non si trattava di una questione di affinità programmatica – infatti l’SDP era orgoglioso di tenere uniti i suoi “bolscevichi e menscevichi” in un unico partito –  quanto del risultato della difesa integerrima da parte dei bolscevichi del diritto dei finlandesi all’autodeterminazione. Mentre altri socialdemocratici russi sostenevano che la relazione tra Finlandia e Russia potevano essere risolte solo mediante una contrattazione tra il parlamento di Finlandia e l’assemblea costituente russa, Vladimir Lenin affermava che tali negoziati potevano aver luogo solo qualora fosse stato riconosciuto il diritto all’autodeterminazione del popolo finlandese:

Gli zar russi si sono annessi la Finlandia mediante un compomesso con Napoleone, soffocatore della Rivoluzione francese, ecc. Se noi siamo realmente contrari alle annessioni, dobbiamo dire: libertà di separazione per la Finlandia! Quando l’avremo detto, quando l’avremo fatto, allora – e soltanto allora! – l'<<accordo>> con la Finlandia sarà un accordo effettivamente volontario, libero, sarà un accordo e non un inganno.

Una conferenza socialista internazionale aveva avuto luogo nel settembre del 1915, nel villaggio svizzero di Zimmerwald, al fine di ricostruire l’Internazionale Socialista, scioltasi all’inizio della guerra, quando la maggioranza dei partiti aveva dato appoggio alla “propria” borghesia nazionale. I partiti che misero la propria firma al Manifesto di Zimmerwald, steso da Lev Trotsky, chiamavano a gran voce per manifestazioni internazionali contro la guerra, e cominciarono a essere conosciuti come il Movimento di Zimmerwald. Sotto le pressioni dei bolscevichi, l’SDP aderì al manifesto di Zimmerwald nel giugno 1917. Questo, però, perché l’SDP cercava di aderire da tempo a qualche forma di struttura internazionale – non tendevano a ragionare sul piano di una mobilitazione operaia contro la guerra imperialista.

La retorica della “guerra di classe” faceva apparire il partito come ben più radicale di quanto in realtà non fosse. Kuusinen sosteneva l’adesione al movimento di Zimmerwald nonostante non fosse d’accordo con le sue prospettive rivoluzionarie:

Dal canto mio mi trovo su una posizione abbastanza revisionista, al momento (…) Ma non c’è alcun male se l’apparenza esteriore è più radicale della realtà. Come partito, siamo sempre stati così (…) Avevamo costruito il dogma della guerra di classe (…) Se qualcuno avesse osato contraddirlo, sarebbe stato condannato dal partito. Ma ovviamente abbiamo agito contro di esso nella pratica.

In un paese agrario come la Finlandia, i contadini giocavano un ruolo fondamentale. I contadini finlandesi avevano goduto di libertà legale sin dal diciottesimo secolo, ma molti erano ancora intrappolati da condizioni simili alla servitù della gleba per via dei contratti di mezzadria; ad esempio, erano costretti a lavorare un certo numero di giorni presso la tenuta del proprietario terriero. Nel 1912, quasi 150.000 fattorie erano di proprietà di questi latifondisti (toppari). L’SDP diede appoggio a una gran quantità di riforme a favore degli affittuari (come ad esempio un divieto agli sfratti), ottenendo un numero sorprendentemente alto di voti nelle campagne. Oltre agli affittuari, vi erano circa 300.000 lavoratori agricoli indigenti, il proletariato agricolo, che non furono ricettivi verso l’agitazione politica se non appena prima della rivoluzione. Con questo sostegno rurale, l’SDP aumentava ogni volta i propri consensi alle elezioni. Nel 1907, il partito vinse 80 seggi su 200 alle elezioni. In quelle del 1913, ne vinse 90. Nel 1916, vinse una maggioranza assoluta di 103 seggi (avendo preso il 47% dei voti).

 

La rivoluzione in Russia…

La rivoluzione che cominciò nel marzo 1917 in Russia pose fine a una dinastia che governava il paese da cinque secoli. Lo Zar venne sostituito da un governo provvisorio (inizialmente guidato dal Principe Lvov, dopo il luglio dal dal Socialista-Rivoluzionario Aleksander Kerensky). Il nuovo governo aveva promesso alcune riforme di stampo democratico, ma anche di continuare a tutti i costi la guerra imperialista ancora in corso. Le riforme avevano dal canto loro carattere molto limitato, in quanto un nuovo sistema politico dipendeva dall’elezione dell’Assemblea Costituente — la quale veniva costantemente posticipata. Non c’era alcun riconoscimento dell’autodeterminazione del popolo finlandese, né di alcun’altra nazione oppressa nell’impero zarista. Il governo di transizione offrì negoziati e piccoli miglioramenti, ma intendeva posticipare qualsiasi soluzione reale fino alla convocazione dell’assemblea costituente, che non ebbe mai luogo. Nel caso della Finlandia, il dominio sul Granducato, che prima era dello Zar, passò al nuovo governo.

Parte della società finlandese, più specificamente i socialdemocratici e l’ala “attivista” anti-russa della borghesia, vedeva nel caos russo un’occasione per ottenere la tanto sperata indipendenza. L’SDP era insoddisfatto dall’esitazione del governo provvisorio, e diresse invece le sue attenzioni al primo Congresso panrusso dei Soviet dei deputati dei lavoratori e dei soldati, tenuto a San Pietroburgo nell’estate dello stesso anno. Il congresso dei Soviet passò una risoluzione la quale riconosceva il diritto all’indipendenza della Finlandia. Ma il menscevico Raphael Abramovich, delegato alla formulazione della versione finale della mozione, inserì una clausola la quale delegava all’Assemblea Costituente la decisione finale sulla questione — di fatto la stessa posizione del governo.

La direzione dell’SDP “soprassedette” questa clausola nella risoluzione: a parer loro, i socialisti russi avevano appena dichiarato il proprio supporto per l’indipendenza finlandese immediata. Durante le Giornate di Luglio, quando pareva che per qualche giorno che il governo Kerensky fosse stato rovesciato, l’SDP usò la propria maggioranza nell’eduskunta per far passare la “Legge sul Potere”(valtalaki), la quale trasferiva piena sovranità al parlamento finlandese per ogni questione eccetto politica estera e guerra, le quali invece restavano responsabilità del governo russo. Il dominio dello Zar o di qualsiasi altro reggente russo venne dichiarato come illegittimo, con la questione dei rapporti con la Russia vista come da chiarirsi in seguito. Tale fatto era completamente inaccettabile per il governo Kerensky, il quale teneva ancora a difendere le politiche imperialiste russe sotto una maschera socialista. Da reggente, il governo Kerensky sciolse il parlamento e indisse nuove elezioni da tenersi ad ottobre. L’SDP non voleva accettare la decisione, ma con la dichiarazione de facto d’indipendenza, il partito aveva alle spalle talmente tanto consenso che decise di non creare nuovi conflitti che avrebbero potuto mettere in pericolo un futuro successo elettorale.

Marinai russi in Finlandia: “Morte alla borghesia!” Grafica: Simon Zinnstein

 

e i suoi effetti in Finlandia

Quando scoppiò la rivoluzione in Russia, l’autorità statale finlandese collassò. Il parlamento del 1916, con i suoi 103 deputati socialdemocratici, venne convocato per la prima volta nel marzo 1917. Elesse un nuovo Senato con a capo Oskari Tokai, un socialdemocratico di vecchia data, ex presidente della SAJ, posto anche a capo del governo (“il primo capo di stato socialista eletto democraticamente nella storia del mondo”, stando a quanto afferma Fred Singleton). Ma c’era ancora un governatore russo, scelto dal governo e non più dallo Zar. Questo portò a costanti dispute costituzionali: aveva il governo provvisorio, nello stato di transizione in cui riversava il paese, assunto del tutto le funzioni dello Zar? Se lo Zar aveva abdicato senza successori, la sovranità sarebbe tornata al parlamento finlandese. Perciò, il governo provvisorio si dichiarò reggente per mandato del sovrano.

Durante il corso del 1917, si sparsero in tutto il paese proteste autorganizzate da parte dei lavoratori. A Turku, per esempio, ci fu uno sciopero generale in appoggio a quello partito dai vigili del fuoco. Il vecchio consiglio cittadino borghese respinse una proposta di aumento dei salari, e per tutta risposta i lavoratori in sciopero rinchiusero i suoi membri dentro al palazzo comunale fino a quando questi non avessero cambiato idea. Quando i consiglieri fecero presente di non avere il quorum per approvare la manovra, il comitato di sciopero inviò un’unità armata in città per radunare tutti i consiglieri non presenti. Ciononostante, il consiglio continuava a rifiutare gli aumenti, portando gli scioperanti a voler assumere il controllo diretto di Turku. Solo un intervento del primo ministro socialdemocratico Tokoi riuscì a trovare un compromesso. Credeva che una nuova legge sulle elezioni amministrative dovesse passare in parlamento, prima che si potesse destituire il vecchio consiglio.

La polizia arrivò a quasi a sparire, sostituita da milizie cittadine, pagate dalle amministrazioni municipali, ma autonome nelle proprie operazioni. Nelle grandi città, le milizie erano principalmente costituite da lavoratori, che dunque era ben difficile schierare per reprimere scioperi e manifestazioni. Per tale motivo, la borghesia diede vita alla propria Guardia Nazionale (suojeluskunta), composta principalmente da studenti e contadini. Venne anche rifondata la vecchia Guardia Rossa; al contrario delle milizie, aveva un carattere esplicitamente socialista ed era sottoposta solo all’autorità dell’SDP. In principio, il partito voleva solo ad ammettere una “guarida di difesa dei lavoratori” (un nome più moderato, työväen järjestyskaarti), per via dei brutti ricordi suscitati dall’incontrollabile Guardia Rossa di 11 anni prima. Solo nell’ottobre del ’17 il partito diede il proprio consenso alla rifondazione della Guardia Rossa.

Gira spesso il luogo comune secondo il quale la Guardia Rossa fosse composta da “anarchici e teppisti”, da elementi criminali e disadattati. La realtà dei fatti, però, è che si trattava dell’esatto opposto: si attribuiva grande importanza ad assicurare che fossero selezionati solo i membri più politicamente affidabili tra le file del partito e dei sindacati, con lunga esperienza nel movimento operaio. La maggior parte delle Guardie erano operai padri di famiglia; solo a guerra iniziata si unirono in massa lavoratori giovani e disoccupati. La Guardia Rossa era un’organizzazione paramilitare ma quasi senza armi. A Tampere, furono in grado di reperire fucili dalla guarnigione russa, ma rimase un’eccezione.

Quando si tennero nuove elezioni, nell’ottobre del 1917, la socialdemocrazia, colta di sorpresa, perse la sua maggioranza assoluta. L’SDP ottenne il 45% dei voti e solo 92 seggi. La direzione non accettò il risultato, in quanto riteneva che lo scioglimento anticipato della legislatura precedente da parte del governo Kerensky fosse una violazione della Legge sul Potere. Il nuovo parlamento elesse un senato guidato dal conservatore Peer Evind Svinhufvnd ( il cui cognome significa “testa di maiale”, in svedese: in nomen omen). L’SDP continuava chiedere al parlamento il riconoscimento retroattivo della Legge sul Potere, di fatto chiedendo che disconoscesse la sua stessa legittimità. Non si riuscì a raggiungere un accordo tra le parti, di fatto facendo allontanare l’SDP dalla sua strategia favorita, ossia il parlamentarismo.

Il senato guidato da Svinhufvud, seduto al centro. Grafica: Simon Zinnstein

 

La posizione della socialdemocrazia

In un articolo di giornale, i socialdemocratici attaccavano la borghesia per la sua testardaggine: gli operai, a loro dire, sarebbero stati “costretti a considerare l’ipotesi di prendere il potere da soli in tutto il paese”. Ovviamente, può essere legittimo per una direzione rivoluzionaria dipingere la presa del potere come un atto di autodifesa — anche Trotsky lo fece nell’Ottobre per ottenere il sostegno di fasce incerte della classe operaia. Ma per l’SDP, la presa del potere non era nemmeno una “ultima spiaggia”: era solo una vuota minaccia per forzare la borghesia a fare concessioni. Tokoi intimò la maggioranza parlamentare borghese di approvare la riforma dell’SDP al fine di scacciare “il fantasma della rivoluzione”. Per la direzione di partito, la rivoluzione era proprio questo: un incubo. Nonostante avesse preso decisioni sempre più radicali (partendo dallo sciopero del novembre ’17 alla salita al governo), queste non rientravano mai in un piano programmatico coerente. Esitavano a spingere per una presa reale del potere da parte dei lavoratori perché sapevano che il partito avrebbe perso il controllo sul processo di radicalizzazione conseguente all’inizio di questo percorso.

Ufficialmente, l’SDP era a favore della rivoluzione sociale. Era parte del programma del partito fin dal 1899, un programma fortemente influenzato da quello di Erfurt dell’SPD tedesco. In pratica, il partito era spinto dal determinismo: l’opinione dei capi era che, in un paese sottosviluppato come la Finlandia, solo una rivoluzione borghese e la formazione di una repubblica capitalista avrebbero potuto spazzare via ciò che rimaneva del feudalesimo. Una rivoluzione socialista, a detta loro, avrebbe potuto solo prendere forma in un’ “avventura anarchica”. Anche nell’eventualità in cui il partito si fosse visto costretto a prendere il potere, questo sarebbe stato solo un breve momento fino a quando un’Assemblea Costituente non avesse stabilito una costituzione borghese. Per l’SDP, il socialismo era una questione che poteva soltanto essere sollevata nei paesi sviluppati dell’Europa, e non certo in Finlandia, considerata universalmente “immatura” per il socialismo. L’SDP era fortemente influenzato da Kautsky, il teorico del “centro” della socialdemocrazia tedesca. I capi dell’SDP partecipavano a meeting e conferenze socialiste internazionali — come quando Otto Willie Kuusinen partecipò alla conferenza di Berna del 1912 — ma di rado si esponevano nei dibattiti internazionali. Erano persino poco informati, ad esempio, in merito ai conflitti interni della socialdemocrazia russa, nonostante vivessero, formalmente, nello stesso Stato.

Kullervo Manner, per poco tempo capo del governo operaio del ’17-’18, riportò come il partito stesse perdendo la sua abilità di trattenere le azioni dei lavoratori nell’estate: “se ci stessimo sbagliando in merito al rapido approcciarsi della rivoluzione, ne sarei felice.” Per molti nel partito, la rivoluzione non era una prospettiva da presentare alla classe operaia, quanto uno spauracchio usato contro la borghesia. Kuusinen avvisò i capitalisti in merito a ciò che sarebbe potuto succedere se “noi, che vogliamo calmare i lavoratori, non riusciamo ad ottenere certi risultati concreti dal parlamento.”. Fu così che il primo di novembre del 1917 la SAJ pose un ultimatum al governo per risolvere i problemi più impellenti della classe operaia, ma quando l’ultimatum venne a cadere, diventò palese come la direzione non aveva preparato alcun tipo di provvedimento. Quando giunse il giorno del congresso della SAJ, il 12 novembre, la situazione raggiunse la temperatura di ebollizione. Un delegato dopo l’altro chiesero a gran voce la presa del potere da parte dell’SDP. La direzione, allora, dovette trovare qualcosa per tenere sotto controllo la situazione.

[continua…]

Nathaniel Flakin

Traduzione da Left Voice